martedì 19 giugno 2012

Essere battezzati vuol dire essere uniti a Dio‏


Essere battezzati vuol dire essere uniti a Dio; in un’unica, nuova esistenza, apparteniamo a Dio, siamo immersi in Dio stesso

“Pensando a questo, possiamo subito volere alcune conseguenze.
-              La prima è che Dio non è più molto lontano per noi, non è una realtà da discutere – se c’è o non c’è -, ma siamo in Dio e Dio è in noi. La priorità, la centralità di Dio nella nostra vita è una prima conseguenza del Battesimo. Alla questione: “C’è Dio, la risposta è: “C’è ed è con noi; centra nella nostra vita questa vicinanza di Dio, questo essere in Dio stesso, che non  è una stella lontana, ma è l’ambiente della mia vita”. Questa sarebbe la prima conseguenza e
quindi dovrebbe dirci che noi stessi dobbiamo tenere conto di questa presenza di Dio, vivere realmente nella sua presenza.
-              Una seconda conseguenza di quanto ho detto è che noi non ci facciamo cristiani. Divenire cristiani non è una cosa che segue da una mia decisione: “Io adesso mi faccio cristiano”. Certo, anche la mia decisione è necessaria, ma soprattutto è un’azione di Dio con me: non sono io che mi faccio cristiano, io sono assunto da Dio, preso in mano da Dio e così, dicendo “sì” a questa azione di Dio, divento cristiano (fin dall’inizio della mia vita). Divenire cristiani, in un certo senso, è passivo: io non mi faccio cristiano, ma Dio mi fa un suo uomo, Dio mi prende in mano e realizza la mia vita in una nuova dimensione. Come io non mi faccio vivere, ma la mia vita mi è data; sono nato non perché io mi sono fatto uomo, ma sono nato perché l’essere umano mi è donato. Così anche l’essere cristiano mi è donato, è un passivo per me, che diventa un attivo nella nostra, nella mia vita. E questo fatto del passivo, di non farsi da se stessi cristiani, ma di essere fatti cristiani da Dio, implica già un po’ il mistero della Croce: solo morendo al mio egoismo, uscendo da me stesso, posso essere cristiano…E’ giusto il Battesimo dei bambini? E’ giusto farlo o sarebbe più necessario fare prima il cammino catecumenale per arrivare ad un battesimo veramente realizzato? E l’altra questione che si pone sempre è: “Ma possiamo imporre ad un bambino quale religione vuole vivere o noNon dobbiamo lasciare a quel bambino la scelta?”. Queste domande mostrano che non vediamo più nella fede cristiana la vita nuova, la vera vita, ma vediamo una scelta tra altre, anche un peso che non si dovrebbe imporre senza aver avuto l’assenso del soggetto. La realtà è diversa. La vita stessa ci viene data senza che noi possiamo scegliere se vogliamo vivere o no; a nessuno può essere chiesto: “vuoi essere nato o no?”. La vita stessa ci viene data necessariamente senza consenso previo, ci viene donata così e non possiamo decidere prima “sì o no, voglio vivere o no”. E, in realtà, la vera domanda è:”E’ giusto donare vita in questo mondo senza avere avuto il consenso – vuoi vivere o no? Si può realmente anticipare la vita, dare la vita senza che il soggetto abbia avuto la possibilità di decidere?”.Io direi: è possibile ed è giusto soltanto se, con la vita, possiamo dare anche la garanzia che la vita, con tutti i problemi del mondo, sia buona, che sia bene vivere, che ci sia una garanzia che questa vita sia buona, sia protetta da Dio e che sia un vero dono. Solo l’anticipazione del senso giustifica l’anticipazione della vita. E perciò il Battesimo come garanzia del bene di Dio, come anticipazione del senso, del “sì” di Dio che protegge questa vita, giustifica anche l’anticipazione della vita. Quindi il Battesimo dei bambini non è contro al libertà; è proprio necessario dare questo, per giustificare anche il dono – altrimenti discutibile – della vita. Solo la vita che è nelle mani di Dio, nelle mani di Cristo, immersa nel nome del Dio trinitario, è certamente un bene che si può dare senza scrupoli. E così siamo grati a Dio che ci ha donato questo dono, che ci ha donato se stesso. E la nostra fede è vivere questo dono, vivere realmente, in un cammino post-battesimale, sia le rinunce che il “sì” e vivere nel grande “sì” di Dio, e così vivere bene.
-              Un terzo elemento che si apre subito in questa visione è che, naturalmente, essendo immerso in Dio, sono unito ai fratelli e alle sorelle, perché tutti gli altri sono in Dio e se io sono tirato fuori dal mio isolamento, se io sono immerso in Dio, sono immerso nella comunione con gli altri. Essere battezzati non mai un atto solitario di “me”, ma è sempre necessariamente un essere unito con tutti gli altri, un essere in unità e solidarietà con tutto il Corpo di Cristo, con tutta la comunità dei suoi fratelli e sorelle. Questo fatto che il Battesimo mi inserisce in tutta la comunità dei suoi fratelli e sorelle. Questo fatto che il Battesimo mi inserisce in comunità, rompe il mio isolamento. Dobbiamo tenerlo presente nel nostro essere cristiani.
E finalmente, ritorniamo alla Parola di Cristo ai sadducei: “Dio è il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe” (Mt 22,23), e quindi questi non sono morti; se sono di Dio sono vivi. Vuol dire che con il Battesimo, con l’immersione nel nome di Dio, siamo anche noi già immersi nella vita immortale, siamo vivi per sempre. Con altre parole, il battesimo è una prima tappa della Risurrezione: immersi in Dio, siamo già immersi nella vita indistruttibile, comincia la Risurrezione. Come Abramo, Isacco e Giacobbe essendo “nome di Dio” sono vivi, così noi, inseriti nel nome di Dio, siamo vivi nella vita immortale. Il Battesimo è il primo passo della Risurrezione, l’entrare nella vita indistruttibile di Dio” (Benedetto XVI, Convegno ecclesiale della Diocesi di Roma, 11 giugno 2012).

