lunedì 6 agosto 2012

Guardare alla presenza dii Cristo nell'anno della fede‏


Guardare alla presenza di Cristo nell’anno della fede
4. La fede “soprannaturale” e le sue ragioni

Preparata dalla fede naturale come accade la fede soprannaturale?
La Parola di Dio arriva a noi mediante uomini che l’hanno udita e attinta non come parola di uomini ma Dio che oltre parlarci con la creazione ci fa giungere storicamente la sua parola; e questo mediante uomini per i quali Dio è diventato un’esperienza concreta e che, per così dire, lo conoscono di prima mano. Per comprendere questo dobbiamo riflettere sulla struttura del conoscere e del credere colta nella fede naturale. Di ogni fede fa parte da un lato l’aspetto del sapere non autosufficiente, ma dall’altro anche l’elemento della fiducia reciproca, mediante cui il sapere dell’altro diventa mio sapere. L’elemento della fiducia comporta dunque in sé il fattore della partecipazione: con la mia fiducia io
divento partecipe del sapere altrui. In ciò sta per così dire l’aspetto sociale del fenomeno della fede. Nessuno sa tutto, ma insieme sappiamo il necessario; la fede forma una rete di reciproca dipendenza, di persone che si sostengono e vengono sostenute. Questa struttura originaria, naturale di ogni uomo  con Dio  ritorna nell’avvenimento dell’incontro storico, soprannaturale con Lui, anzi essa ha qui la sua forma primordiale e il suo centro che unifica. Anche la nostra conoscenza di Dio si fonda su questa reciprocità, su una fiducia che diventa partecipazione e che poi si verifica per il singolo nell’esperienza vissuta. Anche il rapporto con Dio è a un tempo e anzitutto relazione umana; si fonda su una comunione degli uomini, anzi la comunione nella relazione con Dio trasmette per principio la più profonda possibilità di comunicare umano, che al di là dell’utilità raggiunge il fondo della persona stessa, creata ad immagine e somiglianza delle relazioni divine.
Veramente, affinché io possa ricevere come mio questo sapere dell’altro nella comunione e possa provarlo nella mia propria vita, devo io stesso essere aperto a Dio. Solo se in me stesso c’è un organo, una possibilità originaria, naturale di recezione, il suono dell’Eterno può anche storicamente, soprannaturalmente arrivare a me attraverso altri. In questo senso il con – sapere circa Dio mediante altri è più personale del con – sapere con il tecnico, con lo specialista. La conoscenza soprannaturale di Dio postula interna vigilanza, interiorizzazione, cuore aperto, che si rende personalmente consapevole in silenzioso raccoglimento della sua immediatezza con il creatore. Ma al tempo stesso è vero che il Dio trinitario non si apre all’io isolato, non in relazione, esclude la chiusura individualistica. Il rapporto con Dio è legato al rapporto, alla relazione, comunione con i nostri fratelli e sorelle.
A questo punto si apre un varco inaspettato. La “fede naturale” per la quale ci fidiamo di risultati che noi stessi non possiamo esaminare, trova la sua giustificazione nel sapere di singole persone che conoscono la materia e hanno sperimentato, verificato. Simile fede rimane per il singolo fede, ma si richiama a un vedere che l’altro possiede. Parlando della fede naturale in tanti ambiti del sapere scientifico, positivo, tecnico e rapportandola alla questione religiosa ci sembrò che precisamente il rimando ad un altro che vede, quest’elemento decisivo manchi nella fede religiosa sovrannaturale: qui sembra che non ci sia colui che vede, ma tutti sembrano essere unicamente credenti, e questo ci apparve come il punto problematico, fideistico nella fede religiosa. Ma ora dobbiamo dire che le cose non stanno così. Anche nella  fede sovrannaturale i molti vivono dei pochi e i pochi per i molti. Anche nel campo nell’intervenire storico di Dio non siamo tutti ciechi che brancolano nel buio. Anche qui ci sono persone a cui è stato donato il vedere: “Abramo… vide il mio girono e si rallegrò” dice Cristo sull’antenato di Israele (Gv 8,56). Nel mezzo della storia egli stesso sta come il grande veggente cioè Dio che incarnato, risorto possiede un volto umano come via alla Verità e alla Vita della realtà divina da cui tutti veniamo, tutto viene e verso cui tutti andiamo, tutto è destinato, e tutte le sue parole sgorgano nello Spirito Santo da questa immediatezza con il Padre. E vale per noi tutti: “Chi vede me ha visto il Padre” (Gv 14,9).
