sabato 18 agosto 2012

Il Logos dell'universo è Amore‏


Nell’incontro con la Persona di Gesù Cristo, si fa l’esperienza che il Dio dei filosofi è totalmente altro da come i filosofi l’hanno pensato, senza peraltro cessare di essere ciò che essi hanno trovato

“La fede cristiana, optando decisamente solo per il Dio dei filosofi e dichiarandolo di conseguenza come il Dio che è possibile pregare e che parla all’uomo, ha attribuito a questo Dio dei filosofi un significato del tutto nuovo, lo ha sottratto alla sfera puramente accademica e lo ha profondamente trasformato. Questo Dio, che prima si presenta come un essere neutro, come il concetto supremo e ultimo, questo Dio inteso come ‘puro essere’ o ‘puro pensare’, cherimane eternamente chiuso in se
stesso e non si avvicina all’uomo né al suo piccolo mondo, questo Dio dei filosofi, la cui assoluta eternità e immutabilità esclude ogni rapporto con ciò che è mutevole e soggetto al divenire, appare ora alla fede come il Dio di uomini, il quale non è solo Pensiero di pensiero, eterna matematica dell’universo, ma agàpe, potenza di amore creativo. In questo senso, nella fede cristiana c’è allora ciò che Pascal ha esperimentato quella notte in cui scrisse su un bigliettino, che portò poi sempre cucito nella fodera del suo vestito, le parole: “Fuoco. ‘Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe’, non ‘Dio dei filosofi e dei dotti’”. Di fronte a un Dio che sembrava nuovamente riaffondare nella sfera matematica, egli aveva rivissuto l’esperienza del roveto ardente, comprendendo come il Dio che è l’eterna geometria dell’universo possa esser tale unicamente perché è amore creativo, perché è roveto ardente, da cui proviene un nome tramite il quale egli entra nel mondo dell’uomo. In questo senso, dunque, si fa l’esperienza che il Dio dei filosofi è totalmente altro da come i filosofi l’hanno pensato, senza peraltro cessare di essere ciò che essi hanno trovato; si viene a capire che lo si conosce realmente solo quando ci si  rende conto che egli è l’autentica verità e il fondamento di ogni essere e inscindibilmente il Dio della fede, il Dio degli uomini.
Per cogliere la trasformazione subita dal concetto filosofico di Dio mediante la sua identificazione col Dio della fede, basta addurre qualche testo biblico in cui si parla di Dio. Scegliamo a titolo di esemplificazione il passo di Lc 15,1-10, la parabola della pecora e della dramma smarrite. Il punto di partenza è costituito dallo scandalo di scribi e farisei nel vedere Gesù assidersi a mensa con i peccatori. Per tutta risposta si vedono rinviati a un uomo padrone di cento pecore, che ne ha perduta una e a questa corre dietro, la cerca finché non l’ha trovata, e si rallegra più per quell’unica che non per le novantanove al sicuro nel loro recinto. La parabola della dramma perduta che, una volta ritrovata, suscita più gioia di ciò che non è mai stato perduto, è pure orientata nella stessa direzione: “Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore che si converte, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione” (Lc 15,7). In questa parabola, in cui Gesù giustifica e illustra la sua opera e il suo mandato di Inviato di Dio, assieme alla storia dei rapporti fra Dio e l’uomo affiora anche la domanda di chi sia Dio stesso.
Se cerchiamo di desumere la risposta da questo testo, dovremo dire: Il Dio in cui ci imbattiamo, ci appare, sotto un aspetto antropomorfo, altamente a – filosofico; egli prova passioni come un essere umano, si rallegra, cerca, attende, muove incontro. Non è affatto l’insensibile geometria dell’universo, né la neutrale giustizia che sta al di sopra delle cose, senza provare i turbamenti di un cuore e dei suoi affetti; possiede invece un cuore, è presente come uno che ama, con tutta la capacità di stupire di chi ama. In questo testo appare evidente la trasformazione del pensiero puramente filosofico e si vede anche sino a che punto, in fondo, noi rimaniamo pur sempre nello stadio antecedente  a quest’identificazione del Dio della fede col Dio dei filosofi, senza riuscire a farla nostra, per cui, in fondo, l’idea che ci facciamo di Dio e la nostra comprensione della realtà cristiana falliscono.
In effetti, gran parte degli uomini d’oggi continua ad ammettere, in qualche modo, che esista senz’altro qualcosa come “un essere supremo”. Ma trovano assurdo che questo Essere si debba occupare dell’uomo. Abbiamo la sensazione – e succede continuamente anche a chi cerca di credere – che ciò sia espressione di un ingenuo antropomorfismo, di una modalità primitiva del pensiero umano, comprensibile in tempi in cui l’uomo viveva ancora in un piccolo mondo, quando il disco piatto della terra costituiva il baricentro di tutte le cose e Dio non aveva altro da fare che guardare dall’alto in basso a questo piccolo mondo. Ora, però, così pensiamo noi, in un tempo in cui sappiamo come le cose stiano in modo infinitamente differente, come la terra sia un corpuscolo insignificante in un universo gigantesco e, di conseguenza, come di fronte alle dimensioni cosmiche non abbia alcun peso neppure quel granello di polvere che è l’uomo, in un tempo come il nostro ci sembra pensare che l’essere supremo si debba impicciare dell’uomo, del suo piccolo e miserabile mondo, delle sue preoccupazioni, dei suoi peccati e di ciò che non è peccato. Ma mentre così pensiamo di parlare in maniera veramente divina di Dio, non ci accorgiamo di pensare di lui realmente in maniera meschina e troppo umana, come se egli debba fare una scelta per non mancare l’insieme. Ce lo immaginiamo perciò come una coscienza simile alla nostra, che ha dei limiti ben precisi, che è costretta ad arrestarsi da qualche parte, senza mai essere in grado di abbracciare il tutto..
Rispetto a tali grette restrizioni la sentenza posta da Holderlinnel frontespizio del suo Iperione, può richiamare l’idea cristiana della vera grandezza di Dio: “Non essere costretto da ciò che è più grande, ma essere contenuto in ciò che è più piccolo, questo è divino”. Quello spirito senza confini, che porta in sé la totalità dell’essere, supera ‘il più grande’, tanto che per lui è piccolo, e si abbassa nel più piccolo, perché nulla è per lui troppo piccolo. Precisamente questo superamento del più grande e l’abbassarsi nel più piccolo costituiscono la vera essenza dello Spirito assoluto. Qui, però, si verifica al contempo un rovesciamento di valori, tra Massimo e Minimo, tra il più grande e il più piccolo, che è la caratteristica per la comprensione della realtà. Per colui che, in quanto Spirito, sostiene e abbraccia l’universo, uno spirito, il cuore di una persona capace di amare, è più grande di tutti i sistemi delle galassie. I criteri quantitativi saltano; appaiono altri ordini di grandezza, in base ai quali l’infinitamente piccolo è la vera realtà che abbraccia tutto e il veramente grande.
C’è un altro pregiudizio che viene smascherato come tale da queste considerazioni. Continua in fondo ad apparirci ovvio che l’infinitamente grande, lo Spirito assoluto, non possa essere sentimento e passione, bensì solo pura matematica dell’universo. Inconsciamente insinuiamo così che il semplice pensare sia superiore all’amare, mentre il messaggio del vangelo e l’immagine cristiana di Dio su questo punto correggono la filosofia, facendoci conoscere che l’amore è superiore al puro pensiero. Il pensare assoluto si identifica con l’amare, non è pensiero privo di sentimenti, bensì pensiero creativo, perché è amore.
Riassumendo tutto quanto, possiamo affermare che dal consapevole collegamento al Dio dei filosofi compiuto dalla fede sono scaturiti due fondamentali superamenti del pensiero filosofico:
a)            Il Dio filosofico fa essenzialmente riferimento solo a se stesso, in quanto è pensiero esclusivamente auto – contemplante. Il Dio della fede, invece, è definito fondamentalmente dalla categoria della relazione. In questo modo sono posti un’immagine e un ordinamento del mondo completamente nuovi: quale suprema possibilità dell’essere non appare più la libertà assoluta di uno che basta a se stesso e vive per se stesso. La suprema modalità dell’essere include invece l’elemento di ‘relazione’. Non c’è nemmeno bisogno di dire quale rivoluzione comporti necessariamente, per l’orientamento esistenziale dell’uomo, il fatto che l’Essere supremo non appaia più come autarchia assoluta, chiusa in se stessa, ma sia al contempo relazione, potenza creativa, che crea dell’altro, lo sostiene e lo ama…
b)            Il Dio filosofico è puro pensiero. L’idea madre che gli fa da sfondo è questa: pensare, e solo il pensare, è divino. Il Dio della fede è, in quanto pensiero, amore. L’idea madre che gli fa da sfondo è la seguente: amare è divino.
Il Logos dell’universo, il pensiero originario creativo è al contempo amore; anzi, questo pensiero è creativo perché in quanto pensiero è amore, e in quanto amore è pensiero. E’ evidente un’identità originaria fra verità e amore, che là dove si realizzano pienamente costituiscono più di due realtà una accanto all’altra o addirittura contrapposte, bensì un tutto unico, vale a dire l’Assoluto semplicemente. Qui si rende al contempo visibile il punto di aggancio della professione di fede nel Dio uno e trino” (Joseph Ratzinger, Introduzione al cristianesimo, pp. 134 – 139, Brescia 2007).

