giovedì 14 luglio 2011

Nuovo umanesimo

La questione di Dio oggi: non si tratta di un Dio che in qualche modo esiste, ma di un Dio che ci conosce, che ci parla e che ci riguarda e che poi, escatologicamente, è anche nostro giudice

Enrico dal Covolo, sull’Osservatore Romano del 13 luglio 20011 ritorna sulla   questione dell’interpretazione delle Scritture cioè sul metodo sempre in auge nella tradizione della Chiesa, dalle sue origini a oggi: dal Pastore di Erma fino al Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica. E’ quello stesso metodo che Gesù, sulla via di Emmaus, ha scelto fin dall’inizio, avviando con i due discepoli “disperati” una vera e propria lectio divina.
Era proprio questo il tema centrale dell’Assemblea del Sinodo dei Vescovi, riunita a
Roma nell’ottobre del 2008, e culminata nella pubblicazione dell’Esortazione apostolica Verbum Domini (11 novembre 2010). Il riferimento alla lectio divina soggiace di fatto ad ogni pagina del primo e secondo tomo del Gesù di Nazareth e segna una tappa decisiva nell’itinerario dell’”unità tra esegesi e teologia”.
Ma già nel primo tomo del Gesù di Nazareth (2007) è stato avviato l’itinerario dell’’”unità tra esegesi e teologia”. Si tratta di integrare il metodo storico – critico – benemerito, indispensabile per il carattere storico della Rivelazione, ma insufficiente – con alcuni criteri nuovi, maturati soprattutto negli ultimi due decenni in vari ambienti cattolici della ricerca teologica – biblica.
Questi i “criteri nuovi”: una fiducia sostanziale nell’attendibilità storica del dato neotestamentario, contro il sospetto metodico; una robusta rivendicazione dell’unità e della continuità tra l’Antico e il Nuovo Testamento; un’ermeneutica più ecclesiale, docile alla tradizione viva della Chiesa e al magistero dei suoi Padri, considerati come i primi interpreti della Scrittura; una più viva attenzione alla così detta analogia della fede, cioè alle consonanze interne e alle corrispondenze reciproche dei vari dati della fede. Nessun brano delle Scritture può essere interpretato correttamente quando si prescinde dal suo contesto vitale, che è stabilito dalla fede della Chiesa, la fede in Gesù Cristo, unico Salvatore del mondo.
Questo metodo nuovo – che il Papa stesso definisce “esegesi canonica” – gli ha consentito di presentare il Gesù dei Vangeli come il Gesù reale, come il “Gesù storico”. Così non c’è più alcuna divaricazione tra Gesù di Nazareth e il Cristo della fede: c’è un solo, realissimo Gesù Cristo, che è il Figlio di Dio incarnato per la nostra salvezza.
Nell’itinerario per l’”unità tra esegesi e teologia” importante l’intervento del Papa alla Congregazione Generale del 14 ottobre 2008, durante il Sinodo dei Vescovi: “Solo dove i due livelli metodologici, quello storico – critico e quello teologico, sono osservati, si può parlare di un’esegesi teologica, di un’esegesi adeguata a questo Libro. Mentre al primo livello l’attuale esegesi accademica lavora a un altissimo livello e ci dona realmente aiuto, la stessa cosa non si può dire circa l’altro livello. E questo ha conseguenze piuttosto gravi”. La conseguenza più grave è senza dubbio la divaricazione tra la così detta “esegesi scientifica”, o “accademica” – spesso unilaterizzando il metodo storico critico – e la lectio divina, basata sull’”esegesi spirituale”, o “allegorica”, dei nostri padri.
A sua volta, questa divaricazione trova le sue profonde radici nell’ormai millenaria, reciproca indifferenza tra la così detta “teologia razionale”, fondata sull’esigenza di chi pretende capire tutto con le proprie forze, e la “teologia monastica”, la “teologia in ginocchio”, per la quale la vera conoscenza di Dio passa attraverso l’esperienza contemplativa del suo amore. Si tratta, in definitiva, di approdare dal biblicismo al realismo della fede. Nella Spe salvi Benedetto XVI ribadisce che “non è la scienza che redime l’uomo. L’uomo viene redento mediante l’amore”. Ciò che salva è quell’unica Parola d’amore che è Gesù Cristo, Figlio di Dio, punto d’arrivo e di partenza dell’Antico e Nuovo Testamento. “Se esiste – come di fatto esiste – l’Amore assoluto con la sua certezza assoluta, allora, soltanto allora, l’uomo è ‘redento’, qualunque cosa gli accada”. Istanza prioritaria di tutto “non anteporre nulla all’amore di Cristo”. E’ in questi termini che – per tornare al libro intervista Luce del mondo – va impostata la questione di Dio oggi. “Non si tratta di un Dio che in qualche modo esiste, ma di un Dio che ci conosce, che ci parla e che ci riguarda, un Dio che poi è anche giudice” (p.78). Per afferrare questo bisogna che la ragione, per essere attenta a tutti gli ambiti della realtà cioè della verità, autentico logos, non si ripieghi su se stessa. Questo ripiegamento è oggi la negazione dell’ascolto dell’altro, ed è la tentazione fondamentale dell’opera del Dragone dell’Apocalisse contro la creazione e redenzione: è la tentazione dell’uomo che “si attorciglia”, avvitandosi su se stesso nella solitudine infernale. E’ il peccato dell’origine, dell’originaria tendenza al male senza più desiderare Dio che è amore e non più disponibile al bene e al vero.
