giovedì 24 maggio 2012

Concilio e trasmissione della Dottrina‏


Il Papa impegnava i Padri del Vaticano II ad approfondire e a presentare il deposito della perenne Dottrina cristiana in continuità con la tradizione millenaria della Chiesa

“In questo nuovo quinquennio proseguite insieme il rinnovamento ecclesiale che ci è stato affidato dal Concilio Ecumenico Vaticano II; il 50° anniversario del suo inizio, che celebreremo in autunno, sia motivo per  approfondirne i testi, condizione di una recezione dinamica e fedele. “Quel che più di tutto interessa il Concilio è che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito e insegnato in forma più efficace”, affermava il Beato Papa Giovanni XXIII nel discorso d’apertura. E vale la
pena meditare e leggere queste parole. Il Papa impegnava i Padri ad approfondire e a presentare tale perenne dottrina in continuità con la tradizione millenaria della Chiesa, “trasmettere pura e integra la dottrina, senza attenuazioni o travisamenti”, ma in modo nuovo, “secondo quanto è richiesto dai nostri tempi” (Discorso di solenne apertura del Concilio Vaticano II, 11 ottobre 1962).Con questa chiave di lettura e di applicazione, nell’ottica non certo di un’inaccettabile ermeneutica della discontinuità e della rottura, ma di un’ermeneutica della continuità e della riforma, ascoltare il Concilio e farne nostre le autorevoli indicazioni, costituisce la strada per individuarne le modalità con cui la Chiesa può offrire una risposta significativa alle grandi trasformazioni sociali e culturali del nostro tempo, che hanno conseguenze visibili anche sulla dimensione religiosa.
La razionalità scientifica e la cultura tecnica, infatti, non soltanto tendono ad uniformare il mondo, ma spesso travalicano i rispettivi ambiti specifici, nella pretesa di delineare il perimetro delle certezze di ragione unicamente con il criterio empirico delle proprie conquiste. Così il potere delle capacità umane finisce per ritenersi la misura dell’agire, svincolato da ogni norma morale. Proprio in tale contesto non manca di riemergere, a volte in maniera confusa, una singolare e crescente domanda di spiritualità e di soprannaturale, segno di un’inquietudine che alberga nel cuore dell’uomo che non si apre all’orizzonte trascendente di Dio. Questa situazione di secolarismo caratterizza soprattutto la società di antica tradizione cristiana ed erode quel tessuto culturale che, fino a un certo passato, era un riferimento unificante, capace di abbracciare l’intera esistenza umana e di scandirne i momenti più significativi, dalla nascita al passaggio alla vita eterna. Il patrimonio spirituale e morale in cui l’Occidente affonda le sue radici e che costituisce la sua linfa vitale, oggi non è più compreso nel suo valore profondo, al punto che più non se ne coglie l’istanza di verità. Anche una terra feconda rischia così di diventare deserto inospitale e il buon seme di venire soffocato, calpestato e perduto.
Ne è un segno la diminuzione della pratica religiosa, visibile nella partecipazione allal Liturgia eucaristica e, ancora di più, al Sacramento della Penitenza. Tanti battezzati hanno smarrito identità e appartenenza: non conoscono i contenuti essenziali della fede o pensare di poterla coltivare prescindendo dalla mediazione ecclesiale. E mentre molti guardano dubbiosi alle verità insegnate dalla Chiesa, altri riducono il Regno di Dio ad alcuni grandi valori, che hanno certamente a che vedere con il Vangelo, ma che non riguardano ancora il nucleo centrale della fede cristiana. Il Regno di Dio è dono che ci trascende. Come affermava il beato Giovanni Paolo II,”il regno non è un concetto, una dottrina, un programma soggetto a libera elaborazione, ma è innanzitutto una persona che ha il volto e il nome di Gesù di Nazareth, immagine del Dio invisibile” (Giovanni Paolo II, Redemptoris missio7 dicembre 1990, 18).  Purtroppo, è proprio Dio a restare escluso dall’orizzonte di tante persone; e quando non incontra indifferenza, chiusura o rifiuto, il discorso su Dio lo si vuole comunque relegato nell’ambito soggettivo, ridotto a un fatto intimo e privato, marginalizzato dalla coscienza pubblica. Passa da questo abbandono, da questa mancata apertura al Trascendente, il cuore della crisi che ferisce l’Europa, che è crisi spirituale e morale, l’uomo pretende di avere n’identità compiuta semplicemente in se stesso” (Benedetto XVI,All’Assemblea della Conferenza Episcopale Italiana,  24 maggio 2012).

Oggi il male vuole dominare nel mondo e quindi è necessario entrare in lotta contro il male, anche se questo indirizzo è fuori moda. L’uomo potrebbe distruggere il fondamento stesso della sua esistenza, la sua terra, e quindi, ecco la conversione, non possiamo più semplicemente fare con questa nostra terra, con la realtà affidataci, quanto vogliamo e quanto appare nel momento utile e promettente, ma dobbiamo rispettare le leggi interiori della creazione e obbedire a queste leggi, se vogliamo sopravvivere: si stanno distruggendo le fondamenta della morale e della società.  

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