venerdì 19 novembre 2010

Il Papa della Parola di Dio

Alla scuola di Benedetto XVI
il Papa della Parola di Dio

Ascoltare qui e ora Dio che  rivolge la sua Parola a noi singolarmente  e comunitariamente nella lettura pregata della Scrittura ci apre ai Sacramenti dove Egli si dona a noi in persona attraverso cose corporali. E il centro dove Dio è indissolubilmente parola per noi e si dona in persona attraverso cose corporali  è l’Eucaristia.
“Mentre allora Gesù parlava, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse:Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!’. Ma egli disse:Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio (cioè Dio che si fa parola per noi) e la osservano!’” (Lc 11,27-28). Alla folla che sente il grido di ammirazione di questa donna, colpita dalla sua predicazione, Gesù precisa: Beati coloro ascoltano Dio  che si fa parola e puntano a realizzare liberamente, con il dello Spirito, quello che la Parola dice.
L’esortazione apostolica post – sinodale Verbum Domini su la Parola di Dio nella vita e nella missione
della Chiesa,  punta a far riaccadere nella Chiesa con Lui crocifisso risorto quello che ha fatto e detto allora e quindi questa risposta di Gesù  ravviva la coscienza che la Chiesa da venti secoli ha di dare testimonianza nel mondo e per il mondo Dio  parola per noi, personalmente e comunitariamente. Già al Concilio Vaticano II nella Dei Verbum  esprimeva in questo modo il contenuto essenziale della Rivelazione: “Dio invisibile nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi, per invitarli ed ammetterli alla comunione con sé” (n. 2).
L’Esortazione apostolica Verbum Domini riprende lo stesso messaggio a quarantacinque anni di distanza ma con un taglio trinitario: “Dio si fa conoscere a noi come mistero di amore infinito in cui il Padre dall’eternità esprime la sua Parola nello Spirito Santo. Perciò il Verbo, che dal principio è presso Dio ed è Dio, ci rivela Dio stesso nel dialogo di amore tra le Persone divine e ci invita a partecipare ad esso” (VD, n. 6): si tratta di partecipare all’intimità trinitaria d’amore come figli nel Figlio.

A. Il paradigma mariano della rivelazione
Prendendo ispirazione dalla Parola di Dio così come essa è svelata nella sua profondità trinitaria e cristologica nel prologo di San Giovanni e negli scritti paolini (VD 5-7), l’Esortazione post – sinodale sviluppa una visione dinamica e dialogica della Rivelazione, nella linea della Costituzione conciliare Dei Verbum. In effetti, la rivelazione cristiana non offre in primo luogo un’informazione privilegiata nei riguardi di Dio, questo Dio sconosciuto che tutte le religioni del mondo che  si sforzano di immaginare e di avvicinare da parte loro a tentoni (At 17, 23.27). La rivelazione cristiana è essenzialmente Dio stesso che si fa continuamente parola, una chiamata al dialogo senza costringere in modo spettacolare, una Parola creatrice di quello che dice cioè avvenimento di incontro, di cui la Chiesa  in continuità fino ad oggi o Tradizione fa esperienza sin dalle sue origini.
Benedetto XVI, il Papa della Parola, ha tradotto in una celebre formula questo carattere di evento, di avvenimento della rivelazione per cui la fede non è la religione del libro ma di Dio che è parola per noi in continuità attraverso la documentazione delle Scritture: “Abbiamo creduto all’amore di Dio – scrive il Santo Padre – così il cristiano può esprimere la scelta fondamentale della sua vita. All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva” (Deus Caritas est, 1). Il cristianesimo non è dunque il frutto di una conclusione filosofica logica, nemmeno di una saggezza umana o d’una idea colta anche attraverso l’esegesi biblica, evangelica, ma di un incontro continuo e di una alleanza con una Persona presente in un noi corporale cioè nella Chiesa e attraverso la Chiesa nella realtà sacramentale cui essa rimanda, e che dà all’esistenza umana il suo decisivo orientamento e quindi la sua forma.
