mercoledì 13 aprile 2011

Angeli e demoni

Angeli e demoni nel mistero pasquale di morte e risurrezione di Cristo e del dono del Suo Spirito

Il tempo pasquale, dedicato alla fede professata, celebrata, vissuta, pregata del mistero di Cristo risorto da morte e del dono del Suo Spirito, si rivela specialmente propizio per il rapporto con gli Angeli e per una riflessione sul demonio, “il principe di questo mondo” che, proprio nell’ora del suo innalzamento sulla croce, Gesù ha “gettato fuori” (Giovanni 12, 31). Veramente non tutti oggi prestano una sufficiente attenzione al demonio. Alcuni lo giudicano una specie di fantasma inquietante e interpretano, spiegano le Scritture, i Vangeli che ne parlano come una pseudo realtà non personale, una personificazione concettuale e fantastica delle cause ignote dei nostri malanni, che non trovano spiegazione sufficiente con la sola ragione. Paolo VI il 15 novembre del 1972 ha detto che chi nega il demonio come essere personale, vivo, spirituale, pervertito e pervertitore “esce dal quadro dell’insegnamento biblico ed ecclesiastico”.
Ma anche riflettendo sulla realtà della nostra esperienza personale con le continue tentazioni e malanni inspiegabili non possiamo ridurre il demonio a un’idea generica di male, a cui indebitamente attribuire una consistenza reale e personale.
Di tutt’altro avviso appare Gesù Cristo, che non ha affatto ridotto il diavolo al prodotto di una fantasia malata o inquieta, ma lo ha preso molto sul serio, ingaggiando un implacabile conflitto contro di lui durante tutta la sua vita e abbattendolo nella passione e risurrezione con la forza dello Spirito Santo cioè della lunghezza, larghezza e profondità  di Dio che non è che amore e misericordia.
Anzitutto, Gesù offre del diavolo una precisa definizione “omicida fin da principio” cioè all’origine della prima disgrazia dell’umanità, “menzognero padre della menzogna”, nel quale “non c’è verità” e a cui la falsità appartiene in proprio (Giovanni, 8,44). Sappiamo così che questo Essere, creato buono e divenuto oscuro nel non desiderare più Dio che è amore e nel non essere più disponibile al bene, senza più niente di rimediabile cioè infernale, esiste davvero e con proditoria astuzia agisce ancora, soprattutto oggi, ha ricordato il Papa nel messaggio per la Quaresima di quest’anno; è il nemico occulto che semina errori e sventure non solo a livello di ogni persona ma nella stessa storia umana come ad esempio nelle persecuzioni da Nerone a Domiziano, il tempo in cui fu ispirata l’Apocalisse e in seguito con ideologie materialiste, per esempio, con il nazismo, il comunismo staliniano e oggi con la tecno scienza e la dittatura del relativismo. Definito in questi termini, il diavolo appare chiaramente come l’Antitesi e l’Oppositore personale di Cristo, che si presenta come la Verità e la Vita (Giovanni, 14,6) e che con ulteriore precisazione fa risalire l’opera omicida e menzognera del diavolo al “principio”, riportandoci così alla Genesi e al “serpente antico”, che l’Apocalisse con più nomi chiama Diavolo cioè colui che divide, Satana o nemico dell’uomo, Serpente antico cioè ingannatore, Dragone che agisce nella storia e vuol distruggere la creazione e la redenzione (12, 9): è il demoniaco non aggettivo ma sostantivo.
Scrive sant’Ambrogio: “Il demonio non seppe mantenere la grazia ricevuta ed ebbe invidia dell’uomo per il fatto che, plasmato col fango, fu scelto per abitare in paradiso (cioè nella zona di Dio e dei puri spiriti cioè gli angeli)” (De paradiso, 12, 54). Ma nei raggiri del Serpente, che circuisce l’uomo appena creato è in atto una cospirazione contro Gesù cioè il Dio che possiede un volto umano e che ci ama sino alla fine, mirante a seminare diffidenza e a minare la fede. Quella di minare la fede in Cristo e in ogni uomo che Dio ama è, infatti, la sua azione propria, il suo odio.
Se il demonio è l’Antitesi e l’Oppositore in persona di Cristo, non sorprende che questi nella sua vita prima di morire se lo ritrovi d’attorno intento a distaccare  Lui, il figlio di Dio fatto uomo, dal disegno del Padre. Ma ogni mira, anche attraverso Pietro, in questo senso risulterà vana: va via Satana, tu ora, Pietro, non ragioni più secondo Dio, come avevi professato quando mi avevi visto Messia, il Figlio di Dio tra gli uomini. L’avvicinarsi del lasciarsi uccidere per amore è sentita da Gesù come una venuta del “principe del mondo” che però “contro di me non può nulla” perché io, mi lascio uccidere per amore, ma non posso soccombere nella morte, ma risorgo vincitore su Satana e il peccato (Giovanni, 14,30).
