giovedì 5 gennaio 2012

Preghiamo, certi dell’azione benefica, liberante e sanante di Dio

Siamo convenuti, come ogni secondo martedì del mese, certi della preghiera di Gesù, qui con noi ed eucaristicamente dinnanzi a noi, legata alla sua prodigiosa azione liberatrice, guaritrice e consolante.
Nei Vangeli sono presentate varie situazioni in cui Gesù prega di fronte all’opera benefica e sanante di Dio Padre, che agiva allora e agisce questa sera, qui e ora, attraverso di Lui. Si tratta di una preghiera che, ancora una volta, manifesta il rapporto unico di conoscenza e di comunione con il Padre, mentre Gesù, allora e qui e ora, si lascia coinvolgere con grande partecipazione umana nel disagio dei suoi amici, per esempio di Lazzaro e della sua famiglia, o dei tanti poveri, ossessi, posseduti,
maleficiati, disperati e malati che Egli vuole aiutare concretamente. Se, attraverso i Vangeli, ricordiamo quello che faceva e diceva allora, è perché abbiamo fiducia e speranza di quello che, sacramentalmente, fa qui e ora con la Sua presenza tra noi, convenuti in preghiera, e presente dinnanzi a noi nell’Ostensorio.
Un caso significativo è la guarigione del sordomuto (Mc 7,32 – 37). Il racconto dell’evangelista Marco mostra che l’azione sanante, liberante, consolante di Gesù è connessa con un suo intenso rapporto sia con il prossimo – mai è indifferente al malato, al sofferente, al povero e soprattutto al peccatore -, sia con il Padre. La scena del miracolo è descritta con cura così: “Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: “Effatà”, “Apriti” (7, 33 – 34). Gesù vuole che la guarigione, la liberazione, avvenga “in disparte, lontano dalla folla”, non in modo spettacolare: Dio non fa mai spettacolo per non costringere nessuno poiché ogni rapporto costretto anche psicologicamente, non libero non è un rapporto di amore come è Dio che è l’Amore, e  come è la natura, la grammatica di ogni uomo fatto a sua immagine. Ciò non sembra dovuto soltanto al fatto che il miracolo deve essere tenuto nascosto alla gente per evitare che si formino interpretazioni limitative o distorte della persona di Gesù. La scelta di portare il malato in disparte fa sì che, al momento della guarigione, Gesù e il sordomuto si trovino da soli, avvicinati in una singolare e reciproca relazione di amore: è la preghiera del cuore. Con un gesto, il Signore tocca le orecchie e la lingua del malato, ossia le sedi specifiche della sua infermità. L’intensità dell’attenzione di Gesù si manifesta anche nei tratti insoliti della guarigione: Egli impiega le proprie dita e, persino, la propria saliva, cosa che questa sera avviene attraverso i segni sacramentali del bacio del crocefisso e dell’immagine di Maria, con cui Lui attraverso il ministro agisce qui e ora in persona. Anche il fatto che l’Evangelista riporti  la parola originale, aramaica pronunciata dal Signore – Effatà”, ossia “Apriti!” – evidenzia il carattere singolare della scena che ecclesialmente per la presenza del ministro ordinato che agisce in persona di Cristo, stiamo per vivere. Ecco perché la Chiesa vuole che la preghiera pubblica di intercessione sia guidata sempre da un ministro ordinato, con la partecipazione di chi ha carismi particolari di guarigione.

(143) 1. Dio s’è fatto come noi, per farci come Lui. R) Vieni, Gesù, resta con noi!
2. Viene dal grembo d’una donna, la Vergine Maria. R) Vieni, Gesù,...
3. Tutta la storia lo aspettava: il nostro Salvatore. R) Vieni, Gesù…
4 Egli era un uomo come noi e ci ha chiamato amici. R) Vieni, Gesù…
5. Egli ci ha dato la sua vita, insieme a questo pane. R)Vieni,
6. Noi, che mangiamo questo pane, saremo tutti amici. R)Vieni, Gesù,...
7. Noi, che crediamo nel suo amore, vedremo la sua gloria. R) Vieni…
8. Vieni, Signore, in mezzo a noi: resta con noi per sempre. R) Vieni…