In quest’ottica, la figura della Vergine Maria che ha cooperato al mistero dell’Incarnazione del Verbo, della Parola fatta carne, rimane l’insuperabile paradigma del fecondo rapporto della Chiesa con Dio che è una parola per noi e non solo parola perché nei Sacramenti Egli si dona a noi in persona, attraverso cose corporali. Ecco perché Benedetto XVI assume in modo esplicito al numero 28 della Verbum Domini la prospettiva mariana formulata dal Sinodo: “L’attenzione devota e amorosa alla figura di Maria come modello e archetipo della fede della Chiesa, è di importanza capitale per operare anche oggi un concreto cambiamento di paradigma nel rapporto della Chiesa con la Parola, tanto nell’atteggiamento di ascolto orante quanto nella generosità dell’impegno per la missione e l’annuncio”.
L’Esortazione Verbum Domini risponde all’urgenza di far recepire appieno uno dei testi di spicco del Concilio cioè la Costituzione sulla Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa. Poiché seppure nel secolo scorso la conoscenza di Dio che è parola per noi nelle Scritture progredendo in maniera notevole, particolarmente grazie agli studi biblici, alla riforma liturgica, alla catechesi, all’ecumenismo ed alla più ampia diffusione della Bibbia, rimane ancora un deficit da colmare in ciò che riguarda la vita spirituale di ogni persona del popolo di Dio che non si è fatto  parola solo nelle Scritture allora ispirate dallo Spirito Santo ma è in continuità, sempre sotto la preminente e decisiva azione dello stesso Spirito Santo, Parola attraverso le Scritture. Ogni cristiano, personalmente e comunitariamente, ha diritto d’essere maggiormente ispirato e nutrito da un approccio più orante ed ecclesiale alle Sacre Scritture cioè di Dio che è in continuità parola, dialogo: la Dei Verbum, dopo quarantacinque anni non è ancora entrata sufficientemente nella coscienza dei cattolici ma deve essere recepita appieno. E’ almeno ciò che i Padri sinodali hanno avvertito nell’azione dello Spirito Santo in mezzo a loro e ch’essi hanno espresso negli orientamenti pastorali.
Se è vero che occorre conoscere le Scritture per conoscere il Cristo, occorre soprattutto pregare con le Sacre Scritture per incontravi Cristo in persona, vivo, parlante oggi come allora memorizzano i Vangeli. Di qui i numerosi sviluppi di Verbum Domini sulla Santa Liturgia, sulla lettura orante e assidua dei testi sacri, sull’ascolto cioè sulla disponibilità a congiungere l’udire con l’ubbidire e sul silenzio per mettere l’io, ogni persona in movimento, sulla condivisione della fede riguardo ai testi biblici, in modo particolare quelli della liturgia domenicale.
E’ una buona notizia per gli uomini e le donne del giorno d’oggi immersi nell’ondata di illuminismo e laicismo per cui Dio rimane escluso dalla cultura e dalla vita pubblica, e la fede in Lui diventa difficile, anche perché viviamo in un mondo che si presenta quasi sempre come opera nostra, nel quale, per così dire, Dio non compare più direttamente, sembra divenuto superfluo ed estraneo, silenzioso e se si parla di lui come idea non si ha coscienza di poter parlare con Lui che si fa parola per noi come evento, avvenimento. Nella cultura che predomina in Occidente e che vorrebbe porsi come universale e autosufficiente, generando un costume di vita secolarizzato segnato dal silenzio su Dio e soprattutto con Dio, gli uomini e le donne, i giovani in particolare sono sollecitati da contrastanti messaggi dei potenti mezzi di comunicazione spesso a danno della loro ricerca di senso e di felicità. Pertanto –afferma sin dal suo esordio la Verbum Domini – fatti ad immagine e somiglianza di Dio amore, possiamo comprendere noi stessi solo nell’accoglienza del Verbo e nella docilità all’opera dello Spirito Santo. E’ alla luce della Rivelazione operata dal Verbo divino che si chiarisce definitivamente l’enigma della condizione umana”. Attraverso Dio parola per ciascuno di noi, Dio non è distante, non è uno sconosciuto che si è ritirato dopo il “big bang” come un orologiaio che costruito l’orologio non c’entra più per cui basta la scienza per conoscere l’ingranaggio e la tecnica per correggere: viene espresso in maniera diversa la posizione di Platone e di Aristotele per i quali il rapporto con l’Essere tutto in atto cui rimanda ciò che viene all’esistenza non è reciproco, è solo dall’uomo, dal