martedì 26 luglio 2011

Morale e politica

Tra i compiti di una nuova generazione di cattolici politicamente impegnati c’è anche quello di tutelare, far conoscere, far apprezzare – anche al servizio di un vero umanesimo per tutti – il tesoro impareggiabile, il “tesoro di famiglia”, della cultura cattolica

Il cardinale Giacomo Biffi, cui ci rifacciamo liberamente, ha commentato ufficialmente l’importante e oggi di particolare attualità “Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica”del 24 novembre 2002. La Nota della Congregazione per la Dottrina della Fede porta la firma del Prefetto Joseph Ratzinger e del Segretario Tarcisio Bertone ed è indirizzata ai vescovi della Chiesa Cattolica e, in speciale modo, ai politici cattolici e a tutti fedeli laici chiamati alla partecipazione della vita pubblica e politica nelle società democratiche.


“La fede in Gesù Cristo che ha definito se stesso ‘la via, la verità e la vita’ (Gv 14,6) chiede ai cristiani lo sforzo di inoltrarsi con maggiore impegno nella costruzione di una cultura che, ispirata al Vangelo, riproponga il patrimonio di valore e contenuti della Tradizione cattolica” (Nota, n.7) cioè la Cultura cattolica nella tensione per un vero umanesimo per il bene di tutti.
Ma come si rapporta l’identità sostanziale e ovviamente irrinunciabile dei credenti (che non ammette opinabilità e diversificazioni) con “la legittima libertà dei cattolici di scegliere, tra le opzioni politiche…., quella che secondo il proprio criterio meglio si adegua alle esigenze del bene comune” (id. n.3) (libertà che fatalmente poi conduce a un pluralismo comportamentale e di schieramenti tra i fratelli di fede nella loro azione pubblica)?
La questione è divenuta anche in Italia concreta particolarmente dal 1995,  ineludibile soprattutto con l’introduzione del sistema maggioritario, e non è ancora di agevole soluzione con il rischio attuale della diaspora culturale e dell’irrilevanza della cultura cattolica nella differenziazione politica.
La Nota della Congregazione della fede, nel passo citato, ricerca le linee di una corretta determinazione del problema utilizzando, tra l’altro, l’idea di “cultura”.
“Cultura” nel mondo moderno è un vocabolo usatissimo, anche se non gli assegna sempre a da tutti lo stesso contenuto concettuale.
Importante affermare l’esistenza nonché la legittimità incontestabile di una “cultura cattolica” cioè, nella ricerca del vero, del bene, di Dio, le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana percependo così Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro. In questo orizzonte storico, attuale e di speranza sta la risposta all’interrogativo per una nuova generazione di cattolici politicamente impegnati.
Non basta garantire al cristiano impegnato in politica la convinta adesione, nell’ascolto della Parola di Dio, agli articoli del Credo, il rispetto della vita sacramentale, il carattere vincolante degli orientamenti offerti dai comandamenti di Dio. Occorre anche che resti fermamente e operosamente fedele a quella “cultura” che in ultima analisi è in modo omogeneo derivata, entro la vicenda ecclesiale, da quella Presenza  tra noi di Gesù Cristo; fedele appunto alla “cultura cattolica”, senza alcuna diaspora culturale anche nell’eventuale legittima differenziazione politica.
Anzi – ammonisce la Nota – “La necessità di presentare in termini culturali moderni il frutto dell’eredità spirituale, intellettuale e morale del cattolicesimo appare oggi carico di un’urgenza non procrastinabile, anche per evitare il rischio di una diaspora culturale dei cattolici” (n. 7).
Il card. Biffi dice che occorre dare a queste affermazioni di principio qualche utile articolazione rilevando come le principali accezioni di “cultura” trovino rispondenza e plausibilità nell’idea di “cultura cattolica”. Il significato originario (ma ancor oggi vivo) proviene da un’immagine presa  dal mondo agricolo: “cultura” viene ad indicare la “coltivazione dell’uomo, di ogni uomo concreto nel divenire quello che è” cioè nel suo divenire soprattutto interiore. Già Cicerone parla di “una coltivazione dell’animo”.