Uno dei momenti fondamentali della carità pastorale è la preparazione del sacramento del Battesimo o colloquio con i genitori che spesso rimandano, diffidano del Battesimo: orami è diventata una situazione missionaria. Dobbiamo farci interpreti, come sacerdoti, della realtà che ha inizio con il Battesimo. Nel Rituale classico, ereditato dalla Chiesa antica, il Battesimo inizia con la domanda: “Che cosa chiedete alla Chiesa di Dio?”. Si risponde semplicemente: “Il Battesimo”. Questo non esplicita che cosa è da desiderare. Nell’Antico Rituale si diceva: “La fede”. Cioè, una relazione nuova con Dio. Conoscere Dio. “E perché – si continua – chiedete la fede??”. “Perché vogliamo la vita eterna”. Vogliamo, cioè, una vita sicura anche nelle crisi future, nelle precarietà di malattie e terremoti, una vita che ha senso, che giustifica l’essere uomo. Questo dialogo da realizzare già prima della celebrazione del Battesimo con i genitori, è evangelizzare. Il dono delSacramento non è semplicemente una “cosa da fare”, ma è lavoro missionario, apostolico: la fede si rafforza nei genitori donandola. C’è poi la Cresima, da preparare nell’età in cui le persone iniziano a prendere decisioni anche nei riguardi della fede, come la  Penitenza e l’Eucaristia. Certamente non dobbiamo trasformare la Cresima in una specie di “pelagianesimo”, quasi che in essa uno si faccia cattolico da solo, in età adolescenziale, ma in un intreccio tra dono, consapevolezza del dono e risposta. L’Eucaristia, infine, è la presenza permanente di Cristo nella Celebrazione e Adorazione della Messa. Ogni iniziazione cristiana è per i genitori e il sacerdote un crescere nella fede, nella speranza e nella carità.

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