mondo a Lui, ma Lui non ha nessun rapporto per cui è inutile la preghiera. Ma storicamente il Dio biblico ama ogni uomo, entra nella storia, dà vita a una autentica storia d’amore con Israele, suo popolo e poi in Gesù Cristo, non solo dilata questa storia di amore e di salvezza all’intera umanità ma la conduce all’estremo, al punto di rivolgersi contro se stesso, sulla croce per rialzare ogni uomo e salvarlo chiamandolo  a quell’unione di amore con Lui che culmina nell’Eucaristia. E nella Rivelazione Dio ha parlato e parla attraverso la creazione, la storia di questo popolo i profeti cioè le Sacre Scritture, definitivamente e compiutamente in Gesù Cristo, Parola fatta carne in Maria. Nel volto di Gesù Cristo vediamo Dio parola incarnata. Nelle sue parole da risorto nella corporeità della Chiesa sentiamo Dio stesso parlare con  noi, con ciascuno personalmente e soprattutto nel noi ecclesiale quando liturgicamente, in modo fontale e culminante, conveniamo insieme. Ci dà la possibilità di vivere in contatto costante con Dio. Ascoltando Dio nella lettura delle Sacre Scritture gli diciamo i nostri desideri e le nostre speranze, le nostre gioie e le nostre sofferenze, i nostri errori e il nostro ringraziamento per ogni cosa bella e buona, e che in questo mondo Lo abbiamo sempre davanti ai nostri occhi come punto di riferimento della nostra vita. Diventiamo così sensibili ai nostri errori, ai nostri peccati e impariamo a lavorare per migliorarci: ma diventiamo aperti nello spirito anche a tutto il bello e il bene che riceviamo ogni girono come dono del Donatore divino e non semplicemente come cosa ovvia, e così cresce  la gratitudine che esprimiamo soprattutto nei salmi. Con la gratitudine cresce la gioia per il fatto che Dio ci è sempre vicino, dialoga con noi.
L’uomo trova nell’incontro con Gesù molto più di un insegnamento come Maestro di dottrina; trova la sua amicizia personale e personalizzante e il noi ecclesialmente fraterno. La fede cristiana è comunione personale ed ecclesiale con il Verbo di Dio nato dalle fede di una donna nel cui grembo Dio parola si è fatto carne. 
I sostanziali passaggi sulla Vergine Maria e la Parola di Dio danno il tono all’intera Esortazione: Maria è “Madre del Verbo di Dio” e “Madre della fede” (VD 27 – 28), l’Icona per eccellenza della Lectio divina (VD 86 – 87), Maria, “Mater Verbi et Mater laetitiae” (VD 124).

Madre del Verbo di Dio
“27. I Padri sinodali hanno dichiarato che scopo fondamentale della XII Assemblea è stato di “rinnovare la fede della Chiesa nella Parola di Dio”; per questo è necessario guardare là dove la reciprocità tra Parola di Dio e fede si è compiuta perfettamente, ossia a Maria Vergine, “che con il suo sì alla Parola dell’Alleanza e alla sua missione, compie perfettamente la vocazione divina dell’umanità”. La realtà umana, creata per mezzo del Verbo, trova la sua figura compiuta proprio nella fede obbediente di Maria. Ella dall’Annunciazione alla Pentecoste si presenta a noi come donna totalmente disponibile alla volontà di Dio. E’ l’Immacolata Concezione, colei che è “colmata di grazia da Dio” (Lc 1,28), docile in modo incondizionato alla Parola divina (Lc 1,38). La sua fede obbediente plasma la sua esistenza in ogni istante di fronte all’iniziativa di Dio. Vergine in ascolto, ella vive in piena sintonia con la divina Parola; serba nel suo cuore gli eventi del suo Figlio, componendoli come in un unico mosaico (Lc 2,19.51).
E’ necessario nel nostro tempo che i fedeli vengano introdotti a scoprire meglio il legame tra Maria di Nazaret e l’ascolto credente della divina Parola. Esorto anche gli studiosi ad approfondire maggiormente il rapporto tra mariologia e teologia della Parola. Da ciò potrà venire grande beneficio sia per la vita spirituale che per gli studi teologici e biblici. Infatti, quanto l’intelligenza della fede ha tematizzato in relazione a Maria si colloca nel centro intimo della verità cristiana. In realtà, l’incarnazione del Verbo non può essere pensata a prescindere dalla libertà di questa giovane donna che con il suo assenso coopera in modo decisivo all’ingresso dell’Eterno nel tempo. Ella è la figura della Chiesa in ascolto della Parola di Dio che in lei si fa carne. Maria è anche simbolo dell’apertura per Dio e per gli altri; ascolto attivo, che interiorizza, assimila, in cui la Parola diviene forma di vita.

