martedì 21 febbraio 2012

Rimando alla presenza di Cristo

La Chiesa è veramente se stessa nella misura in cui lascia trasparire l’Altro – con la “A” maiuscola – da cui proviene e a cui conduce

“Il brano evangelico odierno presenta Pietro che, mosso una un’ispirazione divina, esprime la propria salda fede in Gesù, il Figlio di Dio ed il Messia promesso. In risposta a questa limpida professione di fede, fatta da Pietro anche a nome degli altri Apostoli, Cristo gli rivela la missione che intende affidargli, quella di essere la “pietra”, la “roccia”, il fondamento visibile su cui è costruito l’intero edificio spirituale della Chiesa (Mt 16,16 – 19). Tale denominazione di “roccia – pietra” non fa riferimento al carattere della persona, ma va compresa solo a partire da un aspetto più profondo, dal mistero: attraverso l’incarico che Gesù gli conferisce, Simon Pietro diventerà ciò che egli non è attraverso la “carne e il sangue”. L’esegeta Joachim Jeremias
ha mostrato che sullo sfondo è presente il linguaggio simbolico della “roccia santa”. Al riguardo può aiutarci un testo rabbinico in cui si afferma: “Il Signore disse: “Come posso creare il mondo, quando sorgeranno questi senza – Dio e mi si rivolteranno contro?”. Ma quando Dio vide che doveva nascere Abramo, disse: “Guarda, ho trovato una roccia, sulla quale posso costruire e fondare il mondo”. Perciò egli chiamò Abramo una roccia”. Il profeta Isaia vi fa riferimento quando ricorda al popolo “guardate alla roccia da cui siete stati tagliati…Ad Abramo vostro Padre” (51, 1-2). Abramo, il padre dei credenti, con la sua fede viene visto come la roccia che sostiene la creazione. Simone, che per primo ha confessato Gesù come il Cristo ed è stato il primo testimone della risurrezione, diventa ora, con la sua fede rinnovata, la roccia che si oppone alle forze distruttive del male.
Cari fratelli e sorelle! Questo episodio evangelico che abbiamo ascoltato trova una ulteriore ed eloquente spiegazione in un riconosciutissimo elemento artistico che impreziosisce questa Basilica Vaticana: l’altare della Cattedra. Quando si percorre la grandiosa navata centrale e, oltrepassato il transetto, si giunge all’abside, ci si trova davanti a un enorme trono di bronzo, che sembra librarsi, ma che in realtà è sostenuto dalle quattro statue di grandi Padre della Chiesa d’Oriente e d’Occidente. E sopra il trono, circondata da un trionfo di angeli sospesi nell’aria, risplende nella finestra ovale la gloria dello Spirito Santo. Che cosa ci dice questo complesso scultoreo, dovuto al genio del Bernini? Esso rappresenta una visione dell’essenza della Chiesa e, all’interno di essa, del magistero petrino.
La finestra dell’abside apre la Chiesa verso l’esterno, verso l’intera creazione, mentre l’immagine della colomba dello Spirito Santo mostra Dio come la fonte della luce. Ma c’è anche un altro aspetto da evidenziare: la Chiesa stessa è, infatti, come una finestra, il luogo in cui Dio si fa vicino, si fa incontro al nostro mondo. La Chiesa non esiste per se stessa, non è il punto di arrivo, ma deve rinviare oltre sé, verso l’altro, al di sopra di noi. La Chiesa è veramente se stessa nella misura in cui lascia trasparire l’Altro – con  la “A” maiuscola – da cui proviene e a cui conduce. La Chiesa è il luogo dove Dio “arriva” a noi, e dove noi “partiamo” verso di Lui; essa ha il compito di aprire oltre se stesso quel mondo che tende a chiudersi in se stesso e portargli la luce che viene dall’alto, senza il quale diventerebbe inabitabile.
La grande cattedra di bronzo racchiude il seggio ligneo del IX secolo, che fu a lungo ritenuto la cattedra dell’apostolo Pietro e fu collocato proprio su questo altare monumentale a motivo del suo alto valore simbolico. Esso, infatti, esprime la presenza permanente dell’Apostolo nel magistero dei suoi successori. Il seggio di san Pietro, possiamo dire, è il trono della verità, che trae origine dal mandato di Cristo dopo la confessione a Cesarea di Filippo. Il seggio magisteriale rinnova in noi anche la memoria delle parole rivolte dal Signore a Pietro nel Cenacolo: “Io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli” (Lc 22,32)…
Dopo aver considerato i diversi elementi dell’altare della Cattedra, ci rivolgiamo ad esso uno sguardo d’insieme. E vediamo che è attraversato da un duplice movimento: di ascesa e di discesa. E’ la reciprocità tra la fede e l’amore. La Cattedra è posta in grande risalto in questo luogo, poiché qui vi è la tomba dell’apostolo Pietro, ma anch’essa tende verso l’amore di Dio. In effetti, la fede è orientata all’amore. Una fede egoistica sarebbe una fede non vera. Chi crede in Gesù Cristo ed entra nel dinamismo d’amore che nell’Eucaristia trova la sorgente, scopre la vera gioia e diventa a sua volta capace di vivere secondo la logica di questo dono. La vera fede è illuminata dall’amore e conduce all’amore, verso l’alto, come l’altare della Cattedra eleva verso la finestra luminosa, la gloria dello Spirito santo, che costituisce il vero punto focale per lo sguardo del pellegrino quando varca la soglia della Basilica Vaticana. A quella finestra il trionfo degli angeli e le grandi raggiere dorate danno il massimo risalto, con un senso di pienezza traboccante che esprime la ricchezza della comunione con Dio. Dio non è solitudine, ma amore glorioso e gioioso, diffusivo e luminoso” (Benedetto XVI. Omelia nella Solennità della Cattedra di San Pietro, 19 febbraio 2012).

