martedì 7 dicembre 2010

Liturgia

Il destino della fede e della Chiesa si decide “nel rapporto con la liturgia”

“La Chiesa diviene visibile agli uomini in molte cose: nella Caritas, nei progetti missionari, ma il luogo nel quale se ne fa realmente maggiore esperienza come Chiesa, è la liturgia. Ed è giusto che sia così. In fondo il senso della Chiesa è di permettere che ci volgiamo a Dio  e di lasciare entrare Dio nel mondo. La liturgia è l’atto nel quale crediamo che Lui viene tra noi e noi lo tocchiamo. E’ l’atto nel quale si compie l’essenziale: entriamo in contatto con Dio. Egli viene a noi e noi veniamo illuminati da lui.
In essa siamo ammaestrati e ci viene data forza in una duplice forma: da un lato, ascoltando la sua parola, così che Lo sentiamo parlare veramente, Egli ci indica la strada da seguire; dall’altro per il fatto che Egli stesso si dona a noi nel Pane transustanziato. Naturalmente le parole possono
essere diverse, differenti le posizioni del corpo. Per esempio nella Chiesa d’Oriente vi sono alcuni gesti diversi dai nostri. In India, un identico gesto che abbiamo in comune ha in parte un altro significato. Quel che conta è che al centro ci sia veramente la Parola di Dio e la realtà del sacramento; che Dio non venga da noi investigato nei pensieri e nelle parole in modo freddo ed esasperato, e che la liturgia non divenga un’auto – rappresentazione.
Per questo la liturgia è qualcosa di dato, di prestabilito?
 Sì. Non siamo noi a fare qualcosa, non noi mostriamo la nostra creatività, dunque tutto quello che sapremmo fare. Perché la liturgia non è uno show, non è un teatro, non è uno spettacolo, ma trae la sua vita da un Altro. E questo deve divenire evidente. Per questo la forma liturgica prestabilita è così importante. Questa forma può essere riformata nello specifico, ma non è ogni volta producibile dalla comunità. Come detto, si tratta non di un produrre da sé. Si tratta di uscire da sé, per darsi a Lui e farsi toccare da Lui.
In questo senso è importante non solo l’espressione ma anche il carattere comunitario e unitario di questa forma. Essa può variare nei diversi riti, ma deve sempre avere ciò che ci precede e che proviene dalla pienezza della fede della Chiesa, dalla pienezza della sua tradizione, dalla pienezza della sua vita e non scaturisca semplicemente dalla moda del momento.
Significa che dobbiamo restare nella passività?
No, perché proprio questa impostazione ci sfida a lasciarci trarre fuori da noi, dalla semplice situazione del momento; ad abbandonarci alla pienezza della fede, comprenderla, prenderne intimamente parte conferendo anche alla Celebrazione eucaristica quella forma decorosa per la quale diventa bella, diviene una gioia.
Per quel che riguarda la sacralità dell’Eucaristia, Lei una volta ha affermato che non c’è alcuna libertà di azione. Essa sarebbe il fulcro e il cardine di ogni rinnovamento a partire dallo spirito dell’Eucaristia.
Se è vero – come noi crediamo – che nell’Eucaristia Cristo è realmente presente, allora questo è l’avvenimento centrale per eccellenza: non l’avvenimento di un solo giorno, ma della storia del mondo nel suo complesso, forza decisiva dalla quale sola possiamo scaturire dei cambiamenti. E’ importante che nella Eucaristia parola e presenza reale del Signore nei segni stiano insieme. Che nella parola troviamo anche un insegnamento. Che nella nostra preghiera rispondiamo, e che in questo modo il precedere di Dio ed il nostro andare insieme con Lui ed il lasciarsi – cambiare si intreccino, perché avvenga quel cambiamento dell’uomo che è la più importante condizione per un cambiamento realmente positivo del mondo. Se vogliamo che nel mondo qualcosa vada avanti, questo è possibile solo a partire dall’unità di misura di Dio, che viene a dimorare in noi, che entra in noi come realtà. Nell’Eucaristia gli uomini possono essere plasmati. Per questo le grandi figure che in tutta la storia hanno suscitato vere rivoluzioni di bene sono i santi che, toccati da Cristo, hanno portato nel mondo nuovi impulsi” (Benedetto VI, Luce del mondopp. 215 – 218).

Il Concilio Vaticano II iniziò i suoi lavori con la discussione dello “Schema sulla sacra liturgia”, che fu poi solennemente varato il 4 dicembre 1963 come primo frutto della grande assise ecclesiale con il livello di Costituzione apostolica. Il fatto che il tema della liturgia si sia trovato proprio all’inizio dei lavori conciliari e che la Costituzione che ne tratta si sia trovato all’inizio dei lavori conciliari e  sia divenuto il suo primo risultato fu – se visto dall’esterno – piuttosto un caso perché Papa Giovanni aveva convocato l’Assemblea dei Vescovi nel desiderio, da tutti condiviso con gioia, di ribadire la presenza del Cristianesimo in un’epoca di profondi cambiamenti, ma senza proporle un programma determinato. Ma ciò che, visto appunto dall’esterno, potrebbe sembrare un caso, si rivela, guardando alla gerarchia dei temi e dei compiti della Chiesa, come un evento, un avvenimento dello Spirito. Cominciando con l’argomento della liturgia, si poneva inequivocabilmente in luce il primato di Dio, soprattutto di fronte all’attuale secolarismo della cultura moderna, la priorità assoluta del tema “Dio”. Questa infatti è la domanda fondamentale di ogni uomo, in privato e in pubblico, che comincia a interrogarsi nel modo giusto: come devo pormi davanti a Dio per divenire quello che sono, per cogliere da dove vengo e a che cosa sono destinato? Questo è il dono che ci viene dalla fede celebrata per essere professata, vissuta e pregata.

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