lunedì 13 dicembre 2010

Omelia natalizia alla scuola di Benedetto XVI n. 2

2. Ipotesi di omelia natalizia alla scuola di Benedetto XVI

Riferivano tutto quello che avevano udito

Il Vangelo di questo Natale cioè Dio che si fa Parola qui e ora ci dice una cosa importante sui pastori. Dice che si affrettavano ad andare a Betlemme e riferivano tutto quello che avevano udito. Quegli uomini, che sicuramente erano di poche parole, lodavano e glorificavano Dio, ciò di cui il loro cuore era pieno e traboccava dalle loro labbra. Si affrettavano. Questa specie di fretta la troviamo molte altre volte nella Sacra Scrittura cioè nella documentazione ispirata di Dio che parla: Maria si mette in cammino in fretta dopo l’Annunciazione per andare a far visita alla sua parente Elisabetta; i pastori si affrettano a raggiungere la mangiatoia; Pietro e Giovanni corrono dal Risorto. Questa fretta però non ha niente a che vedere con la
 frenesia di chi è assillato da scadenze pressanti valutando ultime, assolute realtà penultime. E’ il suo contrario. Significa che la fretta ingiustificata non ha più ragione di essere quando si presentano davanti a noi le cose che sono davvero grandi e importanti come il bene, il bello, l’amore cioè Dio: la grazia dello Spirito Santo non conosce pesi che la possono trattenere. Ciò significa che le cose che appesantiscono il cuore e il passo del nostro cammino verso Dio cioè tutto ciò che penultimo viene valutato come ultimo finisce per staccarsi da noi stessi. Significa che se ne vanno i dubbi, la saccenteria e la falsa erudizione che rendono così difficoltoso il nostro cammino verso di Lui. Significa che impariamo un elemento dell’amore divino cioè il passar sopra a ciò che non è intrinsecamente cattivo e a camminare sulle ali della serenità e della gioia. Questa fretta non nasce dalla precipitazione, bensì dalla scomparsa della precipitazione, della pretesa di riuscire per il tentare e ritentare con fiducia e speranza anche quando non si riesce cioè dalla leggerezza del cuore. Chesterton ha detto molto argutamente che gli angeli possono volare perché non si prendono troppo sul serio. E in sintonia con questa affermazione niente è difficile, se non ci prendiamo troppo sul serio e papa Giovanni XXIII, tratta dell’esperienza profonda della sua vita e delle lotte da lui sostenute: “Tutto diventa facile, se ci stacchiamo da noi stessi, se ci rilassiamo”. La soluzione è rilassarsi, porre l’accento non tanto su noi stessi quanto su Dio con noi. Ecco che allora il cuore diventa leggero, diventa libero, diventa capace di ascoltare e di fare da guida.

In conclusione mi viene in mente il gioco di parole con cui San Giacomo, nella sua lettera ai cristiani che fa parte del Nuovo Testamento, descrive la differenza esistente tra i pastori e i superbi, indicandoci così una strada con la quale noi, superbi quali siamo, possiamo arrivare convertiti al Signore. Dapprima San Giacomo critica aspramente i ricchi egoisti, i superbi e gli eruditi che pensano farisaicamente di essere l’autentico Israele. In una delle sue rampogne dice: “Avete rimpinzato il vostro cuore” (Gc 5,5). Poi si rivolge ai poveri sereni, ai semplici, a coloro che credono all’Emmanuele, e li rafforza, li conforta e li esorta: “Rinvigorite i vostri cuori” (Gc 5,8). Qui sta la differenza. Se si rimpinza il cuore di se stessi, delle cose penultime come fossero la meta, dell’auto riferimento, lo si rende sordo alla voce di Dio che continuamente si fa parola attraverso le Scritture. Se si rinvigorisce il cuore, lo si rende capace di non perdere mai il contatto interiore con Dio cogliendo tutto il bene e il bello, dono di Lui, di ascoltarlo nella lettura della Scrittura, di farlo punto di riferimento di tutta la vita. Rimpinzare il cuore: non è purtroppo proprio questa la descrizione di ciò che rischiamo di fare a Natale, riempiendoci il corpo e la mente per stordire il cuore, per ridurlo al silenzio perché non vogliamo ascoltare l’Emmanuele, il Dio con noi? Dovremmo fare il contrario: non rimpinzare il cuore, ma destarlo, rinvigorirlo facendo crescere il contatto interiore con Dio nella comunione degli uomini tra loro, affinché ci renda nuovamente capaci di vedere nelle circostanze, capaci di udire la voce dell’angelo.

Mi viene in mente una storiella ebraica. In essa si narra di un sapiente che temeva di perdere la fede nel Dio con noi e che andò da un uomo pio per chiedergli consiglio. Quest’uomo, un seguace del cassidismo, non si impelagò in discussioni filosofiche, si limitò a ripetere parecchie volte, di fronte all’erudito in preda ai dubbi, le preghiere che quest’ultimo nella sua infanzia aveva imparato a memoria. Questo fu tutto quello che fece. L’uomo di fede nel Dio con noi non discute con chi dubita, piuttosto prega con lui cioè esperimenta insieme l’intimità con Dio. Recita le preghiere della sua infanzia, con le quali il suo cuore si area aperto a Dio, parlava con Lui. La Chiesa a Natale vuole fare fare quetso con noi. Essa fa con noi la stessa cosa che quell’uono pio ha fatto con chi era in preda al dubbio, non discute ma prega con noi. Essa ripete con noi le preghiere che abbiamo imparato a memoria nella nostra infanzia, le preghiere con le quali il nostro cuore si è aperto al Tu di Dio sviluppando in questa relazione tutte le relazioni più care. E Dio canta, prega con noi per rinvigorire il nostro cuore in tutte le relazioni più care e quindi guarirci dal male più distruttivo, infernale: la solitudine. Andiamo a Betlemme. Preghiamo il Signore perché ci aiuti in questo cammino spirituale e ci conceda quindi un felice Natale.

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