martedì 28 agosto 2012

Individuo e persona


Il cristiano vede in ogni essere umano non un individuo, bensì una persona, sempre fine e mai riduttivamente mezzo per altri o per altro

“Se la fede cristiana in Dio è in primo luogo opzione per il primato del logos, fede nella realtà del senso creativo, che precede e sostiene il mondo, in quanto fede nell’essere persona di tale senso è allo stesso tempo un credere che il pensiero originario, di cui il mondo rappresenta il pensato, non sia una coscienza anonima e neutrale, ma sia libertà, amore creativo, Persona. Conseguentemente, se la decisione cristiana in favore del logos costituisce un’opzione per un  Senso creativo, realtà personale, rappresenta al contempo una opzione per il primato del particolare sull’universale. Il valore supremo
non è l’universale, bensì proprio il particolare sull’universale. Il valore supremo non è l’universale, bensì proprio il particolare; per cui la fede cristiana è anzitutto anche opzione per ogni uomo quale essere irriducibile, che dice relazione all’infinità. In tal modo, di nuovo, essa è opzione per il primato della libertà contro il primato della necessità delle leggi cosmico – naturali. Emerge così, in tutta chiarezza, lo specifico della fede cristiana rispetto ad altre forme di decisione dello spirito umano. La posizione che un essere umano assume col Credo cristiano diventa inequivocabilmente chiara.
Qui è facilmente dimostrabile come la prima opzione – quella del primato del logos sulla nuda materia – non risulti possibile senza la seconda e la terza. O più esattamente, la prima opzione, presa isolatamente, rimarrebbe puro e semplice idealismo; solo l’aggiunta della seconda e della terza – primato del particolare, primato della libertà – crea un solido spartiacque tra idealismo e fede cristiana, la quale si presenta ora come qualcosa di ben diverso dal puro idealismo.
Su questo ci sarebbero molte cose da dire. Limitiamoci solo alle chiarificazioni imprescindibili, chiedendoci innanzitutto che cosa significa propriamente affermare che questo Logos, di cui il mondo è pensiero, sarebbe persona e perciò la fede sarebbe opzione per il primato del particolare sull’universale? A questo interrogativo è, in fondo, semplicissimo rispondere; in definitiva non significa altro che quel Pensiero creatore, che noi abbiamo visto come presupposto e fondamento di tutto l’essere, è un pensiero consapevole di se stesso, e che non solo conosce se stesso, ma ha anche coscienza dell’intera sua attività pensante. Comporta, inoltre che questo Pensiero non solo conosce, ma ama; che esso è creativo perché è amore; che esso, non solo può pensare, ma anche amare, ha posto il suo pensiero nella libera sfera del proprio essere, lo ha oggettivato, lo ha reso autonomo. Tutto ciò significa che quel Pensiero conosce, ama e amando sostiene il suo pensiero nella sua autonomia. Con ciò ci ritroviamo nuovamente di fronte a quella massima a cui continuano a far riferimento le nostre riflessioni: non essere costretto da ciò che è più grande, essere contenuto in ciò che è più piccolo, questo è divino.
Se, il Logos di tutto l’essere, l’Essere che tutto sostiene e abbraccia è al contempo coscienza, libertà ed amore, va da sé che la suprema legge del mondo non è la necessità cosmica, bensì la libertà. Le conseguenze sono di vastissima portata. Ne viene, infatti, che la libertà appare, per così dire, come la struttura necessaria del mondo; il che comporta, a sua volta, che si può pensare il mondo soltanto come inafferrabile. Che esso deve essere incomprensibilità. Infatti, se il supremo punto di costruzione del mondo è una Libertà, la quale sostiene, vuole, conosce e ama l’intero mondo come libertà, ciò vuol dire che, con la libertà, appartiene essenzialmente al mondo anche l’imprevedibilità a essa inerente. L’imprevedibilità è una tipica implicanza della libertà; ora, se le cose stanno così, il mondo non potrà mai venir ridotto a pura logica matematica. Infatti, insieme con l’originalità e la grandiosità di un mondo che è caratterizzato dalla struttura della libertà. È però dato anche l’oscuro mistero del demoniaco, che in esso incontriamo. Un mondo, voluto e creato sotto il segno del rischio della libertà e dell’amore, non è mai pura matematica. In quanto spazio dell’amore, è anche spazio per il gioco della libertà, e implica il rischio del male. Esso osa il mistero delle tenebre per amore della luce più grande, luce che la libertà e l’amore sono.
