venerdì 20 gennaio 2012

Preghiera ecumenica


La preghiera per l’unità deve diventare parte integrante della nostra orazione, della vita orante di tutti i cristiani, in ogni luogo e in ogni tempo, soprattutto quando persone di tradizioni diverse s’incontrano e lavorano insieme per la vittoria, in Cristo, su tutto ciò che è peccato, male, ingiustizia, violazione della dignità dell’uomo

“La Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani che, da oltre un secolo, viene celebrata ogni anno da cristiani di tutte le Chiese e Comunità ecclesiali, per invocare quel dono straordinario per cui lo stesso Signore ha pregato durante l’Ultima Cena, prima della sua passione: “Perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me ed io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv17,21). La pratica della Settimana di Preghiera per l’Unità dei cristiani fu introdotta nel 1908 da Padre Paul Wattson, fondatore di una comunità religiosa anglicana che entrò
in seguito nella Chiesa cattolica. L’iniziativa ricevette la benedizione del Papa san Pio X e fu poi promossa dal Papa Benedetto XV, che ne incoraggiò la celebrazione in tutta la Chiesa cattolica con il Breve Romanorum Pontificumdel 25 febbraio 1916.
L’ottavario di preghiera fu sviluppato e perfezionato negli anni trenta del secolo scorso dall’Abbé Paul Couturier di Lione, che sostenne la preghiera “per l’unità della Chiesa così come vuole Cristo e conformemente agli strumenti che Lui vuole”. Nei suoi ultimi scritti, l’AbbéCouturier vede tale Settimana come un mezzo che permette alla preghiera universale di Cristo di “entrare e penetrare nell’intero Corpo cristiano”; essa deve crescere fino a diventare “un immenso, unanime grido di tutto il Popolo di Dio”, che chiede a Dio questo grande dono. Ed è precisamente nella Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani che l’impulso impresso dal Concilio Vaticano II alla ricerca della piena comunione tra tutti i discepoli di Cristo trova ogni anno una delle sue più efficaci espressioni. Questo appuntamento spirituale, che unisce cristiani di tutte le tradizioni, accresce la nostra consapevolezza del fatto che l’unità verso cui tendiamo non potrà essere solo il risultato dei nostri sforzi, ma sarà piuttosto un dono ricevuto dall’alto, da invocare sempre…
Il tema della Settimana di quest’anno è preso dalla Prima Lettera ai Corinzi:” Tutti saremo trasformati dalla vittoria di Gesù Cristo, nostro Signore” (1 Cor 15,51-58), la sua vittoria ci trasformerà…è stato scelto un tema incentrato sul potere trasformante della fede in Cristo, in particolare alla luce dell’importanza che essa riveste per la nostra preghiera in favore dell’unità visibile della Chiesa, Corpo di Cristo. Ad ispirare questa riflessione sono state le parole di san Paolo che, rivolgendosi alla Chiesa in Corinto, parla della natura temporanea di ciò che appartiene alla nostra vita presente, segnata anche dall’esperienza di “sconfitta” del peccato e della morte, in confronto a ciò che porta a noi la “vittoria” di Cristo sul peccato e sulla morte nel Mistero pasquale.
La storia particolare della nazione polacca (il testo di quest’anno è stato scelto ed elaborato da rappresentanti della Chiesa cattolica e del Consiglio Ecumenico Polacco), che ha conosciuto periodi di convivenza democratica e di libertà religiosa, come nel XVI secolo, è stata segnata, negli ultimi secoli, da invasioni e disfatte, ma anche dalla costante lotta contro l’oppressione e dalla sete di libertà. Tutto questo ha indotto il gruppo ecumenico a riflettere in maniera approfondita sul vero significato di “vittoria” – che cosa è la vittoria – e di “sconfitta”. Rispetto alla “vittoria” intesa in termini trionfalistici, Cristo ci suggerisce una strada ben diversa, che non passa attraverso il potere e la potenza. Egli infattiafferma: “Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti” (Mc 9,35). Cristo parla di una vittoria attraverso l’amore sofferente, attraverso il servizio reciproco,l’aiuto, la nuova speranza e il concreto conforto donati agli ultimi, ai dimenticati, ai rifiutati. Per tutti i cristiani, la più alta espressione di tale umile servizio è Gesù Cristo stesso, il dono totale che fa di Se stesso, la vittoria del suo amore sulla morte, nella croce, che splende nella luce del mattino di Pasqua. Noi possiamo prendere parte a questa “vittoria” trasformante se ci lasciamo trasformare da Dio, solo se operiamo una conversione della nostra vita e la trasformazione si realizza in forma di conversione. Ecco il motivo per cui il gruppo ecumenico polacco ha ritenuto particolarmente adeguate per il tema della propria meditazione le parole di san Paolo: “Tutti saremo trasformati  dalla vittoria di Cristo, nostro Signore” (1 Cor 15, 51-58).
La piena e visibile unità dei cristiani, a cui aneliamo, esige che ci lasciamo trasformare e conformare, in maniera sempre più perfetta, all’immagine di Cristo. L’unità per la quale preghiamo richiede una conversione interiore, sia comune che personale. Non si tratta semplicemente di cordialità o di cooperazione, occorre soprattutto rafforzare la nostra fede in Dio, nel Dio di Gesù Cristo, che ci ha parlato e si è fatto uno di noi; occorre entrare nella nuova vita in Cristo, che è la nostra vera e definitiva vittoria; occorre aprirsi gli uni agli altri, cogliendo tutti gli elementi di unità che Dio ha conservato per noi e sempre nuovamente ci dona; occorre sentire l’urgenza di testimoniare all’uomo del nostro tempo il Dio vivente, che si è fatto conoscere in Cristo” (Benedetto XVI, Udienza Generale, 18 gennaio 2012).