Ma il punto centrale di questo episodio è il fatto che Gesù, al momento di operare la guarigione, cerca direttamente il suo rapporto con il Padre a cui anche la sua umanità rimanda come via alla Verità e alla Vita: la sua Persona, Dio che possiede un volto umano è sacramento come l’acqua benedetta ed esorcizzata è sacramentale, ecclesiale cioè rimanda a Lui attraverso i segni visibili, materiali: “O Dio, per salvare tutti gli uomini hai racchiuso nella realtà dell’acqua i segni della tua grazia. Ascolta la nostra preghiera e infondi in quest’acqua la tua +benedizione, perché, assunta a servizio dei tuoi misteri cioè della tua continua incarnazione, sia portatrice dell’efficacia della tua grazia per mettere in fuga i demoni e debellare le malattie. Tutto ciò che con essa verrà asperso sia liberato da ogni influsso del maligno; nelle dimore dei tuoi fedeli non abiti più lo spirito del male e sia allontanata ogni sua insidia. Grazie all’invocazione del tuo santo nome, possano i tuoi fedeli uscire illesi da ogni assalto del nemico”.. Il racconto dice, infatti, che Egli “guardando… verso il cielo (la zona di Dio), emise un sospiro (v. 34).L’attenzione al malato, la cura di Gesù verso di lui, sono legati ad un profondo atteggiamento di preghiera di intercessione rivolta a Dio per lui. E l’emissione del sospiro è descritta con un verbo che nel Nuovo Testamento indica l’aspirazione a qualcosa di buono che ancora manca (Rm 8,23). L’insieme del racconto, allora mostra che il coinvolgimento umano con il malato  porta Gesù e il malato reciprocamente alla preghiera di fede, di speranza cioè alla preghiera del cuore. Ancora una volta riemerge il suo rapporto unico, filiale con il Padre, la sua identità di Figlio Unigenito incarnato, Dio che possiede un volto umano. In Lui, attraverso la sua persona qui presente anche questa sera come allora, si rende presente e operante l’agire liberante, sanante, consolante e benefico di Dio per ciascuno di noi e per noi comunitariamente insieme, per tutta la Chiesa, per tutta l’umanità. Non è un caso che il commento conclusivo della gente dopo il miracolo ricordi la valutazione della creazione all’inizio della Genesi: “Ha fatto bene ogni cosa” (Mc 7,37).  Nell’azione liberante, consolante e guaritrice di Gesù entra in modo chiaro la preghiera del cuore, con il suo sguardo verso il cielo cioè verso la zona di Dio. La forza che ha sanato il sordomuto è certamente provocata dalla compassione per lui, ma proviene dal ricorso al Padre. Si incontrano queste due relazioni: la relazione con Dio, e diventa così guarigione cioè preghiera del cuore nella via umana, sacramentale alla Verità e alla Vita di Gesù.

(140) 1. Di quale immenso amore Iddio ci ha amati, da darci il Figlio suo e far di noi suoi figli. R) Godiamo ed esultiamo: per noi il Cristo è nato, andiamo al Redentor.
2. Dall’albero di Iesse è germogliato il fiore, s’innalza tra le genti, vessilo di salvezza. R) Godiamo ed esultiamo: …
3. Il Re dell’universo in un presepe nasce: colui che regna in cielo vagisce in una grotta. R) Godiamo ed esultiamo: …
4. Il Sole di giustizia s’eleva sopra il mondo: la Luce dell’Eterno risplende sulla terra. R) Godiamo ed esultiamo: …
5. Nel Verbo fatto uomo la Trinità lodiamo: al Dio uno e Trino sia lode sempiterna. R) Godiamo ed esultiamo: …

