martedì 17 luglio 2012

Unità tra lo spirito e la lettera del Vaticano II


Perché la recezione del Concilio, in grandi parti della Chiesa, finora si è svolta in modo così difficile? Tutto dipende dalla giusta interpretazione del Concilio, dalla sua giusta ermeneutica, dalla giusta chiave di lettura e di applicazione

“Perché la recezione del Concilio, in grandi parti della Chiesa, finora si è svolta in modo così difficile? Ebbene, tutto dipende dalla giusta interpretazione del Concilio o – come diremmo oggi – dalla sua giusta ermeneutica, dalla giusta chiave di lettura e di applicazione. I problemi della recezione sono nati dal fatto che due ermeneutiche contrarie si sono trovate a confronto e hanno litigato tra loro. L’una ha causato confusione, l’altra, silenziosamente ma sempre più
visibilmente, ha portato e porta frutti. Da una parte esiste un’interpretazione che vorrei chiamare ‘ermeneutica della discontinuità e della rottura’; essa non di rado si è potuta avvalere della simpatia dei mass – media, e anche di una parte della teologia moderna. Dall’altra parte c’è ‘l’ermeneutica della riforma’, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto – Chiesa, che il Signore ci ha donato; è un soggetto che cresce   nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino.
L’ermeneutica della discontinuità rischia di finire in una rottura tra Chiesa preconciliare e Chiesa postconciliare. Essa asserisce che i testi del Concilio come tali non sarebbero ancora la vera espressione dello spirito del Concilio. Sarebbero il risultato di compromessi nei quali per raggiungere l’unanimità, si è dovuto ancora trascinarsi dietro e riconfermare molte cose vecchie ormai inutili. Non in questi compromessi, però, si rivelerebbe il vero spirito del Concilio, ma invece negli slanci verso il nuovo che sono sottesi ai testi: solo essi rappresenterebbero il vero spirito del Concilio, e partendo da essi e in conformità ad essi rappresenterebbero il vero spirito del Concilio, e partendo da essi e in conformità con essi bisognerebbe andare avanti. Proprio perché i testi rispecchierebbero solo in modo imperfetto il vero spirito del Concilio e la sua novità, sarebbe necessario andare coraggiosamente al di là dei testi, facendo spazio alla novità nella quale si esprimerebbe l’intenzione più profonda, sebbene ancora indistinta, del Concilio. In una parola: occorrerebbe seguire non i testi del Concilio, ma il suo spirito. In tal modo, ovviamente, rimane un vasto margine per la domanda su come allora si definisca questo spirito e, di conseguenza, si concede spazio ad ogni estrosità. Con ciò, però, si fraintende in radice la natura di un Concilio come tale. In questo modo, esso viene considerato come una specie di Costituente, che elimina una costituente vecchia e ne crea una nuova. Ma la Costituente ha bisogno di un mandante e poi di una conferma da parte del mandante, cioè del popolo al quale la costituzione deve servire. I Padri non avevano un tale mandato e nessuno lo aveva mai dato loro; nessuno, del resto, poteva darlo, perché la costituzione essenziale della Chiesa viene dal Signore e ci è stata data affinché noi possiamo raggiungere la vita eterna e, partendo da questa prospettiva, siamo in grado di illuminare anche la vita nel tempo e il tempo stesso. I Vescovi, mediante il sacramento che hanno ricevuto, sono fiduciari del dono del Signore. Sono “amministratori dei misteri di Dio” (1 Cor 4,1); come tali devono amministrare il dono del Signore in modo giusto, affinché non resti occultato in qualche nascondiglio, ma porti frutto e il Signore, alla fine, possa dire all’amministratore: “Poiché sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto” (Mt 25,14-30; Lc 19,11-27). In queste parabole evangeliche si esprime la dinamica della fedeltà, che interessa nel servizio del Signore, e in esse si rende anche evidente, come in un Concilio dinamica e fedeltà debbano diventare una cosa sola.
All’ermeneutica della discontinuità si oppone l’ermeneutica della riforma, come l’hanno presentata dapprima Papa Giovanni XXIII nel suo discorso d’apertura del Concilio l’11 ottobre 1962 e poi Papa Paolo VI nel discorso di conclusione del 7 dicembre 1965. Vorrei qui citare soltanto le parole ben note di Giovanni XXIII, in cui questa ermeneutica viene espressa inequivocabilmente quando dice che il Concilio “vuole trasmettere pura e integra la dottrina, senza attenuazioni o travisamenti” e continua: “Il nostro dovere  non è soltanto di custodire questo tesoro prezioso, come se ci preoccupassimo solo dell’antichità, ma di dedicarci con alacre volontà e senza timore a quell’opera, che la nostra età esige…E’ necessario che questa dottrina certa e immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che corrisponda alle esigenze del nostro tempo. Una cosa infatti è il deposito della fede, cioè  le verità contenute nella nostra veneranda dottrina, e altra cosa è il modo col quale esse sono enunciate, conservando ad esse tuttavia lo stesso senso e la stessa portata”.
E’ chiaro che questo impegno di esprimere in modo nuovo una determinata verità esige una nuova riflessione su di essa e un nuovo rapporto vitale con essa; è chiaro pure che la nuova parola può maturare soltanto se nasce da una comprensione consapevole della verità espressa e che, d’altra parte, la riflessione sulla fede esige anche che si viva questa fede. In questo senso il programma proposto da Giovanni XXIII era estremamente esigente, come appunto è esigente la sintesi tra fedeltà e dinamica. Ma ovunque questa interpretazione è stata l’orientamento che ha guidato la recezione del Concilio, è cresciuta una nuova vita e sono maturati frutti nuovi. Quarant’anni dopo il concilio possiamo rilevare che il positivo è più grande e più vivo di quanto non potesse apparire nell’agitazione degli anni intorno al 1968. Oggi vediamo che il seme buono, pur sviluppandosi lentamente, tuttavia cresce, e cresce così anche la nostra profonda gratitudine per l’opera svolta dal Concilio” (Benedetto XVI, Discorso alla Curia Romana, 23 dicembre 2005).