Vale per il demonio quanto sant’Ambrogio afferma della morte nel suo inno pasquale Hic est dies verus Dei: la morte, provocata da Satana, si è autodistrutta. Essa, nel tentativo di mordere la preda, cioè il corpo di Cristo in tutto uguale alla nostra vita biologica, con sottile tranello, ne  ha inguaiato letalmente l’amo, restando, insieme, avviluppata nella sua stessa rete. “Il modo migliore per spezzare il laccio teso dall’inganno del diavolo era quello di mostrare al diavolo la preda – appunto il corpo biologico di Cristo – affinché, slanciandosi d’impeto su di essa, si impigliasse nella sua stessa rete” (Espositio evangelii secundum Lucam, 12).
Quanto al traditore, Giuda, diviene, lasciandosi sedurre, il luogo della inabitazione di Satana. Nell’imminenza della Pasqua, l’ultima di Gesù con i suoi discepoli, “Satana – è detto in Luca – entrò in Giuda, detto Iscariota” (Luca, 22,2), mentre, secondo Giovanni, è il diavolo che “ha messo in cuore a Giuda di tradirlo” (Giovanni, 13,2), e lo steso evangelista noterà che “dopo il boccone, Satana entrò in lui” (Giovanni, 13, 27).
Avversario di Cristo e vinto da lui nella sua morte, risurrezione e nel dono del Suo Spirito, il demonio non cesserà di essere l’avversario dei suoi discepoli fino al termine della storia. In questi termini parlerà la Lettera di Pietro: “Vegliate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro cercando chi divorare” ( 1 Pietro, 5,8); d’altronde è possibile, come constata Paolo, perdersi “dietro Satana” (1 Timoteo, 5,15). Detto questo non si vuol dire che l’uomo venga sottratto alle sue responsabilità, ben sapendo che ogni peccato è una libera scelta umana e non del demonio: “è dal cuore dell’uomo che escono pensieri maligni”. Il demonio non può costringere.
Come il demonio ha cospirato contro la vita di Gesù, così non mancherà di architettare inganni contro coloro che “custodiscono i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù” (Apocalisse, 12,17), e di impiegare tutte le sue energie per osteggiarli anche con possessioni, ossessioni, vessazioni, malefici. E’ il messaggio dell’Apocalisse, profezia e raffigurazione simbolica delle peripezie della Chiesa, accanitamente insidiata e perseguitata dal Drago nel tempo presente, prima della venuta finale del Signore Gesù e del definitivo trionfo dell’Agnello immolato ma ritto in piedi.
“Chi si affida a Dio, non ha paura del diavolo”, dichiara sant’Ambrogio (De sacramentis, v. 4,30), che giunge a dire: “Dove il diavolo dà battaglia, là Cristo è presente e operante oggi come allora, dove il diavolo pone l’assedio, là, chiuso tra gli assediati, sta Cristo a difendere la cerchia delle mura spirituali”. Per quanto le macchinazioni diaboliche della sua azione ordinaria (tentazioni individuali) e di quella straordinaria (possessioni, ossessioni, vessazioni su persone e cose), a livello individuale e storico, possano essere pericolose e aggressive, essi “lo hanno vinto grazie al sangue dell’Agnello” (Apocalisse, 12,11).Vigilano, invece, e pregano, certi di essere già partecipi della vittoria pasquale di Cristo, che adesso, con il dono del Suo Spirito, del Suo Amore, prosegue in loro. E non senza affidarsi agli angeli, particolarmente a quelli che hanno servito Gesù dopo le prove del diavolo nel deserto, anche se si deve riconoscere che ora pastoralmente degli angeli si parla poco, troppo poco in rapporto al loro ruolo di salvezza in Cristo.

La luce e il suo contrario
Secondo la Parola di Dio le origini del male antecedono l’apparizione dell’uomo, il quale, infatti, appena creato, si trova già di fronte a un intendimento astuto e ingannevole, a una “invidia” – il libro della Sapienza parla dell’”invidia del diavolo” (2,24) – che lo istiga al sospetto e alla rivolta contro il Creatore.