Il Santo Padre ha concluso invitando tutti ad unirsi in preghiera “perché cresca la testimonianza comune, la solidarietà e la collaborazione tra cristiani, aspettando il giorno glorioso in cui potremo professare insieme la fede trasmessa dagli Apostoli e celebrare insieme i Sacramenti della nostra trasformazione in Cristo”.
Se sono cattolico è il più grande dono fatto alla mia vita: nell’incertezza di questo periodo storico e di questa società, utilizzando il Compendio e il Catechismo della Chiesa Cattolica, offrire la certezza della fede completa della Tradizione Cattolica che rende luminosa la vita dell’uomo anche oggi è ciò che di più fecondo ci sia! Ecumenicamente se questo dono è stato fatto a me perché non pregare e desiderare, nel rispetto della libertà di tutti, che venga fatto ad altri? Se credo che la presenza sacramentale e l’avvenimento dell’incontro con Gesù Cristo è l’unico Signore e il Salvatore dell’umanità perché debbo credere che alcuni settori dell’umanità non ne abbiano bisogno? La cattolicità, la dimensione cattolica, sta ad indicare questa universalità di sguardo del Dio che possiede un volto umano, che ci ha amato, come singoli e come umanità, sino alla fine e cui tutti sono destinati: per noi cattolici non è un limite, anzi, è una missione: guai a noi se non la perseguissimo nel testimoniarla, come ci ricorda san Paolo. Il dialogo è per la ricerca della verità: tra gli ebrei tanti sono diventati cristiani per un movimento interiore di approfondimento della stessa religione; sono andati a fondo della propria religione. Gesù è il compimento di questa ricerca della verità, del bene, di Dio.
E tra cristiani vale altrettanto. Con gli ortodossi differiamo perché l’idea di Chiesa che loro hanno non postula un principio visibile di unità risiedente nel vescovo di Roma. Loro credono che la Chiesa sia appoggiata unicamente sulle Chiese locali, sulla visibilità locale con tutti i problemi che questa struttura ecclesiologica comporta.
Se, nelle Comunità protestanti, l’idea di sacramento, attraverso la cui “materialità” Cristo in persona si dona, è venuta meno assolutizzando la sua presenza nel suo parlare attraverso la Scrittura,  vuol dire che siamo dinnanzi a un di meno rispetto alla pienezza cattolica. Queste realtà riposano già nella Chiesa cattolica, non sono esterne. Chi non ce le ha per ragioni storiche non può pretendere che i cattolici tornino indietro dalla continuità apostolica della loro Tradizione. Ci può essere la responsabilità da parte cattolica per queste divisioni. Ma tutti i cristiani professano lo stesso Credo,che è stato confezionato nei concili di Nicea e di Costantinopoli e quindi affermano: “Credo la Chiesa una, Santa, cattolica, apostolica”, anche se è evidente che l’affermazione a parole non vuol dire che crediamo allo steso modo. E la preghiera è la via primaria per raggiungere la piena comunione.

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