Madre della fede
28.In questa circostanza desidero richiamare l’attenzione sulla familiarità di Maria con la Parola di Dio. Ciò  risplende con particolare efficacia nel Magnificat. Qui, in un certo senso, si vede come Ella si identifichi con la Parola, entri in essa; in questo meraviglioso cantico di fede la Vergine esalta il Signore con la sua stessa Parola: “Il Magnificat – un ritratto, per così dire, della sua anima – è interamente tessuti di fili della sacra Scrittura, di fili tratti dalla Parola di Dio. Così si rivela che lei nella Parola di Dio è veramente a casa sua, ne esce e vi rientra con naturalezza. Ella parla e pensa con la Parola di Dio; la Parola di Dio diventa parola sua, e la sua parola nasce dalla Parola di Dio. Così si rivela, inoltre, che i suoi pensieri sono in sintonia con i pensieri di Dio, che il suo volere è un volere insieme con Dio. Essendo intimamente penetrata dalla Parola di Dio ella può diventare madre della Parola incarnata” (Dce, 98).
Inoltre, il riferimento alla Madre di Dio ci mostra come l’agire di Dio  nel mondo coinvolga sempre la nostra libertà perché nella fede la Parola divina ci trasforma. Anche la nostra azione apostolica e pastorale non potrà mai essere efficace se non impariamo da Maria a lasciarci plasmare dall’opera di Dio in noi: “L’attenzione devota e amorosa alla figura di Maria come modello e archetipo della fede della Chiesa, è di importanza capitale per operare anche oggi un concreto cambiamento di paradigma nel rapporto della Chiesa con la Parola, tanto nell’atteggiamento di ascolto orante quanto nella generosità dell’impegno per la missione e l’annuncio”(Propositio 55).
Contemplando nella Madre di Dio un’esistenza totalmente modellata dalla Parola, ci scopriamo anche noi chiamati ad entrare nel mistero della fede, mediante la quale Cristo viene a dimorare nella nostra vita. Ogni cristiano che crede, ci ricorda sant’Ambrogio, in un certo senso, concepisce e genera il Verbo di Dio in se stesso: se c’è una sola Madre di Cristo secondo la carne, secondo la fede, invece, Cristo è il frutto di tutti. Dunque, quanto è accaduto a Maria può riaccadere in ciascuno di noi ogni giorno nell’ascolto della Parola e nella celebrazione dei Sacramenti.

Icona per eccellenza della Lectio divina
86. Il Sinodo è tornato più volte ad insistere sull’esigenza di un approccio orante al testo sacro come elemento fondamentale della vita spirituale di ogni credente, nei diversi ministeri e stati di vita, con particolare riferimento alla lectio divina (Propositiones 9.22). La Parola di Dio, infatti, sta alla base di ogni autentica spiritualità cristiana. Con ciò i Padri sinodali si sono messi in sintonia con quanto afferma la Costituzione dogmatica Dei Verbum: “Tutti i fedeli…si accostino volentieri al sacro testo, sia per mezzo della sacra liturgia, che è impregnata di parole divine, sia mediante la pia lettura, sia per mezzo delle iniziative adatte a tale scopo e di altri sussidi, che con l’approvazione e cura dei Pastori della Chiesa lodevolmente oggi si diffondono ovunque. Si ricordino però che la lettura della sacra Scrittura dev’essere accompagnata dalla preghiera” (n. 25). La riflessione conciliare intendeva riprendere la grande tradizione patristica che ha sempre raccomandato di accostare la lettura della sacra Scrittura nel dialogo con Dio. Come dice sant’Agostino: “La tua preghiera è la tua parola rivolta a Dio. Quando leggi è Dio che ti parla; quando preghi sei tu che parli a Dio”. Origene, uno dei maestri in questa lettura della Bibbia, sostiene che l’intelligenza delle Scritture richieda, più ancora che lo studio, l’intimità con Cristo e la preghiera. Egli è convinto, infatti, che la via privilegiata per conoscere Dio sia l’amore, e che non si dia un’autentica scientia Christi senza innamorarsi di Lui. Nella Lettera a Gregorio il grande teologo alessandrino raccomanda: “Dedicati alla lectio delle divine Scritture; applicati a questo con perseveranza. Impegnati nella lectio con l’intenzione di credere e di piacere a Dio. Se durante la lectio ti trovi davanti a una porta chiusa, bussa e te l’aprirà quel custode, del quale Gesù ha detto: “Il guardiano gliela aprirà”. Applicandoti così  alla lectio divina, cerca con lealtà e fiducia incrollabile in Dio il senso delle Scritture divine, che in esse ci cela con grande ampiezza. Non ti devi però accontentare di bussare e di cercare: per comprendere le cose di Dio ti è assolutamente necessaria l’oratio. Proprio per esortaci ad essa il Salvatore ci ha detto non soltanto: “Cercate e troverete”, e “Bussate e vi sarà aperto”, ma ha aggiunto: “Chiedete e riceverete”.