Paolo è persuaso che “la nostra battaglia non è contro la carne e il sangue, ma contro i Principati e le Potenze, dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male” (Efesini 6,12), esseri vivi, spirituali, pervertiti e pervertitori, contro i quali bisogna difendersi. Concretamente e storicamente parlando, il male morale e fisico si è abbattuto sull’uomo non già per il semplice fatto della sua disobbedienza, ma per effetto della volontà dell’uomo dietro istigazione e l’influsso di Satana. Il peccato e la morte si collocano non nella cornice di una generica lotta tra il bene e il male, ma nello scontro tra Dio e Satana, tra il regno di Dio e l’azione contraria a Cristo di Satana. Lo stato di spogliazione dei beni di grazia e dei doni soprannaturali, in cui l’uomo è caduto per influsso di Satana,  non è un atto di ogni singola persona ma uno stato di vero peccato cioè di vera avversione a Dio e di schiavitù sotto la potestà di Satana. Ogni conseguenza del peccato alla quale noi tuttora sottostiamo, è sempre anche esercizio del potere di Satana sopra il mondo e sopra di noi. Tale signoria si evidenzia non solo nei nostri peccati personali, ma anche in tentazioni di ogni sorta, in persecuzioni, tribolazioni, influssi nocivi degli elementi infra umani, infortuni, malattie di ogni genere, morte. Nell’infinita scala dei mali fisici, psichici, morali, che noi subiamo, e a cui è sottoposto il mondo, si manifesta effettivamente anche l’influsso di Satana, il suo potere, la sua lotta incessante contro il regno di Dio in Cristo attraverso la Chiesa.
In ogni caso, la Genesi ci fa risalire a un peccato angelico precedente la storia dell’uomo e spaventosamente influente su di essa. Il mondo degli angeli in generale e, in particolare, il peccato degli angeli – che incentivò molto, come tutta l’angelologia, la riflessione, per altro acuta e preziosa, dei medioevali convinti giustamente che non c’è concezione cristiana completa della vita dell’uomo e della storia se si oblitera un particolare fondamentale come quello del centro dell’opposizione alla creazione e all’avvenimento redentore di Cristo – ci è affatto sconosciuto. E, tuttavia, nella vita di Gesù incontriamo angeli infervorati e gioiosi nel servirlo, e demoni ostili che tentano di sedurlo, e di stornarlo dal disegno divino.
Dove c’è Gesù, là c’è sempre l’avversione dei demoni e il servizio meraviglioso degli angeli. Considerato il loro comportamento nei confronti di Cristo, ci sembra di non essere lontani dal vero a ritenere che il loro peccato “originale” fu l’invidia e il fastidio anzitutto nei confronti dell’eterna elezione di Gesù, predestinato a essere il Signore del cielo e della terra e in Lui degli uomini a figli nel Figlio.
Prima che l’uomo fosse creato, essi si sono ribellati alla signoria del Figlio di Dio fatto uomo e risuscitato da morte. Ma anche gli angeli sono stati creati “per mezzo” del Crocifisso risorto, “in Lui” e “in vista di Lui” (Colossesi, 1,16). Il suo “nome”, ricevuto per la “morte di croce”, è “al di sopra di ogni nome”, e in tale nome ogni ginocchio è chiamato a piegarsi, “nei cieli, sulla terra e sotto terra” e ogni lingua a proclamare: “Gesù Cristo è il Signore!”, a gloria di Dio Padre (Filippesi, 2,8,11). Tutta la grazia esistente nell’ordine scelto da Dio è proveniente da Gesù redentore. Anche la grazia degli angeli, perduta da quelli che l’hanno rifiutata.
Indubbiamente, ci risulta misterioso un simile ordine, che include  questo esercizio diabolico della libertà, come restiamo impressionati dalla forza del demonio, se pensiamo che soltanto il Figlio di Dio incarnato, che lo ha definito “Principe di questo mondo”, nell’ora stessa della sua esaltazione sulla croce, ha avuto il potere di gettarlo fuori (Giovanni, 12, 31-32).
E tuttavia, su questa considerazione non dobbiamo troppo indugiare, anche se, per così dire, il “rovescio” di questo disegno ora manca di suscitare sconcerto. Ad attrarre la nostra ammirazione dev’essere invece il “diritto” di tale disegno, ossia l’umanità gloriosa di Gesù, che sempre presente viene prima di tutto e come ragione di tutto, nel quale siamo stati mirabilmente progettati e voluti, e che nella sua risurrezione cioè nella sua continua presenza attraverso la Chiesa (è Lui che parla pregando le Scritture e si dona in persona attraverso i sacramenti e i sacramentali) appare vincitore dei demoni.  Come scrive san Paolo: “Dio, avendo privato della loro forza i Principati e le Potenze, ne ha fatto pubblico spettacolo, trionfando su di loro in Cristo” (Colossesi, 2,15).
Ma la Parola di Dio ci rende noto anche un altro perverso esercizio della libertà, quella dei progenitori, che hanno ceduto alla suggestione del serpente. Ora tutti i loro discendenti vengono al mondo con l’eredità del peccato originale cioè con la tendenza al male, ossia privi della giustizia e della grazia, e quindi difformi da Cristo.
