domenica 15 maggio 2011

Summorum Pontificum

Mutuo arricchimento tra le due forme, quella ordinaria del 1970 e quella straordinaria del 1962, dell’unico rito romano come inizio di un nuovo movimento liturgico in vista di un futuro rito comune

La riforma della liturgia non può essere una rivoluzione. Essa deve tentare di cogliere il vero senso e la struttura fondamentale dei riti trasmessi dalla tradizione e, valorizzando prudentemente ciò che è già presente, li deve sviluppare ulteriormente in maniera organica, andando incontro alle esigenze pastorali di una liturgia vitale”. Con queste parole illuminanti il grande liturgista Josef Andreas Jungmann ha commentato l’articolo 23 della costituzione sulla sacra liturgia del Concilio Vaticano II, dove vengono indicati gli ideali che “devono servire da criterio per ogni riforma liturgica” e di cui Jugnmann ha detto: “Sono gli stessi che sono stati seguiti da tutti coloro che con avvedutezza hanno richiesto il rinnovamento liturgico”.
Diversamente, il liturgista Emil Lengeling ha affermato che la costituzione del Concilio Vaticano II
ha segnato “la fine del medioevo nella liturgia” ed ha operato una rivoluzione copernicana nella comprensione e nella prassi liturgica.
Ecco qui menzionate le due facce interpretative opposte, che costituiscono il punto cruciale della controversia sviluppatasi intorno alla liturgia dopo il Concilio Vaticano II: la riforma liturgica postconciliare deve essere presa alla lettera ed intesa come “riforma” nel senso di un ripristino della forma originaria e quindi come ulteriore fase all’interno di uno sviluppo organico della liturgia, oppure questa riforma va letta come rottura con l’intera tradizione della liturgia cattolica e addirittura la rottura più evidente che il Concilio abbia realizzato, ovvero come la creazione di una nuova forma?
Il fatto che i padri conciliari intendessero la riforma solo nel senso della prima affermazione è stato approfonditamente mostrato soprattutto da Alcuin Reid.
 Tuttavia, in ampi circoli all’interno della Chiesa cattolica si è sempre più imposta la seconda interpretazione, che vede nella riforma liturgica una rottura radicale con la tradizione e intende addirittura promuoverla. Questo sviluppo ha condotto, nella comprensione e nella prassi liturgica, a nuovi dualismi.
E’ certo che il motu proprio potrà far compiere passi avanti nell’ecumenismo solo se le due forme dell’unico rito romano in esso menzionate, ovvero quella ordinaria del 1970 e quella straordinaria del 1962, non vengono considerate come un’antitesi ma come un mutuo arricchimento. Poiché il problema ecumenico si cela in questa fondamentale questione ermeneutica.
Un primo dualismo afferma che prima del Concilio la santa messa era intesa soprattutto come sacrificio e dopo il Concilio essa è stata riscoperta come cena comune. Nel passato si è naturalmente parlato dell’Eucaristia come di un “sacrificio della messa”. Oggi però questo aspetto non solo è meno conosciuto, ma è stato addirittura accantonato o semplicemente dimenticato. Nessuna dimensione del mistero eucaristico è diventata tanto contesa dopo il Concilio Vaticano II quanto al definizione dell’Eucaristia come sacrificio, sia come sacrificio di Gesù Cristo che come sacrificio della Chiesa, al punto che vi è da temere che un contenuto fondamentale della fede eucaristica cattolica possa finire completamente nell’oblio. Contro tale dualismo, il Catechismo della Chiesa cattolica tiene unito ciò che è indivisibile: “La messa è a un tempo e inseparabilmente il memoriale del sacrificio nel quale si perpetua il sacrificio della croce, e il sacro banchetto della comunione al Corpo e al Sangue del Signore”.
Un ulteriore dualismo intorno al quale tende a polarizzarsi la visione di una liturgia preconciliare e di una liturgia postconciliare sostiene che, prima del Concilio, era soltanto il sacerdote il soggetto della liturgia, mentre dopo il Concilio l’assemblea è stata elevata al ruolo d’onore di soggetto della celebrazione liturgica.Certo è indiscutibile che, nel corso della storia, il ruolo originario di tutti i fedeli come co- soggetti della liturgia sia andato man mano scemando e che l’ufficio divino comunitario della Chiesa primitiva nel senso di una liturgia che vedeva partecipe l’intera comunità abbia assunto sempre più il carattere di una messa privata del clero.  L’esistenza di una continuità di fondo tra la liturgia antica e la riforma liturgica avviata dal Concilio Vaticano II traspare da visione ampia e approfondita della costituzione liturgica, secondo cui il culto pubblico integrale è esercitato”dal corpo mistico di Gesù Cristo, cioè dal capo e dalle sue membra” e ogni celebrazione liturgica deve essere pertanto considerata come “opera di Cristo sacerdote e dal suo corpo, che è la Chiesa”, il Catechismo aggiunge poi: “alcuni fedeli sono ordinati mediante il sacramento dell’Ordine per rappresentare Cristo come Capo del Corpo”.
