giovedì 23 dicembre 2010

Il Dio paziente della storia

Il Dio paziente e fedele, che sa aspettare, che sa fermarsi, che sa rispettare i tempi della nostra esistenza, della nostra crescita

“Siate costanti, fratelli, fino alla venuta del Signore” (Gc 5,7)…L’invito dell’Apostolo ci indica la strada che conduce a Betlemme liberando il nostro cuore da ogni fermento di insofferenza e di falsa attesa, che può sempre annidarsi in noi se dimentichiamo che Dio è già venuto, è già operante nella nostra storia personale e comunitaria e chiede di essere accolto.. Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe si è rivelato, ha mostrato il suo volto e ha preso dimora nella nostra carne, in Gesù, figlio di Maria – vero Dio  vero uomo – che incontreremo nella Grotta di Betlemme. Tornare lì, in quel luogo umile e angusto, non è un semplice itinerario ideale:  è il cammino che
siamo chiamati a percorrere sperimentando nell’oggi la vicinanza di Dio e la sua azione che rinnova e sostiene la nostra esistenza. La pazienza e la costanza cristiana – di cui parla san Giacomo – non sono sinonimo di apatia o di rassegnazione, ma sono virtù di chi sa che può e deve costruire, non sulla sabbia, ma sulla roccia; virtù di chi sa rispettare i tempi e i modi della condizione umana e, perciò, evita di offuscare le attese più profonde dell’animo con speranze utopistiche o fugaci, che poi deludono.
“Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra” (Gc 5,7). Cari amici, a noi, immersi in una società sempre più dinamica, può suonare sorprendente questo invito che fa riferimento al mondo rurale, ritmato dai tempi della natura. Ma il paragone scelto dall’Apostolo ci chiama a volgere lo sguardo al vero ed unico “agricoltore”, il Dio di Gesù Cristo, al suo mistero più profondo che si è rivelato nell’incarnazione del Figlio. Infatti, il Creatore di tutte le cose non è un despota che ordina e interviene con potenza nella storia, ma piuttosto è come l’agricoltore che semina, fa crescere e fa portare frutto. Anche l’uomo può essere, con Lui, un buon agricoltore, che ama la storia e la costruisce in profondità, riconoscendo e contribuendo a far crescere i semi di bene che il Signore ha donato. Andiamo dunque anche noi verso Betlemme con lo sguardo rivolto al Dio paziente e fedele, che sa aspettare, che sa fermarsi, che sa rispettare i tempi della nostra esistenza. Quel Bambino che incontreremo è la manifestazione piena del mistero dell’amore di Dio che ama donando la vita, che ama in modo disinteressato, che ci insegna ad amare e chiede solo di essere amato.
“Rinfrancate i vostri cuori”. Il cammino verso la Grotta di Betlemme è un itinerario di liberazione interiore, un’esperienza di libertà profonda, perché ci spinge ad uscire da noi stessi e ad andare verso Dio che si è fatto a noi vicino, che rinfranca i nostri cuori con la sua presenza  e con il suo amore gratuito, che ci precede e ci accompagna nelle nostre scelte quotidiane, che ci parla nel segreto del cuore e nelle Sacre Scritture. Egli vuole infondere coraggio alla nostra vita, specialmente nei momenti in cui ci sentiamo stanchi e affaticati e abbiamo bisogno di ritrovare la serenità del cammino e sentirci con gioia pellegrini verso l’eternità.
“La venuta del Signore è vicina”. E’ l’annuncio che riempie di emozione e di stupore questa celebrazione, e che rende il nostro passo veloce e spedito verso la Grotta. Il Bambino che troveremo, tra Maria e Giuseppe, è il Logos-Amore, la Parola che può dare piena consistenza alla nostra vita. Dio ci ha aperto i tesori del suo profondo silenzio e con la sua Parola si è comunicato a noi. A Betlemme l’oggi perenne di Dio tocca il nostro tempo  passeggero, che riceve orientamento e luce nel cammino della vita. il cammino
Cari amici delle Università di Roma, a voi che percorrete affascinante ed impegnativo della ricerca e della elaborazione culturale, il Verbo incarnato domanda di condividere con Lui la pazienza del “costruire”. Costruire la propria esistenza, costruire la società, non è opera che possa essere realizzata da menti e cuori distratti e superficiali. Occorrono una profonda azione educativa e un continuo discernimento, che devono coinvolgere tutta la comunità accademica, favorendo quella sintesi tra formazione intellettuale, disciplina morale e impegno religioso che il beato John Henry Newman aveva proposto alla sua “Idea di Università”. Nei nostri tempi si avverte il bisogno di una nuova classe di intellettuali capaci di interpretare le dinamiche sociali e culturali offrendo soluzioni non astratte, ma concrete e realistiche. L’università è chiamata a svolgere questo ruolo insostituibile e la Chiesa se ne fa convinta a fattiva sostenitrice. La Chiesa di Roma, in particolare, è da molti anni impegnata nel sostenere la vocazione dell’Università e a servirla con il contributo semplice e discreto di tanti sacerdoti che operano nelle cappellanie e nelle realtà ecclesiali…
La comunità universitaria romana, con la sua ricchezza di istituzioni statali, private, cattoliche e pontificie, è chiamata ad un compito storico notevole: quello di superare pre comprensioni e pregiudizi che talvolta impediscono lo sviluppo di una cultura autentica. Lavorando in sinergia, in particolare con le Facoltà teologiche, le Università romane possono indicare che è possibile un nuovo dialogo e una nuova collaborazione tra la fede cristiana e i diversi saperi, senza confusione e senza separazione, ma condividendo la medesima aspirazione a servire l’uomo nella sua pienezza” (Benedetto XVI, Omelia agli Universitari Romani,16 dicembre 2010).