Tuttavia, a tale proposito, si deve evitare il rischio di un approccio individualistico, tenendo presente che la Parola di Dio ci è data proprio per costruire comunione, per unirci nella Verità del nostro cammino verso Dio. E’ una Parola che si rivolge a ciascuno personalmente, ma è anche una Parola che costruisce comunità, che costruisce la Chiesa. Perciò il testo sacro deve essere sempre accostato nella comunione ecclesiale. In effetti, “è molto importante la lettura comunitaria, perché il soggetto vivente della Sacra Scrittura è il Popolo di Dio, è la Chiesala Scrittura non appartiene al passato, perché il suo soggetto, il Popolo di Dio ispirato da Dio stesso, è sempre lo stesso, e quindi la Parola è sempre viva nel soggetto vivente. Perciò è importante leggere la sacra Scrittura e sentire la sacra Scrittura nella comunione della Chiesa, cioè con tutti i grandi testimoni di questa Parola, cominciando dai primi Padri fino ai Santi di oggi, fino al Magistero di oggi.
Per questo nella lettura orante della sacra Scrittura il luogo privilegiato è la liturgia, in particolare l’Eucaristia, nella quale, celebrando il Corpo e il Sangue di Cristo nel Sacramento, si attualizza tra noi la Parola stessa. In un certo senso la lettura orante, personale e comunitaria, deve essere sempre vissuta in relazione alla celebrazione eucaristica. Come l’adorazione eucaristica prepara, accompagna e prosegue la liturgia eucaristica, così la lettura orante personale e comunitaria prepara, accompagna ed approfondisce quanto la Chiesa celebra con la proclamazione della Parola nell’ambito liturgico: Mettendo in stretta relazione lectio e liturgia si possono cogliere meglio i criteri che devono guidare questa lettura nel contesto della pastorale e della vita spirituale del Popolo di Dio.
87. Nei documenti che hanno preparato ed accompagnato il Sinodo si è parlato di diversi metodi per accostare con  frutto e nella fede le sacre Scritture. Tuttavia l’attenzione maggiore è stata data alla lectio divina, che è davvero “capace di schiudere al fedele il tesoro della Parola di Dio, ma anche di creare l’incontro con Cristo, parola divina vivente”. Vorrei qui richiamare brevemente i suoi passi fondamentali:
- essa si apre con la lettura (lectio) del testo, che provoca la domanda circa una conoscenza autentica del suo contenuto: che cosa dice il testo biblico in sé? Senza questo momento si rischia che il testo diventi solo un pretesto  per non uscire mai dai propri pensieri.
  - Segue, poi, la meditazione (meditatio) nella quale l’interrogativo è: che cosa dice il testo biblico a noi? Qui ciascuno personalmente, ma anche come realtà comunitaria, deve lasciarsi toccare e mettere in discussione, poiché non si tratta di considerare parole pronunciate nel passato, ma nel presente.
  - Si giunge successivamente al momento della preghiera (oratio) che suppone la domanda: che cosa diciamo noi al Signore in risposta alla sua Parola? La preghiera come richiesta, intercessione, ringraziamento e lode, è il primo modo con cui la Parola ci cambia.
