mercoledì 9 marzo 2011

Risposta alla chiamata

Nel “cuore” della Chiesa la chiamata di ogni singolo cristiano è un mistero trinitario

 Abbiamo parlato della vocazione come di una chiamata molto personale: Dio chiama me, conosce me, aspetta la mia risposta personale. Ma, nello stesso tempo, la chiamata di Dio è una chiamata in comunità, è una chiamata ecclesiale. Dio ci chiama in una comunità.  E’ vero che in questo brano che stiamo meditando non c’è la parola “ekklesia”, la parola “Chiesa”, ma appare tanto più la realtà. San Paolo parla di uno Spirito e un corpo. Lo Spirito si crea il corpo e ci unisce come un unico corpo. E poi parla dell’unità, parla della catena dell’essere, del vincolo della pace. E con questa parola accenna alla parola “prigioniero” dell’inizio: è sempre la stessa parola, “io sono in catene”, “catene ti terranno”, ma dietro sta la grande catena invisibile, liberante dell’amore. Noi siamo in questo vincolo della pace che è la Chiesa, è il grande vincolo che ci unisce con Cristo. Forse dobbiamo anche meditare personalmente su questo punto: siamo chiamati personalmente, ma siamo chiamati in un corpo. E questo non è una cosa astratta, ma molto reale.
Ho detto che la parola “Ekklesia non c’è qui, ma c’è la parola “corpo”, la parola “spirito”, la parola “vincolo” e sette volte, in questo piccolo brano, ritorna la parola “uno”. Così sentiamo come sta a cuore all’Apostolo l’unità della Chiesa. E finisce con una “scala di unità”, fino all’Unità: Uno è Dio, il Dio di tutti. Dio è Uno e l’unicità di Dio si esprime nella nostra comunione, perché Dio è il Padre, il Creatore di tutti noi e perciò tutti siamo fratelli, tutti siamo un corpo e l’unità di Dio è la condizione, è la creazione anche della fraternità umana, della pace. Quindi, meditiamo anche questo mistero dell’unità e l’importanza di cercare sempre l’unità nelle comunione dell’unico Cristo, dell’unico Dio,
Ora possiamo fare un ulteriore passo avanti. Se ci domandiamo qual è il senso profondo di questo uso della parola “chiamata”, vediamo che essa è una delle porte che si aprono sul mistero trinitario. Finora abbiamo parlato del mistero della Chiesa, dell’unico Dio, ma appare anche il mistero trinitario. Gesù è il mediatore della chiamata del Padre che avviene nello Spirito Santo.
La vocazione cristiana non può che avere una forma trinitaria, sia a livello di singola persona, sia a livello di comunità ecclesiale. Il mistero della Chiesa è tutto animato dal dinamismo dello Spirito Santo, che è un dinamismo vocazione in senso ampio e perenne, a partire da Abramo, che per primo ascoltò la chiamata di Dio (e tre ne vide e uno ne adorò) e rispose con la fede e l’azione (Gen 12,1-3); fino all’”eccomi” di Maria, riflesso perfetto di quello del Figlio di Dio, nel momento in cui accoglie dal Padre  la chiamata a venire nel mondo (Eb 10, 5-7). Così, nel cuore” della Chiesa – come direbbe san Teresa di Gesù Bambino – la chiamata di ogni singolo cristiano è un mistero trinitario: il mistero dell’incontro con Gesù, con la Parola fatta carne, mediante la quale Dio Padre ci chiama alla comunione con Sé e per questo ci vuol donare il suo Santo Spirito, ed è proprio grazie allo Spirito che noi possiamo rispondere a Gesù e al Padre in modo autentico, all’interno di una relazione reale, filiale. Senza il soffio dello Spirito Santo la vocazione cristiana semplicemente non si spiega, perde la sua linfa vitale.
La forma dell’unità secondo lo Spirito richiede l’imitazione di Gesù, la conformazione a Lui nella concretezza dei suoi comportamenti: “Con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore”, e poi aggiunge che l’unità dello spirito va conservata “per mezzo del vincolo della pace” (Ef 4,2-3).
L’unità della Chiesa non è data da uno “stampo” imposto dall’esterno, ma è il frutto di una concordia, di un comune impegno di comportarsi come Gesù, in forza del suo Spirito. C’è un commento di san Giovanni Crisostomo a questo passo che è molto bello. Crisostomo commenta l’immagine del “vincolo”, il “vincolo della pace”, e dice: “E’ bello questo vincolo, con cui leghiamo insieme sia gli uni con gli altri sia con Dio. Non è una catena che ferisce. Non dà crampi alle mani, le lascia libere, dà loro ampio spazio e un coraggio più grande” (Omelie sull’Epistola agli Efesini 9,4, 1-3). Troviamo qui il paradosso evangelico: l’amore cristiano è un vincolo, come abbiamo detto, ma un vincolo che libera! L’immagine del vincolo, come vi ho detto, ci riporta alla situazione di san Paolo, che è “prigioniero”, è “in vincolo”. L’Apostolo è in catene a motivo del Signore, come Gesù stesso, si è fatto schiavo per liberarci. Per conservare l’unità dello spirito occorre improntare il propri comportamento a quell’umiltà, dolcezza e magnanimità che Gesù ha testimoniato nella sua passione; bisogna avere le mani e il cuore legati da quel vincolo d’amore che Lui stesso ha accettato per noi, facendosi nostro servo. Questo è il “vincolo della pace”. E dice ancora san Giovanni Crisostomo, nello stesso commento: “Legatevi ai vostri fratelli, quelli così legati insieme nell’amore sopportano tutto con facilità…Così egli vuole che siamo legati gli uni agli altri, non solo per essere in pace, non solo per essere amici, ma per essere tutti uno, un’anima sola” (ibid.)” (Benedetto XVI, Al Pontificio Seminario Maggiore – Lectio Divina, 4 marzo 2011).

Non si può vivere e trasmettere il Vangelo senza avere alla base uno “stare” insieme con Gesù, un vivere nello Spirito con Gesù l’esperienza trinitaria del Padre; e l’esperienza della relazione, della comunione trinitaria, cioè il vincolo ecclesiale dello “stare” sospinge all’annuncio, alla proclamazione, alla condivisione di ciò che si è vissuto, avendolo sperimentato come buono, positivo e bello.
Un simile compito di annuncio e di proclamazione non è riservato a qualcuno, a pochi eletti. E’ dono fatto ad ogni persona che risponde con fiducia alla chiamata alla fede. La trasmissione della fede non è un’azione specializzata, da appaltare a qualche gruppo o a qualche singolo individuo appositamente deputato. E’ esperienza ecclesiale di ogni cristiano e di tutta la Chiesa, che in questa azione riscopre continuamente la propria identità di “corpo”, di popolo radunato nella chiamata dello Spirito, che ci raccoglie dalla dispersione nel nostro quotidiano, per vivere la presenza tra noi di Cristo, e scoprire così il vero volto trinitario di Dio, che ci è Padre nello Spirito Santo e vivere nel Figlio la stessa relazione, la stessa comunione.

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