martedì 17 luglio 2012

L'unità segno di riconoscimento della Chiesa‏

L’unità è il segno di riconoscimento, ilbiglietto da visita’ della Chiesa nel corso della sua storia universale. Fin dall’inizio, dal giorno di Pentecoste, essa parla tutte le lingue. La Chiesa universale precede le Chiese particolari e queste devono sempre conformarsi a quella, secondo un criterio di unità e di universalità

Questo è l’effetto dell’opera di Dio: l’unità; perciò l’unità è il segno di riconoscimento, ilbiglietto da visita della Chiesa nel corso della sua storia universale. Fin dall’inizio, dal giorno di Pentecoste, essa parla tutte le lingue. La Chiesa universale precede la Chiese particolari, e queste devono sempre conformarsi a quella, secondo un criterio di unità e di universalità. La Chiesa non rimane mai prigioniera di confini politici, razziali e culturali; non si può confondere con gli Stati e neppure con le Federazione di Stati, perché la sua unità è di genere diverso e aspira ad attraversare tutte le frontiere umane. Da questo, cari
fratelli, deriva un criterio pratico di discernimento per la vita cristiana: quando una persona, o una comunità, si chiude nel proprio modo di pensare e di agire, è segno che si è allontanata dallo Spirito santo. Il cammino dei cristiani e della Chiese particolari deve sempre confrontarsi con quello della Chiesa una e cattolica, e armonizzarsi con essa. Ciò non significa che l’unità creata dalla Spirito santo sia una specie di egualitarismo. Al contrario questo è piuttosto il modello di Babele, cioè l’imposizione di una cultura che potremmo definire ‘tecnica’. La Bibbia, infatti, ci dice che a Babele tutti parlavano una sola lingua. A Pentecoste, invece, gli Apostoli parlano lingue diverse in modo che ciascuno comprenda il messaggio nel proprio idioma. L’unità dello Spirito si manifesta nella pluralità della comprensione. La Chiesa è per sua natura una e molteplice, destinata com’è a vivere presso tutte le nazioni, tutti i popoli, e nei più diversi contesti sociali. Essa risponde alla sua vocazione, di essere segno e strumento di unità di tutto il genere umano, solo se rimane autonoma da ogni Stato e da ogni cultura particolare. Sempre e in ogni luogo la Chiesa deve essere veramente, cattolica e universale, la casa di tutti in cui ciascuno si può ritrovare” (Benedetto XVI, Omelia di Pentecoste, 23 maggio 2010).

Ma il dono soprannaturale dell’unità esige anche di essere adeguatamente espresso e di assumere forma visibile soprattutto in ciò che è fonte e culmine del convenire, della vita ecclesiale: la liturgia o presenza e azione sacramentale del Crocefisso risorto in persona. La liturgia è, per il suo stesso essere, proiettata verso l’orizzonte dell’unità perché con il Risorto, con la partecipazione alla sua vita, non ci sono più separazioni. La diversità tra forma extra-ordinaria e forma ordinaria dell’unico rito romano è assunta nel processo verso l’unità. Mentre l’unità è nell’ordine dei fini, la diversità anche nella preghiera liturgica è in quello dei mezzi: non è quindi fine a se stessa. La diversità deve essere una nota dell’unità, non un’alternativa. Quando invece la diversità perdesse il rapporto con l’unità e venisse ‘idolatrata’ in se stessa, mancherebbe miseramente al suo fine e comprometterebbe il piano di Dio che è uno e unico. Infatti quando le diversità, per esempio tra forma ordinaria ed extra-ordinaria dell’unico rito romano, assurgono ideologicamente a valori  assoluti e si chiudono all’orizzonte aperto della “sostanziale unità del Rito romano” provocano un arresto e generano un processo di decomposizione nella Chiesa e nella storia umana, per ragioni teologiche e costituzionali della Chiesa, che ha in Roma il centro della sua unità e della sua cattolicità. Chi non si sente romano difficilmente potrà assimilare tutto lo spirito della liturgia. La romanità è la salvaguardia della purezza dello spirito liturgico. Le deviazioni in materia di liturgia, come in tanti altri campi del pensiero e della pratica della vita cristiana, hanno di solito come base la mancanza di romanità.  Un eccessivo e chiuso patriottismo fa vedere come un rivale l’amore a Roma, e qualifica d’incomprensione le sue norme, e come dispotiche imposizioni, le sue leggi. La romanità anche liturgica è la base – come ricordava Paolo VI il 14 ottobre del 1968 al Consilium liturgico -  della nostra cattolicità. E citando E. Bishof  “La maniera romana non manca di virtù sue proprie, virtù tanto indispensabili e degne di essere apprezzate, in quanto la storia religiosa d’Europa in diverse fasi permette di constatare i dannosi effetti che sono derivati dal loro misconoscimento”. Quanto è importante oggi che attraverso una forte azione secolarizzante mediatica si crea, ingigantendo eventuali limiti, diffidenza verso la Curia cioè verso l’esercizio del magistero pontificio di Benedetto XVI che nell’Omelia di insediamento del 8 maggio 2005 disse: “In quanto cattolici, in qualche modo, tutti siamo anche romani. Con le parole del salmo 87, un inno di lode a Sion, madre di tutti i popoli, cantava Israele e canta la Chiesa: “Si dirà di Sion: l’uno e l’altro è nato in essa”(v. 5). Similmente, anche noi potremmo dire: in quanto cattolici, in qualche modo, siamo tutti nati a Roma”. E nel Motu proprio Summorum Pontificum afferma, con l’autorità pontificia, che sia la forma ordinaria ed extra-ordinaria fan parte dell’unico Rito Romano.

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