domenica 5 agosto 2012

Guardare a Cristo nell'anno della fede 3‏


Guardare a Cristo nell’anno della fede
3. Sapere naturale a riguardo di Dio

E’ possibile, c’è un “sapere” naturale riguardo a Dio? Se sì, quale “genere di certezza possiamo aspettarci”?
 L’apostolo Paolo nella sua Lettera ai Romani si confrontò esattamente con questa problematica. Egli vi risponde con una riflessione filosofica, che si appoggia sulle vicende della storia delle religioni. Nella megalopoli di Roma, la Babilonia di quell’epoca, egli si incontra con quel tipo di decadenza morale che si fonda sulla totale perdita della tradizione, sulla recezione di quell’intima evidenza che una volta giungeva all’uomo dalle usanze e dai costumi. Non si capisce più niente da sé, cinicamente tutto è possibile, ammesso, niente è impossibile. Nessun valore resiste più, nessuna norma  è valida e
vincolante per se stessa. Nella prassi conta solo, per chi può, la libertà individuale e il momento. Le religioni tradizionali sono solo facciate di comodo senza interiorità; ciò che resta, por con tante ricchezze e potere, è il nudo cinismo senza amore e senza misericordia.
La risposta dell’apostolo a questo cinismo morale e metafisico di una società decadente dominata unicamente dalla legge del possesso e del dominio è stupefacente. Egli afferma che essa in realtà sapeva bene molto di Dio: “Ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato” (Rm 1,9). E fonda così quest’asserzione: “Dalla creazione del mondo in poi le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità” (1,20). Paolo di qui trae la sua conclusione: “essi sono dunque inescusabili” (1,20). La verità cioè cogliere la realtà in tutti gli ambiti, compresa la trascendenza a fondamento dell’immanenza, sarebbe loro accessibile, ma essi non la vogliono, rifiutano le esigenze che rivendicherebbe su di loro. L’apostolo parla di un “soffocamento della verità nell’ingiustizia” (1,18). L’uomo si oppone alla verità che esige da lui sottomissione nella forma dell’onore di Dio e della gratitudine (1,21). La decadenza morale della società è per Paolo solo la conseguenza logica e l’esatto riflesso di questa fondamentale contraffazione; dove l’uomo mette la sua volontà, la sua superbia e la sua comodità al di sopra della pretesa della verità, tutto alla fine viene rovesciato. Non viene più adorato Dio cui unicamente spetta l’adorazione; vengono adorate le immagini, l’apparenza, l’opinione che si impone, sesso, possesso, successo acquistano dominio sull’uomo non più libero. Questa generale inversione si estende a tutti i campi della vita. L’antinaturale diventa il normale; l’uomo che vive contro la verità vive anche contro la natura. La sua forza d’invenzione non serve più al bene, diventa genialità e raffinatezza del male. Il rapporto tra uomo e donna, tra genitori e figli si spezza, e vengono così chiuse le sorgenti della vita. In questo genocidio non domina più la vita, ma la morte, si stabilisce una civiltà della morte (Rm 1,21 – 32).
Paolo ha delineato qui un’immagine della decadenza, la cui attualità colpisce in modo sconvolgente il lettore di oggi. Ma egli non si accontenta di descrivere, come è di moda in simili tempi: vi è un perverso genere di moralismo, cui piace soffermarsi sul negativo, proprio mentre lo condanna. L’analisi dell’apostolo porta invece alla diagnosi di questa cultura contrassegnata da una profonda carenza e diventa così un appello alla morale per un grande e inutilmente nascosto bisogno di speranza: all’inizio di tutto c’è la negazione della verità a favore della comodità o diciamo noi conducendo tutto entro i confini del relativismo e dell’utilitarismo. Il punto di partenza è l’opposizione all’evidenza del Creatore posta originariamente in ogni uomo, del Creatore che gli si presenta e gli parla attraverso le creature. L’ateismo o anche l’agnosticismo ateisticamente vissuto non è per Paolo una posizione senza colpa. Si fonda per lui sempre su una resistenza contro una conoscenza, di per sé accessibile ad ogni uomo, il quale però rifiuta di accettarne le condizioni. L’uomo quindi non è condannato all’ignoranza di fronte a Dio e quindi al principio morale valido per se stesso. Egli lo può “vedere” se ascolta la voce della propria natura, la voce della creazione e si fa guidare liberamente, per amore da questa voce. Paolo non conosce l’ateismo puramente idealistico.