La fede cristiana sovrannaturale, che accade nella fede religiosa naturale, è, nella sua essenza, incontro con il Dio Gesù incarnato, risorto, presente sacramentalmente nel suo corpo che è la Chiesa, memoria e partecipazione alla visione di Gesù durante i trenta tre anni storici prima di morire e risorgere, mediata dalla sua parola e dai suoi gesti che è l’espressione autentica della sua visione. La visione di Gesù è il punto di riferimento della nostra fede, il suo concreto ancoraggio.
Da questo principio fondamentale alcuni sviluppi:
a.         L’ancoraggio della fede nella visione di Gesù e dei santi. Gesù, che conosce Dio di prima mano e lo vede, è perciò il mediatore tra Dio e l’uomo. La sua visione umana della realtà divina è la sorgente della luce, della conoscenza per tutti. Ma anche Gesù non si può considerare isolato, non può venir sospinto come un personaggio meraviglioso in un lontano passato storico. Abbiamo già parlato di Abramo; ora dobbiamo aggiungere: la luce di Gesù, incarnato, risorto, presente in continuità nella sua Chiesa, si riflette, emerge nei santi e irradia di nuovo, concretamente, oggi da essi. Ma “santi” non sono soltanto le persone propriamente canonizzate. Sempre vivono santi nascosti, che in comunione diretta con Gesù ricevono un raggio del suo splendore, un’esperienza concreta e reale di Dio. Forse, per maggior precisione, possiamo riprendere una strana espressione che il Vecchio Testamento usa in relazione con la storia di Mosé: se i santi non possono vedere pienamente Dio in faccia, tuttavia essi vedono concretamente Dio, lo vedono almeno “alle sue spalle” (Es 33,23). E come la faccia di Mosé brillava  dopo questo incontro con Dio, così irradia la luce di Gesù dalla vita di uomini simili. San Tommaso d’Aquino da questo stato di cose ha sviluppato addirittura il carattere di scienza della teologia. Egli ricorda che (secondo Aristotele) tutte le scienze sono riferite l’una all’altra in un sistema di reciproca fondazione e dipendenza. Nessuna fonda e riflette la totalità, ognuna presuppone in qualche modo fondazioni anteriori da un’altra scienza. Solo una scienza – secondo Aristotele – va fino al fondamento vero e proprio di ogni umana conoscenza; perciò egli la chiama “filosofia prima”. Tutte le altre presuppongono almeno questa riflessione di base e sono quindi “scientiae subalternatae”: scienze subalterne costruite su un’altra scienza. In questa teoria generale della scienza Tommaso introduce una spiegazione della Teologia. Egli dice che anche la teologia è in questo senso “scienza subalterna”, perché non è essa a “vedere” o “dimostrare” i suoi ultimi fondamenti. Questa visione è il punto di riferimento del pensiero teologico, punto che garantisce la sua giustezza. Il lavoro dei teologi è in questo senso sempre “secondario”, relativo alla reale esperienza dei santi. Senza questo punto di riferimento, senza questo intimo ancoraggio in simili esperienze essa perde il suo carattere di realtà. Questa è l’umiltà richiesta ai teologi…La teologia diventa un puro gioco intellettuale e perde anche il suo carattere di scienza senza il realismo dei santi, senza il loro contatto che qui è in questione.