I pericoli della ‘discontinuità’ tra pre concilio e post concilio furono già evidenziati dal filosofo francese Jean Guitton in un noto articolo “Sviluppo e non rottura della dottrina della Chiesa” scritto nel 1966, all’immediata chiusura del Vaticano II, sulla soglia del post Concilio. La sua lucida e profetica analisi fu in piena armonia col sentire dell’allora papa, Paolo VI, di cui amico, e rivela ancor oggi una perfetta aderenza al pensiero dell’attuale Sommo Pontefice, Benedetto XVI. Ciò documenta che il senso corretto e l’equilibrio dottrinale fu sempre presente,  fin dagli inizi, anche nella Chiesa post conciliare in comunione con il Papa e spiriti illuminati e fedeli lo seppero attestare con nobiltà di linguaggio e precisione di indagine. Lo strumento più grande della comunicazione del vero cioè di Cristo risorto presente per tutti nella vita della Chiesa è la sua stessa continuità dinamica: si chiama Tradizione. La Tradizione è la coscienza della comunità che vive ora, ricca della memoria di tutta la sua vicenda storica, come di tutti i suoi 21 Concili ecumenici.
“La storia della Chiesa – scrive Guitton - insegna che i periodi difficili e “vulnerabili” sono quelli che seguono un Concilio. I pericoli che minacciano il Vaticano II, e ne possono ritardare e anche compromettere i frutti, sono due:
-         da una parte “il pericolo dell’inerzia”, cioè la ostinata resistenza interna in attesa di ritornare alla situazione precedente, che il Concilio si è prefisso di riformare. Ma non è il pericolo più grave per la fede.
-         Il vero pericolo è il secondo: l’atteggiamento di coloro che vogliono vedere il Concilio non come “sviluppo dinamico della dottrina” che conserva l’identità delle origini attraverso gli adattamenti lungo il corso dei secoli, ma come “rottura” con il passato, come una “riscoperta” fatta dopo quindici secoli della verità evangelica.
In altri termini, che si contrapponga la Chiesa di Gesù Cristo alla Chiesa storica, fino a presentare quest’ultima incomprensibile, sorpassata, estranea, anzi cieca e perfino colpevole; e si contrappongano, quindi, cattolici a cattolici, generazioni di ieri e generazioni di oggi.
 Le accuse di costoro si possono così formulare: finora parlando della Chiesa si è insistito, quasi esclusivamente sull’autorità, la legge, il diritto, la gerarchia e quindi la sottomissione. Questo tempo di ignoranza è finito. Incomincia l’era della libertà e, di conseguenza, della dignità umana e cristiana. Ancora: finora si è predicato che la Chiesa è legata all’idea di verità, la verità divina e integrale comunicata attraverso una formulazione umana. Questo tempo è finito. La verità è al di là della Chiesa, è nella convergenza di tutte le verità possedute da tutte le famiglie spirituali verso un al di là ancora non ben definito, che sarà il Cristo in tutto e in tutti.
Finora si è insegnato che la Chiesa è fondata sulla roccia, cioè Pietro. E’ finito questo tempo. La Chiesa si presenta come la comunione dei vescovi, segno della comunione dei cristiani, della quale il papato non è che il docile interprete. Finora si era detto che la Chiesa non è di questo mondo, che essa si oppone allo spirito di questo secolo. Finiti questi tempi. La Chiesa riconosce che lo Spirito opera come storia del mondo, che questa è una specie di rivelazione, per cui la Chiesa si deve porre alla scuola e in ascolto del mondo in molte cose.
E si potrebbe continuare l’elenco di queste posizioni dialettiche.
La verità  - risponde il pensatore cattolico – è fatta dell’unione di verità complementari. L’errore è una verità dissociata dal suo complemento e disintegrata. La verità non è una sola verità isolata: è l’unione delle verità. Questo è il significato profondo e la grandezza del cattolicesimo: che nella verità una e universale s’ingrandiscono tutte le verità.
