sabato 2 luglio 2011

60 anni di sacerdozio

“ In questi 60 anni quasi tutto è cambiato, ma è rimasta la fedeltà del Signore: Lui è lo stesso, ieri, oggi e sempre.

Ritengo utile, attingendo dall’Osservatore Romano e dal blog degli amici di Papa Ratzinger, alcune riflessioni date durante il pranzo nella Sala Ducale del Palazzo Apostolico con 60 membri del Collegio Cardinalizio e con il personale della Segreteria di Stato e altri stretti collaboratori. “L’esperienza della fraternità è una realtà interna al sacerdozio, perché uno non viene mai ordinato da solo, ma inserito in un presbiterio o da vescovo nel collegio episcopale, così il noi della Chiesa ci accompagna e si esprime in quest’ora.
In questi 60 anni quasi tutto è cambiato, ma è rimasta la fedeltà del Signore: Lui è lo stesso, ieri, oggi e sempre. E questa è la nostra certezza, che ci indica la strada per il futuro”. Nel breve discorso, Joseph Ratzinger, ha poi espresso la gratitudine al Signore per i doni di questi anni, dei quali ha percorso brevemente le tappe: dall’ordinazione, negli anni cinquanta, quando il mondo era dominato da una grande povertà, ma anche da una forte volontà di ricostruire, al Concilio Vaticano II, quando tutte le speranze riposte sembravano realizzarsi, fino al difficile momento della rivoluzione
culturale del ’68 e agli indimenticabili anni accanto al Beato Giovanni Paolo II. E poi, il 19 aprile 2005, la chiamata del Signore a diventare Successore di Pietro. Una missione vissuta sempre con obbedienza e con gioia, perché il sacerdozio è anche gioia di stare insieme. Vediamo come è bello – ha concluso – che i fratelli siano insieme e vivano insieme la gioia del sacerdozio, dell’essere chiamati nella vigna del Signore”. Il Decano del Collegio Cardinalizio Angelo Sodano, ha consegnato al Papa a nome dei cardinali presenti un assegno bancario di 50.000 ero che Benedetto XVI ha immediatamente consegnato nelle mani del cardinale Vicario per la diocesi di Roma, Agostino Vallini,, sottolineando che “in questo modo l’essere insieme si allarga ai poveri dell’Urbe”. Oggi “erano  idealmente presenti al pranzo quei poveri che hanno bisogno del nostro aiuto e della nostra assistenza, del nostro amore, che si realizza concretamente nella possibilità di mangiare, di vivere bene; quei poveri di Roma, che sono amati dal Signore”.
Il Santo Padre ha rievocato “gli anni del Concilio Vaticano II, quando tutte le speranze sembravano potersi realizzare”, e quelli “della rivoluzione culturale del Sessantotto. Anni difficili in cui la barca del Signore si riempiva d’acqua, rischiando d’affondare, anche se il Signore che sembrava dormire era presente e ha mandato avanti la nave di Pietro”.
Papa Benedetto XVI rivela una spiritualità fortemente teologica. E’ un uomo che ama Dio con tutto il cuore e tutta la mente, che conosce la sua Parola e la trasmette anche durante un pranzo. Non parla di se stesso, parla di Dio. E questo da sempre, è una sua costante, prima da professore, da vescovo, da cardinale e adesso da Pontefice. Quando fu nominato prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, qualcuno gli fece osservare che avrebbe dovuto affrontare un compito molto difficile; ed egli rispose che aveva capito nel profondo che, in fin dei conti, era responsabile non davanti alla storia, ma davanti a Dio, davanti alla grande speranza della destinazione eterna.  E questo gli ha dato una grande pace, serenità e soprattutto libertà, propria di chi vive con senso religioso i fatti temporali cioè relativi del vissuto. Già da cardinale non aveva paura ma come conseguenza della sua spiritualità teocentrica.
Non si tratta, però, di un qualsiasi dio, astratto, ma quel Dio che possiede un volto umano e che ci ha amati sino alla fine e così lo si incontra in persona nell’Eucaristia. La messa è veramente il cuore di ogni sua giornata dove si nutre della Parola e del Pane di vita. Si può cogliere che nella messa è veramente in comunione con il Dio fattosi uomo e risorto presente nell’Eucaristia. Essa è la sua fonte principale di ispirazione, di forza, di luce.
Per tutto questo la sua spiritualità è sacramentale cioè ecclesiale. E’ un uomo di Chiesa nel senso più profondo: Il Papa testimonia la consapevolezza che Dio è presente oggi nella Chiesa per tutti, la Chiesa che è la sua famiglia; nella Chiesa che rende amici fra loro i credenti di tutti i continenti; nella Chiesa che abbraccia in continuità dinamica, senza discontinuità, tutti i secoli del passato, il presente e il futuro; nella Chiesa mistero perché unisce  cielo cioè la zona di Dio e terra. Da questo deriva la sua preghiera per chi si trova nello stato di purificazione ultraterrena,  la sua comunione con i Santi, soprattutto la Madre di Dio, ma anche con san Giuseppe, suo patrono e patrono della Chiesa universale e con molti altri santi. Proprio come uomo di Chiesa per questo è anche un uomo di comunione e di collaborazione. Chiede il parere dei suoi collaboratori, anche dei più giovani e lo fa convinto che lo Spirito Santo può parlare anche attraverso gli ultimi poiché per il Padre nessuno è definito dal male che fa e fino al momento terminale può rendersi conto, pentirsi, chiedere perdono, lasciarsi riconciliare, ricreare. Nella Chiesa tutti hanno un’importanza unica e irripetibile, perché tutti possono essere strumenti dello Spirito del Dio vivente. Tutto questo ha una conseguenza visibile nel fatto che il Papa irradia una grande pace e serenità. E’ un uomo profondamente gioioso. Pur in mezzo a molti problemi e difficoltà che devono essere affrontati, egli è radicato in Dio, nell’Eucaristia, nella Chiesa e li affronta con coraggio. Per questo è convinto, e lo trasmette, che, anche se le difficoltà e i problemi sono tanti,tanti i rischi e talvolta veramente pesanti, Dio con la sua provvidenza c’è, il Signore c’è, la redenzione c’è, il futuro è dalla parte della verità e dell’amore e di chi vi crede con la sola forza della verità e dell’amore. E’ questa una speranza affidabile, in virtù della quale affrontare il presente: il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto con gioia e accettato se conduce verso una meta e se di questa meta si è sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino. Per questo ha scelto per il suo ministero questo motto: “Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia” (1 Cor 1,24). Così è testimone e comunicatore della gioia del Signore e senza questo di più di umanità non può essere feconda la nuova evangelizzazione.

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