Ancora una volta la ragione non sa nulla di questo peccato e della sua eredità. Ma essa non riesce né a sciogliere e né a sopportare gli enigmi affliggenti del male: da dove viene e come liberarcene soprattutto la morte. Alla filosofia, alla sola ragione non è nota la “terribile disgrazia originaria”, come la nomina il beato John Newman, che è la causa di ogni forma di male presente e attivo nella storia di ogni uomo, a cominciare dal “salario del peccato” (Romani, 6,23), la morte, nella quale tale disgrazia si consuma.
E, però, questa stessa situazione dell’uomo non è disperata, poiché Dio non ha lasciato storicamente senza redenzione i figli di Adamo segnati da una colpa ereditata e incolpevole. Egli ha infatti “prevenuto”, se così possiamo dire, la situazione dell’uomo, risultata intimamente ferita e discordante a motivo del peccato originale, predestinando il suo Figlio come redentore dello stesso Adamo e di tutti gli uomini suoi discendenti.
Da sempre Dio aveva riservato la grazia della croce di Cristo per la natura umana decaduta, e non solo perché cancellasse la macchia originale, ma anche perché fosse remissione di tutti i peccati, così che, dove aveva abbondato il peccato, sovrabbondasse la grazia (Romani, 5,20). Il peccato, come opera dell’uomo, non potrà oltrepassare i confini della misericordia, che è opera di Dio. Fino al momento terminale di questa vita mai il male che una persona fa lo definisce: gli è offerta dal Padre per mezzo di Cristo nel dono Suo Spirito la possibilità di rendersene conto, di pentirsi, essere riconciliato, ricreato. Dio in Gesù non è che amore e misericordia e ogni uomo diviene quello che è nello scoprirsi amato e perdonato.
Ora, la sostanza della “buona notizia” è proprio questa eterna decisione di Dio che la sua gloria e la gloria del Figlio risplendessero nel perdono dell’uomo, meritato e elargito dal Crocifisso risorto che parla continuamente attraverso le Scritture e si dona in persona nei sacramenti, e che l’incontro e la comunione ecclesiale con Gesù assiso alla destra del Padre sia il fine ultimo, soprannaturale di ogni uomo.
Senza dubbio, Il Vangelo non annulla e non preserva l’esistenza da sofferenze inenarrabili, da avvenimenti assurdi e inevitabili, da situazioni inimmaginabili di violenza e perversità che l’uomo subisce e dietro le quali si avverte non solo la possibile cattiveria umana ma anche l’opera diabolica. Dio che è amore non può costringere o distruggere ciò che ha creato e un rapporto costretto non è più un rapporto di amore conforme alla natura di Dio. Il credente non ne è preservato e non sorprendono il suo lamento e la sua reazione. La fede però lo rassicura che egli non è mai abbandonato a se stesso, che la sua pena non solitaria e i suoi tormenti privi di senso e di valore, dal momento che in essi si stanno rinnovando e compiendo gli stessi “patimenti di Cristo” (Colossesi, 1,24), il Figlio di Dio, che il Padre non ha risparmiato, ma ha “consegnato per noi tutti” (Romani, 8, 32).
Ma proprio in questa “consegna” non spettacolare, in questa “stoltezza” e “impotenza della croce”,che sembra professare l’assenza, il disinteresse, il silenzio implacabile di Dio che non può costringere essendo amore, Dio ha collocato la sua presenza e la sorgente stessa della risurrezione e della gloria: non costringe ma attira con la larghezza del suo amore che non esclude nessuno, con la lunghezza poiché nessuna difficoltà lo vince, con l’altezza poiché in Cristo punta a far divenire ogni uomo figlio nel Figlio, con la profondità nel condividere fino in fondo le miserie di ogni uomo.
La Pasqua di Gesù è la sua e la nostra vittoria sul Maligno e su ogni forma di male, compresa la morte. La risurrezione, meta della creazione, è la più grande “mutazione” mai storicamente accaduta, il “salto” decisivo verso una dimensione di vita profondamente nuova, l’ingresso in un ordine decisamente diverso dalla vita biologica, che riguarda Gesù di Nazareth, ma con Lui anche noi, tutta la famiglia umana, la storia e l’intero universo. “Ritengo – scrive Paolo in questo orizzonte dell’incontro con il Crocefisso risorto a fondamento dell’essere cristiani – che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi” (Romani, 8, 18) (Per queste riflessioni mi sono rifatto liberamente a due articoli di Inos Biffi pubblicati sull’Osservatore Romano del 23 aprile e 7 maggio 2010).

Nessun commento:

Posta un commento