Si deve, pertanto, affermare contemporaneamente e in una giusta interdipendenza l’autorità della legge e la libertà dell’individuo, la forza della verità e la libertà di iniziativa della persona, l’intransigenza nell’affermare ciò che non può essere messo in discussione e il rispetto delle opinioni e della ricerca.
Ancora: l’unità, anzi, l’unicità del cristianesimo che è la religione della pienezza, e l’unione delle Chiese che partecipano a questa pienezza senza che la possiedano tutt’intera singolarmente: questo è il compito, radioso e doloroso ad un tempo, che l’ecumenismo di domani avrà davanti a sé più dell’ecumenismo di ieri. Ancora: bisogna affermare contemporaneamente il potere di Pietro, uno dei dodici, ma capo e arbitro e supremo responsabile, e il potere dei dodici riuniti che lo Spirito santo  ha scelti e costituiti a reggere la Chiesa di Dio. E’ un’impresa difficile definire le istituzioni che permettano l’armonico operare di questi due poteri uguali, di cui uno è subordinato all’altro.
Ancora: si deve armonizzare l’amore evangelico del mondo con la trascendenza della verità, alla quale tante volte il mondo si oppone; conservare la purezza del fermento mescolato alla pasta; assimilare senza essere assimilati; insegnare e dialogare: compito difficile e sublime.
Dopo il Concilio la vocazione alla sintesi misteriosa e suprema – vocazione propria dei cattolici – mobilita ed esalta in sommo grado le forze dello spirito e dell’amore. Ed è dolce e duro portare il nome dei cattolici.
L’avvenire del Concilio è in questa capacità di giusta interpretazione, che richiede uno sforzo vigilante e continuo di buona volontà e di intelligenza da parte di tutti, perché il concilio porti tutti i suoi frutti”.
Quel periodo di interpretazione fondata su un’idea di discontinuità, che insorse nei primi anni del post concilio, è ricordato da Benedetto XVI invitando tutti a non ripetere il tragico errore: “Sappiamo, infatti, come dopo il Concilio Vaticano II alcuni erano convinti che tutto fosse nuovo, che ci fosse un’altra Chiesa, che la Chiesa pre – conciliare fosse finita e ne avremmo avuta un’altra, totalmente “altra”. Un utopismo anarchico! E grazie a Dio i timonieri saggi della barca di Pietro, Papa Paolo VI e Giovanni Paolo II, da una parte hanno difeso la novità del Concilio e dall’altra, nello stesso tempo, hanno difeso l’unicità e la continuità della Chiesa, che è sempre Chiesa di peccatori e sempre luogo di grazia”.
E’ mediante la Chiesa che Dio salva l’intera umanità. In un’intervista al card. Ratzinger in Sale della terra, p. 257. “In questa considerazione sul rapporto Chiesa – mondo, splende la coscienza dell’insostituibile identità e forza della Chiesa Cattolica per la salvezza del mondo.
Domanda: Riguardo alla missione della Chiesa nel mondo il cardinale inglese Newman una volta osservò: “Solo perché ci siamo noi cristiani, perché c’è una rete internazionale di comunità diffusa in tutta la terra, viene fermato il declino del mondo. La sussistenza del mondo è legata alla sussistenza della Chiesa. Se questa si ammala, il mondo innalzerà un lamento su se stesso”.
Risposta: Qualcuno può considerare questa opinione molto drastica, comunque direi che proprio la storia delle grandi dittature atee del nostro secolo, nazionalsocialismo e comunismo, dimostra che la caduta della Chiesa, la distruzione e l’assenza della fede come forza plasmatrice, trascinano il mondo in rovina. E se nel paganesimo precristiano aveva ancora una certa innocenza e il legame con gli dei rappresentava ancora dei valori originari, che ponevano dei limiti al male, ora, se cedono le forze che si oppongono al male, il tracollo sarà ancora più spaventoso. Con certezza empirica si può dire che se improvvisamente la forza morale, che la fede cristiana rappresenta, venisse sottratta all’umanità, essa vacillerebbe come una nave speronata da un iceberg e ci sarebbe un grave pericolo per la sopravvivenza dell’umanità”.

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