b.         La verifica della fede nella vita. Se noi ci fidiamo della visione di Gesù e crediamo alla sua parola, non ci troviamo affatto mai in piena oscurità. Il messaggio di Gesù risponde ad un’intima attesa del nostro cuore; corrisponde a un’interna luce del nostro essere che mira alla verità di Dio. Certo è che a tutta prima noi siamo dei credenti di “seconda mano”. Ma san Tommaso d’Aquino caratterizza giustamente la fede come un processo, una strada interiore quando dice: “La luce della fede ci conduce alla visione”. Giovanni allude più volte nel suo Vangelo, per esempio nella storia di Gesù con la samaritana, a questo processo. La donna racconta ciò che le è successo con Gesù e come ha riconosciuto in lui il messia, il salvatore che apre la via a Dio e di conseguenza introduce alla sua conoscenza che dà la vita. Che proprio questa donna dica tutto questo rende attenti i suoi concittadini; credono a Gesù “a causa della donna”, credono di seconda mano. Ma proprio per questo essi invitano Gesù a rimanere con loro e vengono a parlare con lui. Alla fine essi possono dire alla donna: noi non crediamo più a causa delle tue parole, ma ora noi sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo (Gv 4,42). Nell’incontro vivo la fede è divenuta conoscenza, “sapere”.A dire il vero, sarebbe un’illusione se ci si rappresentasse la fede semplicemente come un cammino rettilineo di progresso. Siccome essa è legata strettamente alla nostra vita, con tutti i suoi alti e bassi, ci sono sempre dei passi indietro che obbligano a nuovi inizi. Ogni stagione della vita deve trovare la sua maturità, pena una ricaduta nella immaturità corrispondente. Tuttavia possiamo dire ugualmente che nella vita della fede cresce anche una certa evidenza di questa fede. La sua realtà ci tocca, e l’esperienza di una vita vissuta nella fede ci assicura che di fatto Gesù è il salvatore del mondo. A questo punto il secondo aspetto si congiunge con il primo. Nel Nuovo testamento la parola “santo” indicava i cristiani in genere, i quali anche allora non avevano tutte le qualità che si esigono da un santo canonizzato. Ma con questa denominazione si voleva dire che erano tutti chiamati, per la loro esperienza, per il loro incontro con la persona del Signore risorto, ad essere per gli altri un punto di riferimento, che li poteva mettere in contatto con la visione del Dio vivente propria di Gesù. Ciò vale anche oggi. Un credente, che si lascia formare e condurre nella fede della Chiesa, è, con tutte le sue debolezze e difficoltà, una finestra per la luce del Dio vivente, e se crede veramente lo è anche di fatto, ne fa esperienza. Contro le forze che soffocano lo sguardo alla realtà in tutti gli ambiti cioè alla verità, al bene, a Dio e quindi a Dio incarnato e risorto, il credente è una forza antagonista. Una fede ancora appena agli inizi cresce nell’appoggiarsi a lui. Come la samaritana divenne un invito a Gesù, così la fede dei credenti cresce donandola e per essenza è un punto di riferimento per la ricerca di Dio nell’oscurità di un mondo ostile a Dio, che mai è ostile al mondo. In questo contesto è interessante ricordare che la chiesa antica dopo la fine del tempo apostolico sviluppò come Chiesa un’attività missionaria relativamente ridotta, non aveva alcuna strategia propria per l’annuncio della fede ai pagani e che ciò nonostante il suo tempo divenne un periodo di grande successo missionario. La conversione del mondo antico al cristianesimo non fu il risultato di un’attività pianificata, ma il frutto della prova della fede nel modo come si rendeva visibile nella vita dei cristiani e nella comunità della Chiesa. L’invito reale da esperienza a esperienza e nient’altro fu, umanamente parlando, la forza missionaria dell’antica Chiesa. La comunità di vita della Chiesa invitava alla partecipazione a questa vita, in cui si svelava la verità da cui veniva questa vita. Viceversa l’apostasia dell’età moderna si fonda sulla caduta di verifica della fede nella vita dei cristiani. In questo si dimostra la grande responsabilità dei cristiani oggi. Essi dovrebbero essere dei punti di riferimento della fede come di persone che sanno di Dio, dimostrare nella loro vita la fede come verità per diventare così dei segnavia per altri. La nuova evangelizzazione, di cui abbiamo oggi così urgente bisogno, non la realizziamo con teorie astutamente escogitate: l’insuccesso catastrofico della catechesi moderna è fin troppo evidente. Soltanto l’intreccio tra una verità in sé conseguente e la garanzia nella vita di questa verità può far brillare quell’evidenza della fede attesa dal cuore umano; solo attraverso questa porta lo Spirito santo entra nel mondo.