Qui si vede ancora una volta come mutino, in una prospettiva del genere, le categorie di minimo e massimo, di più piccolo e più grande. In un mondo che, in ultima analisi, non è matematica, il minimo diventa massimo; quel più piccolo, che è capace di amare, diventa il più grande; il particolare prevale sull’universale, la persona, l’essere unico e irreiterabile, è al tempo stesso il supremo e il definitivo. In una simile ampiezza di visione la persona, ogni persona non è semplicemente un individuo, un esemplare riprodotto attraverso la divisione dell’idea nella materia, bensì proprio ‘persona’. Il pensiero greco ha interpretato i molti esseri singoli, anche i singoli esseri umani, sempre e unicamente come individui. Essi si formano in seguito alla frantumazione della materia. Ciò che è moltiplicato, quindi, è sempre secondario: l’essere autentico sarebbe l’uno e l’universale. Il cristiano, invece, vede nell’essere umano non un individuo, bensì una persona A me sembra che in questo passaggio dall’individuo alla persona stia tutta la tensione della transizione dall’antichità al cristianesimo, dal platonismo alla fede. Questo essere determinato non è affatto secondario, qualcosa che ci permetterebbe di presentire solo frammentariamente l’universale come ciò che è autentico. In quanto minimo, esso è un massimo; in quanto unico e irripetibile, esso è una realtà s prema e autentica.
Ed ecco ora l’ultimo passo. Se è vero che la persona è più dell’individuo, che il molteplice è una realtà originaria e non solo secondaria, che c’è un primato del particolare sull’universale, vuol dire che l’unità non è l’elemento unico e definitivo,, ma che anche alla molteplicità si riconosce il suo pieno e definitivo diritto. Questa conclusione, che scaturisce dall’opzione cristiana per interna necessità, conduce automaticamente anche oltre l’idea di un Dio che è pura unità. La logica della professione cristiana di fede in Dio porta inevitabilmente a superare lo stadio del puro e semplice monoteismo e conduce alla fede nel Dio uno e trino” (Joseph Ratzinger, Introduzione al cristianesimo, pp.148-151).

L’ondata di illuminismo e di laicismo, che investe anche l’Italia, erige sul piano della prassi la libertà individuale eretta a valore fondamentale al quale tutti gli altri dovrebbero sottostare. Escludendo Dio dalla cultura e dalla vita pubblica la centralità di ogni uomo e della sua libertà come persona, fondamento della. democrazia, è capovolta. L’etica viene ricondotta entro i confini del relativismo e dell’utilitarismo, con l’esclusione di ogni principio morale che sia valido e vincolante per se stesso. Urge riproporre, alla luce della ragione comune a tutti gli uomini, il rapporto costitutivo di ogni essere umano con il Creatore, riconosciuto nel 1948 all’Onu come fondamento dei diritti umani. Dire che la natura di ogni uomo, già alla luce della ragione, è rapporto con l’infinito significa riconoscere che ogni persona è stata creata perché possa entrare in dialogo con l’infinito ed essere riconosciuta sempre fine in ogni sistema democratico e questo non è mai politicamente negoziabile. E’ questa la priorità culturale e politica per tutti, credenti e non credenti, se vogliamo recuperare la rivendicazione moderna a fondamento della democrazia della centralità di ogni uomo e della sua libertà, uguaglianza e fraternità.

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