“Naturalmente -  in Gesù di Nazareth  pp.56-57 – si può chiedere perché Dio non abbia creato un mondo in cui la sua presenza fosse più manifesta; perché Cristo non abbia lasciato dietro di sé un ben altro splendore della sua presenza, che colpisse  chiunque in modo irresistibile. Questo è il mistero di  Dio e dell’uomo che non possiamo penetrare. Noi viviamo in questo mondo nel quale appunto Dio non ha l’evidenza di una cosa che si possa toccare con mano, ma può essere cercato e trovato solo attraverso lo slancio del cuore, l’”esodo” dall’”Egitto””. Nell’interrogarsi di Socrate alla ricerca di un senso religioso più profondo e puro cioè del Dio veramente divino i cristiani dei primi secoli hanno riconosciuto se stessi e il loro cammino istituendo scuole. Hanno accolto la loro fede non in modo positivista, o come la via d’uscita da desideri non appagati; l’hanno compresa come il dissolvimento della nebbia della religione mitologica per far posto alla scoperta di quel Dio che è la Ragione creatrice  e al contempo Ragione – Amore. Non hanno accantonato l’interrogarsi socratico, anzi istituendo Università dal Medio Evo. L’hanno accolto e riconosciuto come parte della propria identità la ricerca faticosa della ragione per raggiungere la conoscenza della verità intera. Così nell’ambito della fede cristiana doveva nascere l’università. Su queste basi diventa sempre di nuovo possibile allargare oggi gli spazi della nostra razionalità, riaprirla alle grandi questioni del vero e del bene, coniugare tra loro la teologia, la filosofia e le scienze, nel pieno rispetto dei loro metodi propri e della loro reciproca autonomia, ma anche nella consapevolezza dell’intrinseca unità che le tiene insieme. Oggi esiste il pericolo che la filosofia, non sentendosi più capace del suo vero compito, si degradi in positivismo e la teologia col suo messaggio rivolto alla ragione venga confinata nella sfera privata di un gruppo più o meno grande. Se però la ragione – sollecita della sua presunta purezza diventa sorda all’interrogarsi socratico sulla verità, sorda al grande messaggio che le viene  dalla fede cristiana e dalla sua sapienza pubblica, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che le danno vita. 

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