c.         Io, tu e noi nella fede. La mediazione attraverso Gesù e quella dei santi che ne deriva si uniscono  in una terza riflessione. L’atto di fede è un atto profondamente personale, ancorato nella più intima profondità dell’io umano. Ma proprio perché esso è interamente personale,è anche un atto di comunicazione. L’io nella sua essenza più profonda è riferito altu e viceversa: il rapporto reale, che diventa “comunione”, può nascere soltanto nella profondità della persona. L’atto di fede è partecipazione alla visione di Gesù, un appoggiarsi su Gesù; Giovanni che si appoggia al cuore di Gesù è un’icona di quanto propriamente la fede significa. La fede è comunione con Gesù e in tal modo liberazione dalla repressione che si oppone alla verità, liberazione del mio io dalla sua chiusura in se stesso per farne una risposta al Padre, al sì dell’amore, al sì verso l’essere, a quel sì che è la nostra redenzione e che vince il “mondo”. La fede è, in corrispondenza, a partire dalla sua più intima essenza un “co – essere”, fuoruscita da quell’isolamento del mio io che è la sua malattia. L’atto di fede è apertura alla vastità, rottura della barriera della mia soggettività – quello che Paolo descrive con le parole: “Io vivo, ma non più io, bensì Cristo vive in me” (Gal 2,20). L’io liberato si ritrova in un io più grande, nuovo. Paolo definisce “rinascita” questo processo di scioglimento del primo io e del suo nuovo risveglio in un io più grande. In questo nuovo io verso cui la fede mi libera, mi trovo unito non solo con Gesù, ma con tutti coloro che hanno percorso la stessa strada. In altre parole: la fede è necessariamente fede ecclesiale. Vive e si muove nel noi della Chiesa, unita con l’io comune di Gesù Cristo. In questo nuovo soggetto cade il muro fra me e l’altro; il muro che divide la mia soggettività dall’oggettività del mondo e che me lo rende inaccessibile, il muro fra me e la profondità dell’essere. In questo soggetto nuovo io sono al tempo stesso con Gesù, e tutte le esperienze della Chiesa appartengono a me, sono diventate mie proprie, sono cattolico. Naturalmente questa rinascita non si compie in un momento, ma attraversa tutta la strada della mia vita. Ma è essenziale il fatto che non posso costruire la mia fede personale in un dialogo privato con Gesù. La fede o vive questo noi, oppure non vive affatto. Fede e vita, verità e vita, io e noi non sono separabili, e solo nel contesto della comunione di vita nel noi dei credenti, nel noi della Chiesa, la fede sviluppa la sua logica, la sua forma organica. Qui può sorgere la domanda: Dove trovo la Chiesa? Dove essa diventa per me vivibile quale essa è in verità, al di là della sua dottrina ministeriale e del suo ordine sacramentale? Questa domanda può diventare una vera necessità. E tuttavia oggi si offrono accanto alla parrocchia come spaio normale dell’esperienza di fede anche comunità formatesi recentemente, le quali nascono proprio da questa comunione della fede le conferiscono di nuovo la freschezza di un’esperienza immediata.”Comunione e Liberazione – ha detto Ratzinger agli Esercizi aCollevalenza nel 1986 –è uno di questi luoghi di esperienza di Chiesa e, in tal modo, di accesso alla comunione con Gesù, alla partecipazione alla sua visione. Affinché un simile movimento rimanga sano e veramente fecondo, è importante mantenere in giusto equilibrio due aspetti. Da una parte una simile comunità deve essere realmente cattolica, cioè portare in se stessa la vita e la fede di tutti i luoghi e di tutti i tempi, e lasciarsi formare di qui. Se non affonda le sue radici in questo fondamento comune, essa diventa settoriale e insensata. Ma d’altra parte la Chiesa universale diventa astratta e irreale se non viene rappresentata viva qui e oggi, in questo luogo e in questo tempo, in una comunità concreta. In tal modo la vocazione di simili movimenti, nelle singole “comunità”, di qualunque specie esse sono, è quella di vivere una vera e profonda cattolicità, anche con al rinuncia al proprio, che ciò comporta. Allora esse diventano feconde, perché allora diventano esse stesse Chiesa: luogo dove la fede nasce e così luogo della rinascita della verità”.

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