Dal canto loro i discepoli di Gesù non hanno mai dimenticato che, secondo il suo insegnamento il primo e più vero “coltivatore dell’uomo” è il Padre (Gv 15,1), sicché ogni antropologia è autentica e davvero illuminante a misura che, - almeno oggettivamente se non sempre intenzionalmente – si rifà al suo disegno, nel quale l’”archetipo” di ogni umanità è stabilito dall’Unigenito fatto uomo, Dio che possiede un volto umano, crocifisso e risorto, che ci ama sino alla fine, singolarmente e collettivamente. Perciò il concilio Vaticano II ha potuto asserire che “solamente nel mistero del Verbo incarnato trova luce il mistero di ogni uomo” (GS 22).
In questa prospettiva si capisce come mai proprio nell’ambito del cristianesimo si sia configurato l’umanesimo più alto e meglio motivato. Già l’antichità classica era arrivata a proclamare la centralità dell’uomo: “Molte cose sono mirabili al mondo, ma l’uomo le supera tutte” (Sofocle, Antigone, coro del primo stasimo). Il cristianesimo accoglie e assimila l’umanesimo greco non fermandosi all’uomo in generale ma ogni singolo uomo concreto, quindi trasfigurandolo lo trascende fino a farne il senso, anzi la prima e immediata finalità come singola persona di tutte le cose visibili, come  si evince da quanto scrive sant’Ambrogio: “L’uomo è il culmine e quasi il compendio dell’universo, e la suprema bellezza dell’intera creazione” (Exameron IX, 75).
E’ dunque parte eminente della “cultura cattolica” una antropologia tipica e inconfondibile: ogni persona è sempre fine e mai riduttivamente mezzo per altri o per altro. E’ un’antropologia che certo potrà anche almeno parzialmente convenire con ogni altra attenzione umanistica, purché questa sia sana e fondata sui reali valori – dovunque si trovino – di verità, di amore, di giustizia, di bellezza, di solidarietà, dei quali ogni animo umano si nutre e si adorna: coi quali, possiamo dire, “si coltiva” (come già aveva intuito il mondo classico). Ma non potrà mai identificarsi o anche solo assimilarsi a nessuna visione dell’uomo che effettivamente contraddica o si distacchi dall’”archetipo” di ogni umanità, che “l’uomo Gesù Cristo” ( 1 Tm 2,5).
Proprio l’esistenza di questo “archetipo” consente e impone di difendere ogni uomo concreto da ogni manipolazione e da ogni asservimento, e arruola ogni credente a combattere ogni attentato all’immagine viva di quel Signore dell’universo, di quel Dio con noi unito in qualche modo ad ogni uomo, di quella Presenza che opera, anche oggi, nella Chiesa per tutti.
Ovviamente la “coltivazione cristiana dell’uomo, di ogni uomo”, se non vuol essere soltanto un’astratta affermazione di principio, deve avere anche i mezzi per il raggiungimento dei propri compiti, e particolarmente per la formazione di nuove generazioni. Il cattolico impegnato in politica non lo dovrà dimenticare.
Lungo il secolo ventesimo si è diffusa e si è imposta un’altra e ben diversa accezione di “cultura”. In essa “cultura” viene a indicare un sistema collettivo di valutazione delle idee, degli atti, degli accadimenti, e quindi un complesso di “modelli” comportamentali. Ogni “cultura” intesa così suppone anche una “scala di valori” proposta e accettata entro un determinato raggruppamento umano. Così si è potuto e si può parlare, per esempio, di una “cultura positivista”, di una “cultura idealista”, di una “cultura liberale”, di una “cultura marxista”, di una “cultura radicale”.
Che esista, tra le altre, anche una “cultura cristiana” secondo questo significato, e sia per il credente necessaria e irrinunciabile, potrebbe essere negato solo da chi volesse ridurre il cristianesimo a esteriorità folkloristica o quanto meno a un puro fatto simbolico di coscienza senza alcun fondamento a risonanza storica nella testimonianza esteriore e nella vita.
In questo campo il discepolo di Gesù potrà talvolta rallegrarsi di concordanze con altre confessioni o religioni o perfino inattese con i  non credenti, nella difesa di qualche principio etico o in qualche scelta operativa. Egli anzi ascolterà con rispetto e con sincero interesse le opinioni di tutti perché non dimentica che, come ripete più volte san Tommaso, “Ogni verità, da chiunque sia detta, viene dallo Spirito santo” (I-II, q. 109, a.1, ad 1).
