sabato 23 luglio 2011

Il segreto della confessione

La Chiesa non si sottometterà mai all’obbligo della denuncia del confessore all’autorità civile

 Il primo ministro dell’Irlanda Enda Kenny, di fronte all’accusa alla chiesa di aver coperto gli abusi sessuali commessi da sacerdoti minaccia un progetto di legge che, se approvato, obbligherebbe i sacerdoti a riferire notizie su abusi dei minori anche se appresi in confessione. Se non lo facessero, rischierebbero cinque anni di prigione.
Mons. Gianfranco Girotti, numero due della Penitenzieria apostolica dice al Foglio del 23 luglio 2011: “E’ assurdo. E’ una proposta irricevibile. L’Irlanda può approvare tutti i progetti di legge che desidera, ma deve sapere che la chiesa non si sottometterà mai all’obbligo della denuncia del confessore all’autorità civile. La confessione, a livello sociale, è una questione privata che permette al penitente di emendarsi, di purificarsi. Il segreto è condizione necessaria. Ciò non significa che i
vescovi non debbano vigilare sui pedofili e, fatte le opportune verifiche, chiedere a questa gente di pagare per i propri crimini. Se però si vuole violare la confessione la risposta della chiesa è e sarà sempre no”. Il sigillo della confessione deve essere segreto perché lì il confessore siede come Dio e non come uomo e attraverso il confessore (come mediazione sacramentale, sacerdotale)ci si confessa e si riceve il perdono da Dio, non da un uomo. “Nella confessione – continua mons. Girotti –un penitente dice al confessore i propri peccati. Il confessore ascolta e anche nel caso di peccati più abominevoli della pedofilia, egli ha il dovere di assolvere qualora riconosca il sincero pentimento di chi ha davanti. La denuncia alla magistratura, il carattere, le sanzioni previste dalle leggi dello stato sono un’altra cosa. Tutti hanno il dovere di pagare il proprio conto alla giustizia per i crimini commessi, ma non spetta al confessore violare il segreto. La confessione è destinata a pulire l’anima davanti a Dio. E’ un’altra cosa. Vorrei ricordare, tra l’altro, che per il confessore che infrange il segreto del confessionale è prevista la scomunica ‘latae sententiae” da parte della chiesa”, cioè vi cade immediatamente senza alcun processo violando il segreto rivelando notizie raccolte durante la confessione. Certo, anche perdonati davanti a Dio,  resta tutto l’obbligo, il dovere di pagare tutto il proprio conto alla giustizia per i crimini commessi.

Ma cosa significa che la confessione è finalizzata a pulire l’anima davanti a Dio?
La riforma del rito sacramentale ha indotto a modificare anche il linguaggio, per cui oggi si preferisce parlare di: sacramento del perdono o della riconciliazione. “Confessione” sottolinea uno degli atti sacramentali necessari, cioè l’accusa dei peccati unita alla “confessione di fede” dell’amore del Padre, mediante il Crocifisso risorto nello Spirito Santo, più grande dei propri peccati per cui mai il male che si fa ci definisce davanti a Dio: fino al momento terminale della vita ci si può rendere conto, pentirsi, impegnarsi a riparare , lasciarsi riconciliare, ricreare  e ricominciare la vita nuova battesimale.  Riaffiora il carattere medicinale di questo sacramento. E l’aspetto principale sono le disposizioni del cuore che sinceramente si pente, propone di non commetterlo più e si rende disponibile a pagare il proprio conto anche alla giustizia sociale. Ma tocca a chi si lascia riconciliare nell’anima eventualmente denunciarsi, non al confessore denunciare. E’ frequente nel Vangelo la presentazione di Gesù che non definisce  chi è caduto come pretendevano i suoi nemici, ma presentare l’incontro con Lui “medicina di salvezza”. Diceva sant’Agostino, come pastore d’anime e non giudice di tribunale terreno: Io voglio curare, non accusare, definire uno dal male che fa. Ed è grazie alla medicina penitenziale che l’esperienza del peccato non degenera in disperazione e rende disponibili anche a denunciarsi alla giustizia civile. Da un cuore pentito, dove il peccato, attraverso la morte e risurrezione di Cristo, è stato quasi frantumato in relazione al Padre (la contrizione) attraverso il dolore, sorge l’impegno, la possibilità di ritessere i legami con Dio, con se stessi, con i fratelli, con il creato. Così l’azione non si riduce all’avvenimento del rito, ma s’allarga ad un impegno personale da parte del penitente che si estende alla’intera vita personale e sociale, fino, eventualmente, alla disponibilità di pagare il proprio conto alla giustizia autodenunciandosi.
Il sacramento, quando è celebrato sapendo e pensando quello che è, ha sempre il tono d’una gioiosa celebrazione dell’apertura all’amore misericordioso con Dio e con i fratelli, al bisogno di riparare: Venite, facciamo festa, perché questo mio figlio non l’ho mai definito dal peccato che ha fatto, era perduto ed è stato ritrovato. Il ministro della riconciliazione punta ad avere sempre, qualunque sia il rischio sociale, il modo di pensare di Cristo e lo stile del Padre: appare come fratello di ogni uomo comunque ridotto, mediatore cioè sacerdote della misericordia di Dio, pastore che cerca la pecora smarrita, medico che guarisce e conforta, consola, maestro che indica le vie di Dio. E’ un segno di speranza notare, soprattutto nei santuari mariani ma anche nelle parrocchia dove si trovano confessori, un ritorno non numerico ma qualitativo, al sacramento della Riconciliazione.

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