domenica 3 giugno 2012

Ambrogio e la politica come elevata forma di carità‏


Reggere la cosa pubblica  alla scuola di Sant’Ambrogio: amministratori e mai padroni dell’uomo, con la virtù della giustizia cioè la tensione per il bene della comunità intera,  non puntando a costringere ma amando la libertà con leggi che trovano giustificazione e forza sulla legge naturale, collaborando con la cultura che la fede ha maturato nei secoli attraverso la Chiesa, facendosi amare per cui la politica diventa una elevata forma di carità

“Nel rivolgere il mio deferente e cordiale saluto a voi, il mio pensiero corre a colui che è stato vostro illustre predecessore, sant’Ambrogio, governatore – consularis – delle provincie della  Liguria e dell’Aemilia, con sede nella città imperiale di Milano, luogo di transito e di riferimento – diremmo oggi – europeo. Prima di essere eletto, in modo inaspettato e assolutamente contro il suo volere perché si sentiva impreparato, Vescovo di Mediolanum, egli era stato il responsabile dell’ordine pubblico e vi aveva
amministrato la giustizia. Mi sembrano significative le parole con cui il prefetto Probo lo invitò come consularis a Milano; gli disse, infatti: “Va’ e amministra non come un giudice, ma come un vescovo”. Ed egli fu effettivamente un governatore equilibrato e illuminato che seppe affrontare  con saggezza, buon senso e autorevolezza le questioni, sapendo superare contrasti e ricomporre divisioni. Vorrei proprio soffermarmi brevemente su alcuni principi, che egli seguiva e che sono tutt’ore preziosi per quanti sono chiamati a reggere la cosa pubblica.
-         Nel suo commento al Vangelo di Luca, sant’Ambrogio ricorda che l’istituzione del potere deriva così bene da Dio, che colui che lo esercita è lui stesso ministro di Dio” (Espositio Evangelii secundum Lucam, IV, 29). Tali parole potrebbero sembrare strane agli uomini del terzo millennio, eppure esse indicano chiaramente una verità centrale sulla persona umana, che è solido fondamento della convivenza sociale: nessun potere dell’uomo può considerarsi divino, quindi nessun uomo è padrone di un altro uomo. Ambrogio lo ricorderà coraggiosamente all’imperatore scrivendogli: “Anche tu, o augusto imperatore, sei un uomo” (Epistula, 51,11).
-         Un altro elemento possiamo ricavare dall’insegnamento di sant’Ambrogio. La prima qualità di chi governa è la giustizia, virtù pubblica per eccellenza, perché riguarda il bene della comunità intera. Eppure essa non basta. Ambrogio le accompagna un’altra qualità: l’amore per la libertà, che egli considera elemento discriminante tra i governanti buoni e quelli cattivi, poiché come si legge in un’altra lettera, “i buoni amano la libertà, i reprobi amano la servitù” (Epistula 40,2). La libertà non è un privilegio per alcuni, ma un diritto per tutti, un diritto prezioso che il potere civile deve governare. Tuttavia, libertà non significa arbitrio del singolo, ma implica piuttosto la responsabilità di ciascuno. Si trova qui uno dei principali elementi della laicità dello Stato: assicurare la libertà affinché tutti possano proporre la loro visione della vita comune, sempre, però, nel rispetto dell’altro e nel contesto delle leggi che mirano al bene di tutti.
-         D’altra parte, nella misura in cui viene superata la concezione di uno Stato confessionale, appare chiaro, in ogni caso, che le sue leggi debbono trovare giustificazione e forza nella legge naturale, che è fondamento di un ordine adeguato alla dignità di ogni persona umana, superando una concezione meramente positivista dalla quale non possono derivare indicazioni che siano, in qualche modo, di carattere etico. Lo Stato è a servizio e a tutela di ogni persona e del suo “ben essere” nei suoi molteplici aspetti, a cominciare dal diritto alla vita, di cui non può mai essere consentita la deliberata soppressione. Ognuno può allora vedere come la legislazione e l’opera delle istituzioni statuali debbano essere in particolare a servizio della famiglia fondata sul matrimonio e aperta alla vita, e altresì riconoscere il diritto primario dei genitori alla libera educazione e formazione dei figli, secondo il progetto educativo da loro giudicato valido e pertinente. Non si rende giustizia alla famiglia, se lo Stato non sostiene la libertà di educazione per il bene comune della società.
-         In questo esistere dello Stato per i cittadini, appare preziosa costruttiva collaborazione con la Chiesa, senza dubbio non per una confusione delle finalità e dei ruoli diversi e distinti del potere civile e della stessa Chiesa, ma per l’apporto che questa ha offerto e tutt’ora può offrire alla società con la sua esperienza, la sua dottrina, la sua tradizione, le sue istituzioni e le sue opere con cui si è posta al servizio del popolo. Basti pensare allal splendida schiera dei Santi della carità, della scuola e della cultura, della cura degli infermi ed emarginati, serviti e amati come si serve e si ama il Signore. Questa tradizione continua a dare frutti: l’operosità dei cristiani lombardi in tali ambiti è assai viva e forse ancora più significativa che in passato. Le comunità cristiane promuovono queste azioni non tanto per supplenza, ma piuttosto come gratuita sovrabbondanza della carità di Cristo e dell’esperienza totalizzante della loro fede. IL tempo di crisi che stiamo attraversando ha bisogno, oltre che di coraggiose scelte tecnico – politiche, di gratuità, come ho avuto modo di ricordare: “La “città dell’uomo” non è promossa solo da rapporti di diritti e doveri, ma ancor più da relazioni di gratuità, di misericordia e di comunione” (Caritas in veritate, 6).
-         Possiamo raccogliere un ultimo prezioso invito di sant’Ambrogio, la cui figura solenne e ammonitrice è intessuta nel gonfalone della Città di Milano. A quanti vogliono collaborare con al governo e all’amministrazione pubblica, sant’Ambrogio richiede che si facciano amare. Nell’opera De officiis egli afferma: “Quella che fa l’amore, non potrà mai farlo la paura. Niente è così utile come farsi amare” (II, 29). D’altra parte, la ragione che, a sua volta, muove e stimola la vostra operosa e laboriosa presenza nei vari ambiti della vita pubblica non può che essere la volontà di dedicarvi al bene dei cittadini, e quindi una chiara espressione e un evidente segno di amore. Così, la politica è profondamente nobilitata, diventando una elevata forma di carità” (Benedetto XVI, Incontro con le Autorità nell’Arcivescovado di Milano, 2 giugno 2012).  

Milano è una delle città dove la fede è divenuta storicamente cultura innervando l’arte, la musica, la letteratura, l’industria, la politica, lo sport, le iniziative di solidarietà. Nella nuova evangelizzazione questa è una ricchezza di inestimabile valore per trasmettere alle future generazioni la fiaccola di una così luminosa tradizione. Quanto è urgente immettere nell’attuale contesto di frattura tra fede e cultura il lievito evangelico. La fede in Gesù Cristo, morto e risorto per noi, vivente in mezzo a noi, deve animare tutto il tessuto della vita, personale e comunitaria, pubblica e privata, così da consentire uno stabile e autentico “ben essere”, a partire dalla famiglia, che va riscoperta quale patrocinio principale dell’umanità, coefficiente e segno di una vera e stabile cultura in favore dell’uomo.

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