sabato 31 dicembre 2011

Perchè confessarsi dai preti?

Domanda di Gianni, detenuto del reparto G8 di Rebibbia
“Santità, mi è stato insegnato che il Signore vede e legge dentro di noi, mi chiedo perché l’assoluzione è stata delegata ai preti? Se io la chiedessi in ginocchio, da solo, dentro una stanza, rivolgendomi al Signore, mi assolverebbe? Oppure sarebbe un’assoluzione di diverso valore? Quale sarebbe la differenza?”


 Risposta del Papa
“Si: è una grande e vera questione quella che Lei porta a me. Direi due cose.
-         La prima: naturalmente, se Lei si mette in ginocchio e con vero amore di Dio prega che Dio perdoni. Egli perdona. E’ sempre dottrina della Chiesa che se uno, con vero pentimento, cioè non solo per evitare pene, difficoltà, ma per amore del bene, per amore di Dio, chiede perdono, riceve perdono da Dio. Questa è la prima parte. Se realmente riconosco che ho fatto male, e se in me è rinato l’amore per il bene, la volontà del bene, il pentimento per non aver risposto a questo amore, e chiedo a Dio, che è il Bene, il perdono, Egli lo dona.
-         Ma c’è un secondo elemento: il peccato non è solamente una cosa “personale”, individuale, tra
me e Dio. Il peccato ha sempre anche una dimensione sociale, orizzontale. Con il mio peccato personale, anche se forse nessuno lo sa, ho danneggiato anche la comunione della Chiesa, ho sporcato la comunione della Chiesa, ho sporcato l’umanità. E perciò questa dimensione sociale, orizzontale, del peccato esige che sia anche assolto a livello della comunità umana, della comunità della Chiesa, quasi corporalmente. Quindi, questa seconda dimensione del peccato che non è soltanto contro Dio ma concerne anche la comunità, esige il Sacramento, e il Sacramento è il grande dono nel quale posso, nella confessione, liberarmi da questa cosa e possa realmente ricevere il perdono anche nel senso di una piena riammissione nella comunità della Chiesa viva, del Corpo di Cristo. E così, in questo senso, l’assoluzione necessaria da parte del sacerdote. Il Sacramento, non è una imposizione che – diciamo – limita la bontà di Dio, ma al contrario, è un’espressione della bontà di Dio perché mi dimostra che anche concretamente, nella comunione della Chiesa, ho ricevuto il perdono e posso ricominciare di nuovo. Quindi, io direi di tenere presenti queste due dimensioni: quella verticale, con Dio, e quella orizzontale, con la comunità della Chiesa e dell’umanità. L’assoluzione del prete, l’assoluzione sacramentale è necessaria per assolvermi realmente da questo legame del male e re-intergrami nella volontà di Dio, nell’ottica di Dio, completamente, nella sua Chiesa, e darmi la certezza, anche quasi corporale, sacramentale: Dio mi perdona, mi riceve nella comunità dei suoi figli. Penso che dobbiamo imparare a capire il Sacramento della Penitenza in questo senso: una possibilità di trovare, quasi corporalmente, la bontà del Signore, la certezza della riconciliazione” (Benedetto XVI, Risposte alle domande dei Detenuti di Redibibbia, 18 dicembre 2011).

Celebrare il mistero natalizio dell’Incarnazione, inseparabile dalla passione, morte, risurrezione significa incontrare la persona viva del Risorto che mi fa rivivere nella liturgia tutti i fatti  detti del Dio che ha assunto un volto umano e che soprattutto mi parla oggi attraverso la Scrittura celebrata e si fa dono in persona nei Sacramenti dell’Eucaristia e della Penitenza. Che dono questa risposta al detenuto Gianni! E penso utile unirla a quello che ha detto alla Veglia di preghiera con i giovani il 24 settembre 2011 a Freiburg in Breisgau: “Cari amici, ripetutamente l’immagine dei santi è stata sottoposta a caricatura e presentata in modo distorto, come se essere santi significasse essere fuori dalla realtà, ingenui e senza gioia. Non di rado si pensa che un santo sia soltanto colui che compie azioni ascetiche e morali di altissimo livello e che perciò certamente si può venerare, ma mai imitare nella propria vita. Quanto errata e scoraggiante questa opinione! Non esiste alcun santo, fuorché la beata Vergine Maria, che non abbia conosciuto anche il peccato e che non sia mai caduto. Cari amici, Cristo non si interessa tanto quante volte nella vita vacilliamo e cadiamo, bensì a quante volte noi, con il suo aiuto, ci rialziamo. Non esige azioni straordinarie, ma vuole che la sua luce splenda in voi. Non vi chiama perché siete buoni e perfetti, ma perché Egli è buono e vuole rendervi suoi amici. Sì, voi siete la luce del mondo, perché Gesù è la vostra luce. Voi siete cristiani – non perché realizzate cose particolari e straordinarie – bensì perché Egli, Cristo, è la vostra, nostra vita. Voi siete santi, noi siamo santi, se lasciamo operare la sua grazia in noi”.

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