Nel racconto giovanneo della risurrezione di Lazzaro, questa stessa dinamica è testimoniata con un’evidenza ancora maggiore (Gv 11, 1-44). Anche qui si intrecciano, da una parte il legame di Gesù con un amico e con la sua sofferenza e, dall’altra, la relazione filiale che Egli ha con il Padre, La partecipazione umana di Gesù alla vicenda di Lazzaro in particolare. Nell’intero racconto è ripetutamente ricordata l’amicizia con lui, come pure con le sorelle Marta e Maria. Gesù stesso afferma: “Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato; ma io vado a svegliarlo” (Gv 11,11): oh la morte come sonno in attesa del risveglio della risurrezione!  L’affetto sincero per l’amico è evidenziato anche dalle sorelle di Lazzaro, come pure dai Giudei (Gv 11,3; 11,36). Si manifesta nella commozione profonda di Gesù alla vista del dolore di Marta e Maria e di tutti gli amici di Lazzaro e sfocia nello scoppio di pianto – così profondamente umano – nell’avvicinarsi alla tomba: “Gesù allora, quando…vide piangere Marta, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: “Dove lo avete posto?”. Gli dissero: “Signore, vieni a vedere!”. Gesù scoppiò in pianto” (Gv 11,33-35), allora e anche questa sera di fronte al mio dolore, per me, per la persona per cui sono convenuto a pregare.
Questo legame di amicizia, la partecipazione e la commozione di Gesù davanti al dolore dei parenti e conoscenti di Lazzaro, si collega, in tutto il racconto, con un continuo e intenso rapporto con il Padre: è preghiera del cuore perché amicizia, partecipazione, commozione davanti al dolore e innalzamento della mente e del cuore al Padre come figli nel Figlio per opera dello Spirito Santo. Fin dall’inizio, l’avvenimento è letto da Gesù in relazione con la propria identità e missione e con la glorificazione che Lo attende. Alla notizia della malattia di Lazzaro, infatti, Egli commenta: “Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato” (Gv 11,4). Anche l’annuncio della morte dell’amico viene accolto da Gesù con profondo dolore umano, ma sempre in chiaro riferimento al rapporto con Dio e alla missione che gli ha affidato; dice: “Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate” (Gv 11,14-15). Il momento della preghiera esplicita di Gesù al Padre davanti alla tomba, è lo sbocco naturale di tutta la vicenda, tesa su questo doppio registro dell’amicizia con Lazzaro e del rapporto filiale con Dio. Anche qui le due relazioni vanno insieme in ogni preghiera di intercessione. “Gesù allora alzò gli occhi e disse: “Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato (hai congiunto l’udire con l’obbedire)” /Gv 11,41): è una eucaristia. La frase rivela che Gesù non ha lasciato neanche per un istante la preghiera di domanda per la vita di Lazzaro. Questa preghiera continua, anzi, ha rafforzato il legame con l’amico e, contemporaneamente, ha confermato la decisione di Gesù di rimanere in comunione con la volontà del Padre, con il suo piano di amore, nel quale la malattia e la morte di Lazzaro vanno considerate come un luogo in cui si manifesta la gloria cioè la presenza di Dio che è l’Amore.
Cari fratelli e sorelle, pregando questa sera con questa narrazione biblica e con il sacerdote attraverso il quale il Risorto in persona agisce qui e ora in rapporto a tutti voi, suo corpo dotati di carismi diversi come allora Marta e Maria, i parenti e amici, ciascuno è chiamato, come in ogni convenire di intercessione, di preghiera di domanda al Signore. Non dobbiamo attenderci un compimento immediato delle piccole speranze che chiediamo in rapporto alla grande speranza della vita veramente vita che dura eternamente per l’anima e per il corpo in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente anche faticoso, ma affidarci con piena fiducia alla volontà del Padre, leggendo ogni evento nella prospettiva della sua gloria, della sua presenza, del suo disegno di amore, spesso misterioso ai nostri occhi, ma sempre di ascolto. Noi abbiamo bisogno delle speranze – più piccole e più grandi -  che, giorno per giorno, ci mantengono in cammino come una guarigione. Ma non rendiamole la grande speranza. Senza la grande speranza, che deve superare tutto il resto, esse non bastano. Questa grande speranza può essere solo Dio, che abbraccia l’universo e che può proporci e donarci ciò, che da soli, non possiamo raggiungere. Per questo, nella nostra preghiera, domanda, lode e ringraziamento dovrebbero fondersi assieme, anche quando ci sembra che Dio non risponda alle nostre concrete attese. L’abbandonarsi all’amore di Dio, che ci precede e ci accompagna sempre, è uno degli atteggiamenti di fondo del nostro dialogo con Lui. Facciamo nostra la preghiera di Gesù nel racconto della risurrezione di Lazzaro: introdotta dal rendimento di grazie, la preghiera di Gesù ci rivela come chiedere: prima che il dono venga concesso, Gesù aderisce a Colui che dona e che nei suoi doni dona se stesso. Il Donatore divino, il Padre, è più prezioso del dono accordato; è il “Tesoro”, ed il cuore del Figlio suo è in lui; il dono viene concesso “in aggiunta”. Prima che il dono del ritornare in vita di Lazzaro venga concesso, aderire al Padre che dona; il Donatore è più prezioso del dono. Anche per noi, quindi, al di là di ciò che Dio ci dà quando lo invochiamo, il dono più grande che può darci è la sua amicizia, la sua presenza, il suo amore.
La preghiera che Gesù pronuncia mentre viene tolta la pietra dall’ingresso della tomba di Lazzaro, presenta poi uno sviluppo singolare ed inatteso. Egli, infatti, dopo aver ringraziato Dio Padre, aggiunge: “Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato” (Gv 11,42). Con la sua preghiera, Gesù vuole condurre alla fede, alla fiducia totale in Dio e nella sua volontà, e vuole mostrare che questo Dio che ha tanto amato ogni uomo e il mondo da mandare il suo Figlio Unigenito (Gv 3,16) è il Dio della Vita, il Dio che porta speranza ed è capace di rovesciare le situazioni umanamente impossibili. La preghiera fiduciosa di un credente, allora, è una testimonianza viva di questa presenza di Dio nel mondo, del suo interessarsi di ogni uomo, del suo agire per realizzare anche attraverso la sofferenza, la morte il suo piano di salvezza, la grande speranza.
Le due preghiere di Gesù vissute adesso, che accompagnano la guarigione del sordomuto e la risurrezione di Lazzaro, rivelano che il profondo legame tra l’amore a Dio e al prossimo deve entrare anche nella nostra preghiera. In Gesù, vero Dio e vero uomo, l’attenzione verso l’altro, specialmente se bisognoso e sofferente, il commuoversi davanti al dolore di una famiglia amica, Lo portano a rivolgersi al Padre, in quella relazione fondamentale che guida tutta la sua vita. Ma anche viceversa: la comunione con il Padre, il dialogo costante con Lui, spinge Gesù ad essere attento in modo unico alle situazioni concrete di ogni uomo che il Padre ama per portarvi liberazione, guarigione o consolazione. La relazione con l’uomo ci guida verso la relazione con Dio, e quella con Dio ci guida di nuovo verso il prossimo.
Cari fratelli e sorelle, la nostra preghiera di questa sera apre la porta a Dio, che insegna ad uscire costantemente da noi stessi per essere capaci di farci sempre vicini agli altri, specialmente nei momenti di prova, per portare loro consolazione, liberazione, speranza e luce. Il Signore ci conceda di essere capaci di una preghiera di intercessione sempre più intensa, per rafforzare il nostro rapporto personale e comunitario con Dio Padre, allargare il nostro cuore alle necessità di chi ci sta accanto e sentire la bellezza di essere “figli nel Figlio” insieme con tanti fratelli.

