lunedì 13 dicembre 2010

Omelia natalizia alla scuola di Benedetto XVI n. 1

1.Ipotesi di omelia natalizia alla scuola di Benedetto XVI

Su andiamo a Betlemme

Memorizziamo Betlemme per cogliere il Dio con noi nell’Eucaristia, con un amore più grande dei nostri peccati nella Riconciliazione, natalizia andiamo a Betlemme! La frase pronunciata dai pastori nella Notte Santa è stata attualizzata in continuità convenendo alla Messa di Natale e con essa viene detto che cosa realmente significhi la fede celebrata a Natale. E’ un invito a farsi pastori per poter udire la voce dell’angelo che oggi annuncia la gioia del Dio dal volto umano di essere con noi, con ciascuno singolarmente e con l’umanità nel suo insieme. Infatti questa gioia è sempre attuale perché proviene in continuità da Dio. E’ una
 esortazione a cercare la strada di conversione. A metterci in marcia, a riconoscere il bambino che anche oggi nasce su questo altare nel pane e nel vino transustanziati per portare nel mondo la gloria, l’amore di Dio come pace per gli uomini che egli ama comunque ridotti.

Ho 76 anni e da ragazzo, da adolescente, da giovane attraverso le innumerevoli recite natalizie e i canti pastorali noi, cantavamo, sentivamo che quelle parole andiamo a Betlemme erano rivolte a noi. Erano il punto in cui potevamo inserirci nell’evento biblico. Forse non eravamo in grado di grandi riflessioni sulla Trinità di Dio. Ma ci identificavamo con i pastori, contadini ci sentivamo pastori, capaci di incamminarsi con i pastori all’incontro con quel Dio che potevamo capire e amare, perché si era fatto così vicino da ascoltare e perdonare in persona i nostri peccati nel sacramento della confessione e soprattutto assimilarci a lui nella comunione eucaristica con la gioia di poterla ripetere tre volte: a mezzanotte, all’alba, nel giorno

Oggi che si punta perfino ad escludere il presepio dalla cultura e dagli ambienti pubblici, e la fede nel Dio con noi diventa più difficile, anche perché viviamo in un mondo, soprattutto in città, che si presenta quasi sempre come opera nostra, nel quale, per così dire, Dio non compare più direttamente, sembra divenuto superfluo ed estraneo. Siamo molto lontani dalla semplicità dei pastori e del loro mondo dove tutto era visto nella verità che rende liberi cioè come dono di Dio creatore, come l’albero di Natale dovrebbe richiamarci. Tuttavia ci può confortare il fatto che in fondo anche i saggi che venivano dall’Oriente, esponenti di una civiltà raffinata e progredita che in certo qual modo rappresentano anche noi, hanno trovato la via che porta alla mangiatoia. Elena, madre di Costantino, nel momento in cui trova la croce di Cristo, va con il pensiero a quei saggi venuti dall’Oriente: “Siete arrivati tardi, proprio come me. Prima di voi sono arrivati i pastori, e persino gli animali. Erano già radunati con il coro degli angeli quando voi non vi eravate messi in cammino. Per causa vostra persino le norme rigide che regolano il corso degli astri hanno dovuto essere un po’ modificate. Miei cari cugini, pregate per me, pregate per i grandi di questo mondo, pregate per tutti gli eruditi e i superbi che si ritengono superiori a tutti, perché non siano dimenticati davanti al trono di Dio, quando i semplici, gli umili, i piccoli entreranno nel regno di Dio”. Noi persone superbe che non sappiamo rispondere da dove veniamo nascendo, dove andiamo morendo e chi veramente siamo cioè senza la verità che rende liberi, abbiamo bisogno di questa preghiera, affinché anche noi possiamo giungere a vedere la stella, sentire la voce dell’angelo e trovare la via che conduce a Betlemme del Dio con noi, che ci perdona nella confessione e capaci di amare con il suo amore nella comunione. Per dove passa questa via?Memorizzando il Vangelo, Dio che qui e ora ci parla nel Vangelo chiediamoci: che persone erano quei pastori giunti a conoscere la via umana alla Verità e alla Vita, ai quali era sufficiente mettersi in cammino? Come oggi cogliere la via alal Verità e alla Vita che rende liberi? La tradizione ha sempre considerato due dati:i pastori erano accampati insieme in aperta campagna ed erano svegli, grati di tutti i doni.Erano senza dimora, pellegrini nella vita, come lo erano Giuseppe a Maria in quella notte.Quelli che stavano nei palazzi e nelle case dormivano e non udirono l’angelo. I pastori erano persone che vegliavano, contemplavano tutta la natura come dono del Creatore. In questo possiamo scorgere qualcosa di molto profondo, che può e deve riguardare anche coloro che hanno, come noi, una propria dimora. In noi deve restare vigile il cuore, in noi c’è originariamente la capacità di cogliere la verità che rende liberi cioè tutto il bello e il bene che riceviamo da Dio spesso non come cosa ovvia ma come dono e così cresce la gratitudine. Con la gratitudine cresce la gioia per il fatto che Dio ci è vicino, più intimo a noi che noi a noi stessi, di lasciare che ci rivolga la parola oggi attraverso le Scritture. E questa capacità di restare vigili con il cuore, di averlo sempre davanti ai nostro occhi come punto di riferimento della nostra vita, questa prontezza a rispondere alla Sua chiamata, che unisce ai pastori i saggi che vengono dall’Oriente, i superbi, e permette loro di trovare la via umana alla Verità e alla Vita, anche se nel loro caso questo avviene in maniera più lenta, attraverso un percorso difficile e a prezzo di ricerche faticose.

Ma siamo davvero ancora vigili? Siamo liberi? Siamo disposti a muoverci cioè a convertirci cambiando mentalità e atteggiamento di vita? Non siamo forse terribilmente ammalati di snobismo, di scetticismo presuntuoso? Può udire la voce dell’angelo chi ancor prima di averla ascoltata sa già con certezza che l’angelo non esiste? Anche se la udisse, egli la interpreterebbe a modo suo. E chi si è ormai abituato a formulare giudizi sprezzanti su tutto e su tutti, a credere di sapere più degli altri, a mettere tutto in discussione, come potrebbe dare ascolto a quella voce? Mi sembra sempre più chiaro che la morte dell’umiltà è la vera causa della nostra incapacità di credere e quindi della malattia del nostro tempo, e capisco sempre di più per quale motivo Agostino abbia detto che l’umiltà è l’essenza del mistero di Cristo. Sant’Agostino stesso era uno di quei superbi che fanno molta fatica a scendere al loro piedistallo e che trovano la strada che porta a cogliere il Dio con noi in quella mangiatoia, oggi in quella particola, in ogni volto umano con grande difficoltà e solo percorrendo vie diverse.

E’ già molto rendersi conto, convenendo a Messa a Natale, che il nostro cuore non è vigile, non è ancora libero. E’ pieno di pregiudizi e di saccenteria. E’ stordito da attività e impegni nelle cose penultime come fossero quelle ultime, paralizzato quindi dalla frenesia, sempre di corsa. E tuttavia resta il conforto di sapere che anche per i superbi esiste la strada, che anch’essi possono fino al momento terminale di questa vita penultima diventare pastori, se con questi ultimi risvegliano in se stessi la capacità di essere vigili e liberi. Perciò dovremmo impiegare questi giorni di celebrazioni natalizie per non lasciarci ancora stordire da viaggi e divertimenti, ma a farli diventare un momento di respiro e di liberazione, di modo che il cuore impari di nuovo ad ascoltare e vedere.

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