Agli  inizi dell’evangelizzazione la religione in generale non batteva la via del logos , ma si ostinava a restare attaccata al mito, alla consuetudine, pur riconosciuti privi di consistenza reale soprattutto dall’illuminismo filosofico biblico - greco - romano. Di fronte a questa situazione Tertulliano ha delineato la posizione cristiana di fede e ragione con una frase grandiosa, audace e incisiva: “Cristo ha affermato di essere la verità, non la consuetudine”. La fede cristiana ha fatto la sua scelta veicolata sempre in continuità dalla Tradizione cattolica fino ad oggi: contro gli dei delle religioni per il Dio dei filosofi, vale a dire contro il mito della sola consuetudine per la verità dell’essere cioè credere che l’Essere incarnato è persona e la persona di Gesù è l’Essere, che solo colui che è nascosto è il totalmente vicino, che solo l’inaccessibile è l’accessibile, che l’Uno è l’Unico, il quale è per tutto e per il quale tutti sono.
In una situazione come la nostra attuale, di nuova evangelizzazione, in cui la verità del messaggio cristiano sembra scomparire occorre reagire alla ritirata della verità della ragione, cedendo all’egemonia del relativismo e dell’utilitarismo,  della pura fede, della sola rivelazione; una ritirata che in realtà, voluta e non voluta, ammessa o meno, assomiglia fatalmente alla ritirata della religione antica di fronte allogos, alla fuga dalla verità per rifugiarsi nella comoda consuetudine, dalla physis alla politica. Nella nuova evangelizzazione occorre riunire in singolarissima sintesi il compito perenne che si pone alla fede se vuole rimanere se stessa.

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