Bonaventura da Bagnoreggio (1217 – 1274) si affianca ad Agostino e a Tommaso d’Aquino nel cammino di studio e di formazione teologica del giovane Ratzinger. Dopo la tesi di dottorato su Agostino (1953), per l’abilitazione alla docenza universitaria Ratzinger aveva infatti scelto una tesi sulla teologia della storia in Bonaventura (1957). Da quel momento, Bonaventura, “uomo di azione e di contemplazione, di profonda pietà e di prudenza nel governo”, è sempre stato per lui un riferimento sicuro e prezioso. A ogni utopismo illusorio e anarchico (Giacchino da Fiore), Bonaventura oppone un sobrio ed equilibrato realismo, e in questa sua posizione si coglie uno dei tratti distintivi del suo modo di pensare e di governare, sempre ispirato e illuminato dalla preghiera come quello di Benedetto XVI. Per lui la Chiesa voluta da Cristo non muta nei suoi fondamenti, ma ciò non significa che essa sia statica, immobile, rivolta solo al passato, senza possibilità di riformarsi e di crescere. Anzi, Bonaventura “formula esplicitamente l’idea di progresso”, e questa è una novità in confronto ai Padri della Chiesa e gran parte dei suoi contemporanei. Per san Bonaventura non è più, come era per i Padri della Chiesa, la fine, ma il centro della storia, con Cristo la storia non finisce, ma comincia un nuovo periodo”, come disse Benedetto XVI nella Catechesi del 11 marzo 2010. Le opere di Cristo camminano con la storia e progrediscono, nella continuità e nella novità, nel dinamismo riformatore e missionario, proprio della Chiesa.
Se Tommaso intende esegesi – teologia come un processo di conoscenza di Dio, nella sua duplice dimensione intellettuale e pratica (perché orienta l’uomo al bene, secondo la volontà di Dio), Bonaventura vi aggiunge l’elemento “sapienziale”: una connotazione fortemente contemplativa, che caratterizza il suo pensiero all’interno di una teologia dell’amore. Per lui, infatti, il desiderio supremo dell’uomo non è primariamente quello di vedere Dio, bensì di amarlo, facendo incontrare l’amore di Dio con quello dell’uomo, e in questo realizzando anche la sua felicità. Se vedere Dio è amare e amare è vedere, l’amore vede di più. Là dove, nella notte dell’intelletto, la “ragione non vede più”, “l’amore vede ancora”. In tale linea potremmo dire che la categoria più alta per san Tommaso è la ricerca del vero, per san Bonaventura. Come per Agostino è la ricerca del bene. Per ambedue, però, il vero è anche il bene, ed il bene è anche il vero; vedere Dio è amare ed amare è vedere. Si tratta di accenti diversi. Questo dià - lògos inesausto tra ragione e amore è la via della Verità (Caritas in veritate, nn.3-4). Proprio di questo dià-lògos tutti i credenti – e in modo particolare quelli più impegnati nella promozione della cultura e della scienza, dell’esegesi e della teologia –sono chiamati a farsi testimoni e interlocutori privilegiati. Così la testimonianza della loro vita, rinnovata continuamente dall’incontro con Gesù Cristo, potrà condurre la cultura a una nuova sintesi umanistica. “Si tratta”, in effetti, “di dilatare la ragione”, scrive il Papa nella sua ultima enciclica, “e di renderla capace di conoscere e di orientare le imponenti dinamiche del mondo globalizzato”, “animandole nella prospettiva di quella “civiltà dell’amore”, il cui seme Dio ha posto in ogni popolo”, in ogni cultura (Caritas in veritate, n. 33).
Stando a un tema ricorrente nelle catechesi patristiche di Benedetto XVI, già i Padri della Chiesa cioè i nostri primi maestri nella fede, dopo gli scritti del Nuovo testamento – hanno robustamente ampliato la ragione: hanno “ampliato” il logos dei greci, di illustre marca platonica e in Tommaso di marca aristotelica, per esprimere così il Logos della predicazione cristiana, la seconda Persona della Trinità beata, il Figlio di Dio divenuto carne, verità storicamente concreta nel grembo di Maria, l’unico Salvatore del mondo.
Allo stesso modo oggi il concetto di ragione deve essere “ampliato” anche nel rapporto esegesi e teologia, perché sia in grado di esplorare e di comprendere tutti gli aspetti della realtà cioè della verità che vanno oltre la dimensione ideologica di verifica meramente empirica di scienza e tecnica. Ciò permetterà un approccio più fecondo e complementare al rapporto fede – ragione, teologia –esegesi e un nuovo umaneismo.
Qualcosa di simile il Papa insegna in Deus caritas est riguardo alle relazioni tra èros e agàpe: "Quanto più ambedue, pur in dimensioni diverse – scrive il papa nel n. 7 della sua prima enciclica – trovano la giusta unità nell’unica realtà dell’amore, tanto più si realizza la vera natura, (la verità) dell’amore in genere".

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