Che cosa possiamo dire? L’apostolo qui allude evidentemente alla contraddizione tra filosofia e religione nel mondo antico. La filosofia greca, con il suo interrogarsi socratico, era avanzata fino alla cognizione dell’unico spirituale fondamento del mondo, che solo merita il nome di Dio, anche se in forme contraddittorie e, nei particolari, insufficienti. Ma la sua spinta critico – religiosa era presto bloccata e si era sempre di più abbandonata, nonostante questo carattere fondamentale, alla giustificazione del culto degli dei e all’adorazione del potere dello Stato. Il” soffocamento della verità” era un fatto manifesto.. Per la situazione storica data, da cui Paolo si distanzia, la sua diagnosi è molto fondata.
Ma le sue affermazioni hanno valore anche al di là della determinata situazione storica? I particolari dovranno essere adattati, ma in nuce Paolo descrive non soltanto un settore qualunque della storia, bensì la perenne situazione dell’umanità, dell’uomo davanti a Dio. La storia delle religioni è coestensiva con la storia dell’umanità. A quanto possiamo vedere, non è esistito un tempo in cui la domanda sul Tutt’Altro, sul Divino sia rimasta estranea all’uomo. E’ sempre esistito un sapere circa Dio. E dappertutto nella storia delle religioni incontriamo, in figure diverse, la strana frattura tra la conoscenza dell’unico Dio e la dedizione ad altre potenze, a divini torelli, che vengono considerate come più pericolose, più vicine e quindi più importanti per l’uomo del misterioso Dio che non fa spettacolo, che non si impone, che non costringe ma attende,che sembra lontano. Tutta la storia è segnata da questo singolare dilemma tra la pretesa calma non violenta della verità che rende liberi da ogni schiavitù e la pressione schiavizzante dell’utilità, del bisogno di venire a patti con le potenze che caratterizzano la vita quotidiana. E sempre è in agguato la vittoria dell’utile sulla verità benché neppure la traccia della verità e della sua propria potenza si perda mai del tutto, perché mai l’uomo è definibile dal male che fa, e anzi continui a vivere in forme spesso sorprendenti come in una giungla piena di piante velenose.
Ciò vale anche oggi, in una civiltà del tutto areligiosa, nella quale Dio rimane escluso dalla cultura e dalla vita pubblica, vivendo in un mondo che si presenta quasi sempre come opera tecnicamente nostra, nel quale Dio non compare più direttamente e sembra divenuto superfluo ed estraneo, con una radicale riduzione dell’uomo, considerato un semplice prodotto della natura, come tale non realmente libero e di per sé suscettibile di essere trattato come ogni altro animale?
Anche oggi è possibile, esiste un sapere di Dio. Giacché anche oggi la domanda di ogni uomo va al di là del campo di ciò che è sperimentabile e calcolabile. Anche oggi ci domandiamo non soltanto: che cosa posso fare, ma anche: che cosa devo fare e chi sono io? Esistono certo anche sistemi evoluzionistici che elevano ad evidenza razionale la non esistenza di Dio e vogliono dimostrare che la verità è proprio che non c’è nessun Dio. Ma il carattere mitologico di simili progetti totalizzanti della comprensione è manifesto in punti essenziali. Le smisurate lacune del nostro sapere vengono scavalcate da pezze d’appoggio mitologiche, la cui razionalità apparente non può seriamente abbagliare nessuno. E’ evidente che la razionalità del mondo non può essere spiegata dall’irrazionalità. E così il Logos al principio di tutte le cose resta, ora come prima, la migliore ipotesi, la quale è vero esige da noi di rinunciare ai geni del dominio e di osare all’ascolto umile. La tranquilla evidenza di Dio non è eliminata neanche ai nostri giorni, è però ben più che mai contraffatta dall’influenza che il potere e l’utilità esercitano su di noi anche attraverso l’influsso mediatico. Così la situazione è oggi fondamentalmente caratterizzata dalla stessa tensione tra due opposte tendenze che attraversano tutta la storia:
-         l’intima apertura originaria di ogni anima, di ogni cuore, di ogni io per Dio da una parte,
-         l’attrazione più forte delle necessità e delle esperienze dall’altra.
L’uomo è teso tra queste due forze. Egli non si può liberare da Dio, non si libera da Dio, ma non ha neppure la forza di aprirsi una strada verso di lui; non può crearsi un ponte che divengauna rapporto con questo, permanente respiro della sua anima, con questo Dio cui innalzare continuamente mente e cuore. Si può continuare a dire che l’incredulità è innaturale, ma occorre aggiungere nello stesso tempo che l’uomo non può completamente illuminare lo strano crepuscolo circa la questione dell’Eterno, così che Dio deve prendere l’iniziativa di venirgli incontro, deve parlargli, deve darsi in persona nel Sacramento, se deve aver luogo una vera relazione con Lui. E questo, storicamente, è avvenuto con la Rivelazione, con un sapere di fede soprannaturale.

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