Alla luce del primato cristologico dovrebbe essere evidente che la liturgia cristiana trova il suo senso più profondo nella glorificazione e nell’adorazione del Dio trino e dunque nella santificazione degli uomini. Anche questa dimensione fondamentale della liturgia è diventata vittima di un ulteriore dualismo nel periodo postconciliare, ovvero è stata sempre più assorbita dal concetto di partecipazione. Qui si tratta di una falsa contrapposizione. Noi possiamo e dobbiamo consumare il cibo eucaristico anche con gli occhi e penetrare così nel mistero eucaristico, affinché esso poi ci si riveli pienamente nel mangiare il corpo del Signore e nel bere il suo Sangue. Lo stesso Agostino amava sottolineare che nessuno deve mangiare “di questa carne” se non l’ha prima adorata: “Nemo autem illam carnem manducat, nisi prius adoravit”.
Tra la liturgia antica e la riforma liturgica postconciliare non c’è rottura radicale ma una continuità di fondo. Soltanto alla luce di questa convinzione si può comprendere il motu proprio Summorum pontificum di Papa Benedetto XVI. Il Santo padre infatti non intende la storia liturgica come una serie di spaccature, ma come un processo organico di crescita, di maturazione e di auto – purificazione, nel quale naturalmente possono verificarsi sviluppi e progressi, senza però che continuità e identità vengano distrutte. Per il papa non può esserci una contrapposizione tra la liturgia del 1962 e la liturgia riformata postconciliare.
In contrasto con questa chiara visione di sviluppo organico, la riforma liturgica postconciliare è considerata in ampi circoli della Chiesa cattolica come una rottura con la tradizione e come una nuova creazione; essa ha generato una controversia sulla liturgia che, vissuta in maniera emozionale, continua tutt’oggi a farsi sentire. Con il motu proprio Summorum pomntificum, il Papa Benedetto XVI ha voluto contribuire alla risoluzione di tale disputa e alla riconciliazione all’interno della Chiesa. Il motu proprio promuove, infatti, se così si può dire, un “ecumenismo intra – cattolico”. Ma questo presuppone che la liturgia antica venga intesa anche come “ponte ecumenico”. Infatti, se l’ecumenismo intra – cattolico fallisce, la controversia cattolica sulla liturgia si estenderà all’ecumenismo e la liturgia antica non potrà svolgere la sua funzione ecumenica di costruttrice di ponti.
Anche se il motu proprio vuol favorire la pace intra – ecclesiale, non sarebbe giusto vedervi solo una concessione fatta ai cattolici che propendono per la liturgia antica, come la Fraternità Sacerdotale San Pietro o i seguaci dell’arcivescovo Marcel Lefebvre. Papa Benedetto XVI è convinto, piuttosto, che la forma straordinaria del rito romano sia un patrimonio prezioso che non deve essere relegato al passato, ma a cui si deve attingere anche nel presente e nel futuro, come ha sottolineato nella lettera di accompagnamento al motu proprio: “Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso. Ci farà bene a tutti conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa, e dar loro il giusto posto”.
Questa rivela chiaramente quale è l’intenzione che anima il motu proprio. Il Papa ritiene che sia oggi indispensabile un nuovo movimento liturgico, che nel passato egli ha definito come “riforma della riforma” della liturgia. Il Santo Padre è infatti dell’avviso che la riforma liturgica postconciliare abbia portato molti frutti positivi, ma che gli sviluppi liturgici del dopo Concilio presentino anche molte zone d’ombra, dovute in gran parte al fatto che il “concetto di mistero pasquale del Concilio non è stato sufficientemente tenuto presente”: “Ci si è troppo soffermati sugli aspetti puramente pratici, correndo il rischio di perdere di vista l’essenziale”.
Ecco perché è lecito chiedersi, in maniera critica, se nella riforma liturgica postconciliare siano stati davvero realizzati tutti i desideri dei padri conciliari, o se, sotto diversi aspetti, le affermazioni fondamentali della costituzione sulla sacra liturgia siano rimaste inadempiute o, addirittura, se negli sviluppi liturgici del dopo Concilio si sia andati intenzionalmente oltre tali affermazioni. Che non sia solo legittimo ma anche appropriato operare una distinzione tra la costituzione sulla sacra liturgia, la riforma liturgica postconciliare e i successivi sviluppi liturgici è provato già dal fatto che proprio i teologi che si erano impegnati nel movimento liturgico o che avevano partecipato ai lavori del Concilio sono presto divenuti seri critici degli sviluppi liturgici postconciliari.