Ma più frequentemente dovrà registrare – e in speciale modo quando si tratta di problemi sostanziali che toccano la natura e la dignità di ogni uomo concreto –dissonanze e incompatibilità. E’ moto difficile che convergano sulla stessa scala di valori coloro che affermano o negano un disegno divino all’origine delle cose; coloro che affermano e coloro che negano una vita eterna oltre la soglia della morte cioè una vita da risorti, una vita veramente vita innestata in questa vita biologica e coloro che riducono radicalmente l’uomo, considerato un semplice prodotto della natura e come tale non realmente libero e di per sé suscettibile di essere trattato come ogni altro animale; coloro che affermano e coloro che negano l’esistenza di un mondo invisibile, di là dalla scena variopinta e labile di ciò che appare alla verifica empirica. Il credente dedito alla vita pubblica dovrà affrontare a occhi aperti, con serenità, amore e con fermezza di convinzioni, le inevitabili tensioni tra le diverse “culture” che di fatto coesistono in una società pluralistica.
Senza dubbio, vivendo in un’umanità culturalmente multiforme e dovendosi comportare nell’attività pubblica secondo i dettami irrinunciabili del modello democratico, il credente sarà spesso indotto a una volontà, tranne che per i valori non politicamente negoziabili, di mediazione e alla ricerca di posizioni pratiche condivisibili anche dagli altri; addirittura condivise dalla maggioranza, auspicabilmente, in modo da consentire un’effettiva attuazione. La politica, si usa dire, è l’arte del compromesso. La Nota della Congregazione offre opportune indicazioni perché tali “compromessi” possano essere tenuti accettabili da una retta coscienza.
In ogni caso, bisogna fare attenzione a non estendere – nell’ansia di arrivare più facilmente e più presto a conclusioni operative – l’atteggiamento di mediazione (che può essere ammissibile nel “momento politico”) anche al “momento culturale”, a scapito di una identità che non deve mai esser messa in pericolo.
C’è un terzo significato di “cultura” che nel linguaggio delle discipline etnologiche si diffonde a partire dalla metà del secolo XIX. “Cultura” è tutto ciò che è espresso da una determinata gente e riconosciuto come proprio: la mentalità, le istituzioni, le forme di esistenza e di lavoro, le consuetudini, i prodotti dell’ingegno e dell’abilità manuale. In questo senso si può parlare di “cultura africana”, di “cultura contadina”, di “cultura operaia”, ecc.
Esiste una “cultura cattolica” intesa così? Esiste, perché esiste e quando esiste un popolo cattolico cioè appartenendo ad una comunità concreta, anche di piccole dimensioni, dove si tutela la vita umana in tutte le sue fasi, dal concepimento alla morte naturale, si promuove la famiglia fondata sul matrimonio, un amore reciproco e una attenzione premurosa ai poveri e ai sofferenti. E questo testimonia una cristianità che esiste anche in piccolo. La cristianità odierna potrà essere anche di minoranza, diversamente da quella di un secolo fa, ma non per questo meno vivace e meno inequivocabilmente caratterizzata. E non potrà mai delinearsi come realtà priva di continuità nel tempo, senza premesse e senza radici; né come qualche cosa di puramente intellettuale, senza manifestazioni socialmente rilevabili. Ciò che non è socializzabile fino al politico, e non diventa mai socializzato, a poco a poco perde di rilievo  nella consapevolezza delle persone semplici e comuni; e alla fine si estingue. E’ un rischio se i cattolici in Italia diventano irrilevanti politicamente, un rischio per loro, per la Nazione e per l’Europa.
Del resto, anche l’atto di fede – per intrinseco dinamismo –chiede di investire e trasformare tutto l’uomo in tutte le sue dimensioni: non solo personali,  familiari, comunitarie, ma anche culturali, sociali e politiche. Ogni assenza gerarchica di questi momenti rischia addirittura di rendere difficile la fede.
Nei duemila anni della nostra storia, molti contributi decisivi dati all’elevazione di ogni uomo e molti tra i frutti più nobili e preziosi dello spirito in tutti i campi (filosofia, letteratura, arti figurative, musica, diritto, solidarietà) portano evidenti in sé i segni della visione cristiana.
Tra i compiti del cattolico politicamente impegnato c’è anche quello di tutelare, far conoscere, far apprezzare – anche al servizio  di un vero umanesimo per tutti – questo nostro impareggiabile “tesoro di famiglia, “la cultura cattolica”.
Queste argomentazioni del card. Giacomo Biffi del 2002 possono aiutare affinché l’attuale differenziazione di schieramento dei cattolici  non aumenti la diaspora culturale rendendo irrilevante l ‘apporto politico. Ritrovarsi in un unico schieramento politico, nella libera maturazione delle coscienze, o differenziati spetta alla responsabilità dei fedeli laici discernerlo: essenziale essere uniti culturalmente.

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