martedì 30 novembre 2010

Le nostre attese

La nostra “statura” morale e spirituale si può misurare da ciò che attendiamo, da ciò in cui speriamo

Oggi, prima domenica di Avvento, la Chiesa inizia un nuovo Anno liturgico, un nuovo cammino di fede che, da una parte, fa memoria dell’evento di Gesù Cristo e, dall’altra, si apre al suo compimento finale. E proprio da questa duplice prospettiva vive il Tempo di Avvento, guardando sia alla prima venuta del Figlio di Dio, quando nacque dalla Vergine Maria, sia al suo ritorno glorioso, quando verrà “a giudicare i vivi e i morti”, come diciamo nel Credo. Su questo suggestivo tema dell’”attesa” vorrei ora brevemente soffermarmi, perché si tratta di un aspetto profondamente
umano, in cui la fede diventa, per così dire, un tutt’uno con la nostra carne e il nostro cuore.
L’attesa, l’attendere è una dimensione che attraversa tutta la nostra esistenza personale, familiare e sociale. L’attesa è presente in mille situazioni, da quelle più piccole e banali fino alle più importanti, che ci coinvolgono totalmente e nel profondo. Pensiamo, tra queste, all’attesa di un figlio da parte di due sposi; a quella di un parente o di un amico che viene a visitarci da lontano; pensiamo, per un giovane, all’attesa dell’esito di un esame decisivo, o di un colloquio di lavoro; nelle relazioni affettive, all’attesa dell’incontro con la persona amata, della risposta ad  una lettera, o dell’accoglimento di una persona…Si potrebbe dire che l’uomo è vivo finché attende, finché nel suo cuore è viva la speranza. E dalle sue attese l’uomo si riconosce: la nostra “statura” morale e spirituale si può misurare da ciò che attendiamo, da ciò in cui speriamo.
Ognuno di noi, dunque, specialmente in questo Tempo che ci prepara al Natale, può domandarsi:
-          io, che cosa attendo?
-          A che cosa, in questo momento della mia vita, è proteso il mio cuore?
-          E questa stessa si può porre a livello di famiglia, di comunità, di nazione. Che cosa attendiamo, insieme? Che cosa unisce le nostre aspirazioni, che cosa le accomuna?
Nel tempo precedente la nascita di Gesù, era fortissima in Israele l’attesa del Messia, cioè di un Consacrato, discendente dal re Davide, che avrebbe finalmente liberato il popolo da ogni schiavitù morale e politica e instaurato il Regno di Dio. Ma nessuno avrebbe mai immaginato che il Messia potesse nascere da un’umile ragazza quale era Maria, promessa sposa del giusto Giuseppe. Neppure lei lo avrebbe mai pensato, eppure nel suo cuore l’attesa del Salvatore era così grande, la sua fede e la sua speranza erano così ardenti, che Egli poté trovare in lei una madre degna. Del resto, Dio stesso l’aveva preparata, prima dei secoli. C’è una misteriosa corrispondenza tra l’attesa di Dio e quella di Maria, la creatura “piena di grazia”, totalmente trasparente al disegno d’amore dell’Altissimo. Impariamo da Lei, Donna dell’Avvento, a vivere i gesti quotidiani con uno spirito nuovo,con il sentimento di una attesa profonda, che solo la venuta di Dio può colmare” (Benedetto XVI, Angelus, 28 novembre 2010).

Con la morte le attese di vita e di speranza misurano la “statura” morale e spirituale di ogni io umano davanti al Giudice. Possono esserci persone che hanno distrutto totalmente in se stesse, il desiderio, la ricerca, l’attesa di incontrare la Verità del Dio che possiede un volto umano, che ci ha amato sino alla fine e quindi la disponibilità, l’attesa dell’amore fino al perdono o misericordia da accogliere in se stessi e da donare, senza escludere nessuno. Non attendendo più nulla tutto diventa menzogna e odio. E’ questa una prospettiva terribile, ma alcune figure della nostra stessa storia lasciano discernere in modo spaventoso profili di tal genere, anche se di nessuno si può disperare fino al momento terminale, perché mai l’io umano è definito nel cammino temporale dal male che fa: può rendersi conto, pentirsi e attendere ancora, sperare nel suo cuore e
lasciarsi riconciliare. In individui che al momento terminale non attendono più nulla e nel loro cuore è morta ogni speranza non avrebbero più nulla di rimediabile e quindi la distruzione del bene sarebbe irrevocabile: è questo che si indica con la parola inferno. Dall’altra parte ci sono persone sempre vive nell’attesa e viva nel loro cuore l’attesa della speranza affidabile, totalmente aperte al prossimo, misericordiose con tutti come Dio lo è con loro e l’attesa di Dio amore fa già pregustare il paradiso.
Secondo le nostre esperienze, tuttavia, né l’uno né l’altro è il caso normale dell’esperienza umana. Nella gran parte degli uomini – così posiamo supporre – rimane presente nel più profondo della loro essenza – argomenta Benedetto XVI nella Spe salvi ai nn.45 – 46 -  l’attesa per la verità, per l’amore è viva nel loro cuore come l’attesa, la speranza di Dio. nelle concrete scelte di vita anche se tutto è ricoperto da nuovi compromessi col male – molta sporcizia copre la purezza, di cui, tuttavia,  è rimasta l’attesa e che, ciononostante,riemerge sempre di nuovo da tutta la bassezza e rimane presente nell’anima. San Paolo nella Lettera ai Corinzi che se l’attesa di Gesù Cristo misericordioso per sé e per gli altri rimane, questo fondamento non può più essere sottratto neppure dalla morte: “Se, sopra questo fondamento,si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l’opera di ciascuno sarà ben visibile: la farà conoscere quel giorno che si manifesterà col fuoco, e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno. Se l’opera che uno costruì sul fondamento resisterà, costui ne riceverà una ricompensa; ma se l’opera finirà bruciata, sarà punito: tuttavia egli si salverà, però come attraverso il fuoco” (3,12-15). Per salvarsi bisognerà attraversare in prima persona il “fuoco” per diventare definitivamente realizzati nell’attesa di Dio e poter prendere posto alla tavola dell’eterno banchetto.

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