Da qui traspare anche il senso profondo della riforma della riforma avviata da Papa Benedetto XVI con il motu proprio: così come il Concilio Vaticano II è stato preceduto da un movimento liturgico, i cui frutti maturi sono stati portati all’interno della costituzione sulla sacra liturgia, anche oggi c’è bisogno di un nuovo movimento liturgico, che si prefigga come obiettivo quello di far fruttificare il vero patrimonio del Concilio Vaticano II nell’odierna situazione della Chiesa, consolidando al tempo stesso i fondamenti teologici della liturgia. Per far ciò occorre non solo la rivitalizzazione del primato cristologico, della dimensione cosmica e del carattere latreutico della liturgia, ma anche e soprattutto la riscoperta del significato basilare del mistero pasquale nella celebrazione della liturgia cristiana. Di questo nuovo movimento liturgico il motu proprio costituisce solo l’inizio. Benedetto XVI infatti sa  bene che, a lungo termine, non possiamo fermarci a una coesistenza tra la forma ordinario e la forma straordinaria del rito romano, ma che la Chiesa avrà nuovamente bisogno nel futuro di un rito comune. Tuttavia, poiché una nuova riforma liturgica non può essere decisa a tavolino, ma richiede un processo di crescita e di purificazione, il Papa per il momento sottolinea soprattutto che le due forme dell’uso del rito romano possono e devono arricchirsi a vicenda. Egli indica anche come: “Nella celebrazione della messa secondo il messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attira molti all’antico uso. La garanzia più sicura che il messale di Paolo VI possa unire le comunità parrocchiali e venga da loro amato consiste nel celebrare con grande riverenza in conformità alle prescrizioni, il che rende visibile la ricchezza spirituale e la profondità teologica di questo messale”.
Coloro che al contrario rifiutano il postulato di un nuovo movimento liturgico e vedono nel motu proprio un passo indietro rispetto al Vaticano II, verosimilmente intendono la riforma liturgica postconciliare come un punto di arrivo, che va difeso con tutte le forze, secondo il rigido conservatorismo di molti progressisti: Essi non solo non considerano gli sviluppi storici della liturgia come un processo organico di crescita e di maturazione, ma respingono anche l’ermeneutica della riforma sollecitata da Benedetto XVI per l’interpretazione del Vaticano II. Preferiscono infatti sostenere l’ermeneutica della discontinuità e della rottura, considerata inadeguata dal Papa, applicandola soprattutto al campo della liturgia e dell’ecumenismo.
Anche il decreto sull’ecumenismo ha segnato infatti un nuovo inizio nelle relazioni tra la Chiesa cattolica e le Chiese e Comunità ecclesiali non cattoliche.
Ma neanche questa nuova svolta ecumenica ha comportato una rottura con la tradizione; essa si iscrive piuttosto in una continuità di fondo con la tradizione, come mostra il semplice fatto che non sarebbe mai stato possibile se nel periodo preconciliare non fossero già stati presenti impulsi ecumenici, almeno nel loro stadio embrionale, anche all’interno della Chiesa cattolica.
Affiora così la reale importanza ecumenica del motu proprio Summorum Pontificum. Poiché Benedetto XVI non ha semplicemente applicato l’ermeneutica della riforma al campo della liturgia, ma ha sollecitato questa ermeneutica in primo luogo proprio per la costituzione conciliare sulla sacra liturgia. E’ precisamente in questo campo che traspaiono con chiarezza i due diversi tipi di ermeneutica che possono essere seguiti: l’ermeneutica della riforma, che prende certamente atto di sviluppi e progressi ma che vede una continuità di fondo con la tradizione; oppure l’ermeneutica della discontinuità e della rottura, che contrappone liturgia, e dunque anche Chiesa, preconciliare a liturgia e Chiesa postconciliare e recide il legame con la tradizione. Proprio in questa alternativa risiede la questione fondamentale per il futuro della Chiesa cattolica e, al tempo stesso, per la credibilità del suo ecumenismo. Anche in questo senso il motu proprio Summorum pontificum si rivela importante a livello ecumenico.
O meglio: il motu proprio può diventare un ponte ecumenico veramente solido soltanto se esso viene innanzitutto percepito e recepito come “una speranza per tutta la Chiesa” (Curt Koch, 3° convegno sul motu proprio Summorum Pontificum, 14 maggioi 2011)

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