La fede è fondata sull’avvenimento continuo dell’incontro ecclesiale, biblico e sacramentale con Cristo oggi attraverso una corretta comprensione del Concilio Vaticano II e del suo frutto autentico cioè il Catechismo della Chiesa Cattolica e il suo Compendio.
Ogni persona umana realizza se stessa solamente in Cristo. Se siamo stati pensati e voluti nel Verbo incarnato, questi è la nostra intelligibilità, la via umana alla Verità e alla Vita, il significato ultimo del nostro esserci, il tutto in rapporto al quale valutiamo e scegliamo ogni azione o moralità.
Nella logica dell’Incarnazione di un Dio che possiede un volto umano, che ci ha amato sino alla fine, quello che è accaduto prima di morire e risorgere diventa attuale, contemporaneo per tutti nel Mistero della Chiesa. In che senso? Risponde il Vaticano II: “Come la natura assunta serve al Verbo divino da vivo organo di salvezza, a Lui indissolubilmente unito, così in modo non dissimile l’organismo sociale della Chiesa serve allo Spirito di Cristo che la vivifica, per la crescita del Corpo” (LG 8,1): questo soprattutto nella Liturgia, culmine e fonte di tutta l’essere e l’agire della Chiesa.
La Chiesa non è né identificata e né separata dal Signore risorto, ma è se stessa facendo trasparire  Lui proprio in una unione come lo sono due sposi (Ef 5,25-31). Stiamo parlando di ogni Chiesa particolare, unita nella persona del suo Vescovo, membro del Collegio episcopale unito al Vescovo di Roma, il successore di Pietro, la roccia, il fondamento visibile su cui è costruito l’intero edificio spirituale della Chiesa (Mt 16, 16-19), nella reciprocità tra la fede e l’amore. Chi incontra ecclesialmente Gesù Cristo entra nel dinamismo d’amore che nell’Eucaristia trova la sua sorgente, scopre la vera gioia e diventa a sua volta capace di vivere secondo la logica di questo dono. Nessun essere umano può vivere senza questo amore. Rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita priva di senso, se no gli viene rivelato l’amore, se non si incontra l’amore, se non lo esperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa. Non c’è altro modo per far comprendere la Chiesa come luogo dove Dio “arriva”: “da questo vi riconosceranno..” (Gv 13,35).

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