Tu hai voluto, o Dio Padre, rendermi figlio (figlia) della luce con l’adozione per grazia: non permettere al Maligno di avvolgermi con le sue tenebre, ma fa che io possa sempre rimanere nello splendido fulgore della libertà di cui mi hai fatto dono.

Venire processionalmente all’avvenimento sacramentale del bacio del crocefisso e dell’immagine della Madonna rimanda simbolicamente al cammino di tutta la vita al giorno natalizio della morte, alla porta della casa del Padre, l’unica destinazione della nostra vita cui tutto subordinare. Un cammino davanti al Crocefisso risorto, presente qui davanti a noi eucaristicamente! Ravviviamo la nostra fede mettendoci in cammino incominciando dal fondo della Chiesa in un’unica fila e uscendo dal lato sinistro guardando l’altare. In attesa, seduti, pensiamo alle grazie natalizie da chiedere  e al suono possiamo tornare su qualche punto della preghiera che lo Spirito Santo ci ha fatto particolarmente comprendere, gustare in rapporto al nostro vissuto e quindi cantare come ci viene proposto.

Per la benedizione eucaristica:

(354) 1. Venite, fedeli, l’Angelo c’invita, venite, venite a Betlemme. Nasce per noi Cristo Salvatore. R) Venite, adoriamo, venite, adoriamo, venite adoriamo il Signore Gesù.
2. Il Figlio di Dio, re dell’universo, si è fatto bambino a Betlemme. Nasce per noi Cristo Salvatore. R) Venite,...
Hai dato loro un pane disceso dal cielo.
Che porta in sé ogni dolcezza.

Preghiamo. Guarda, o Padre, al tuo popolo qui in preghiera di intercessione, che professa la sua fede in Gesù Cristo, nato da Maria Vergine, crocifisso e risorto, presente in questo Sacramento e fa che attinga da questa sorgente di ogni grazia frutti di salvezza eterna. Per Cristo nostro Signore.

Amen

Dio sia benedetto…

E ora il sacramentale dell’acqua esorcizzata

Preghiamo. O Dio, per salvare tutti gli uomini hai racchiuso nell’acqua i segni più grandi della tua grazia. Ascolta la nostra preghiera e infondi in quest’acqua la tua + benedizione perché assunta a servizio dei tuoi misteri, sia portatrice dell’efficacia della tua grazia per mettere in fuga i demoni e debellare le malattie. Tutto ciò che con essa verrà asperso sia liberato da ogni influsso del maligno; nelle dimore dei tuoi fedeli non abiti più lo spirito del male e sia allontanata ogni insidia: Grazie all’invocazione del tuo santo nome, possano i tuoi fedeli uscire illesi da ogni assalto del nemico. Per Cristo nostro Signore.

Amen

Il prossimo incontro martedì 14 gennaio

(210) Lieta armonia nel gaudio del mio spirito si espande. L’anima mia magnifica il Signor: Lui solo è grande, Lui solo è grande.

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