  - Infine, la lectio divina si conclude con la contemplazione (contemplatio) durante la quale noi assumiamo come dono di Dio lo stesso sua sguardo nel giudicare la realtà e ci domandiamo: quale conversione della mente, del cuore e della vita chiede a noi il Signore? San Paolo nella Lettera ai Romani, afferma: “Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto” (12,2). La contemplazione, infatti, tende a creare in noi una visione sapienziale della realtà, secondo Dio, e a formare in noi “il pensiero di Cristo” (1Cor 2,16). La Parola di Dio si presenta qui come criterio di discernimento: essa è “viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito,, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4,12). E’ bene poi ricordare che la lectio divina non si conclude nella sua dinamica fino a quando non arriva all’azione (actio), che muove l’esistenza credente a farsi dono per gli altri nella carità.
Questi passaggi li troviamo sintetizzati e riassunti in modo sommo nella figura della Madre di Dio. Modello per ogni fedele di accoglienza docile della divina Parola, Ella “custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore” (Lc 2,19), sapeva trovare il nodo profondo che unisce eventi, atti e cose, apparentemente disgiunti, nel grande disegno divino.
Vorrei richiamare, inoltre, quanto è stato raccomandato durante il Sinodo circa l’importanza della lettura personale della Scrittura anche come pratica che prevede la possibilità, secondo le abituali disposizioni della Chiesa, di acquistare l’indulgenza per sé o per i defunti. La pratica dell’indulgenza implica la dottrina degli infiniti meriti di Cristo, che la Chiesa, come ministra della redenzione, dispensa e applica, ma implica anche quella comunione dei santi e ci dice “quanto intimamente siamo uniti in Cristo gli uni con gli altri e quanto la vita soprannaturale  di ciascuno possa giovare agli altri”. In questa prospettiva, la lettura della Parola di Dio ci sostiene nel cammino di penitenza e di conversione, ci permette di approfondire il senso dell’appartenenza ecclesiale e ci sostiene in una familiarità più grande con Dio. Come affermava sant’Ambrogio: quando prendiamo in mano con fede le sacre Scritture e le leggiamo con la Chiesa, l’uomo torna a passeggiare con Dio nel paradiso

Mater Verbi et Mater laetitiae
124. Questa intima relazione tra la Parola di Dio e la gioia è posta in evidenza proprio nella Madre di Dio. Ricordiamo le parole di santa Elisabetta: “Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto” (Lc 1,45). Maria è beata perché ha fede, perché ha creduto, e in questa fede ha accolto nel proprio grembo il Verbo di Dio per donarlo al mondo. La gioia ricevuta dalla Parola, si può ora dilatare a tutti coloro che nella fede si lasciano cambiare dalla Parola di Dio. Il Vangelo di Luca ci presenta in due testi questo mistero di ascolto e di gaudio. Gesù afferma: “Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (8,21). E davanti all’acclamazione dalla folla che intende esaltare il grembo che lo ha portato e il seno che lo ha allattato, Gesù rivela il segreto della vera gioia: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano” (11,28). Gesù mostra la vera grandezza di Maria, aprendo così anche a ciascuno di noi la possibilità di quella abitudine che nasce dalla Parola accolta e messa in pratica. Per questo, a tutti i cristiani ricordo che il nostro personale e comunitario rapporto con Dio dipende dall’incremento della nostra familiarità con la divina Parola. Infine, mi rivolgo a tutti gli uomini, anche a coloro che si sono allontanati dalla Chiesa, che hanno lasciato la fede o non hanno mai ascoltato l’annuncio di salvezza.  A ciascuno il Signore dice: “Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3,20).
Ogni nostra giornata sia dunque plasmata dall’incontro rinnovato con Cristo, Verbo del Padre fatto carne: Egli sta all’inizio e alla fine” e “tutte le cose sussistono in lui” (Col 1,17). Facciamo silenzio per ascoltare la Parola del Signore e per meditarla, affinché essa, mediante l’azione efficace dello Spirito Santo, continui a dimorare, a vivere e a parlare a lungo tutti i giorni della nostra vita. In tal modo la Chiesa sempre si rinnova e ringiovanisce grazie alla Parola del Signore che rimane in eterno (1 Pt 1,25; Is 40,8). Così anche noi potremo entrare nel grande dialogo nuziale con cui si chiude la Scrittura: “Lo Spirito e la sposa dicono: “Vieni!”. E chi ascolta ripeta: “Vieni!”….Colui che attesta queste cose dice: “Sì, vengo presto!”. Amen. Vieni, Signore Gesù” (Ap 22,17.20).

B. Il senso spirituale delle Scritture
Uno dei temi di rilievo delle Assise sinodali fu l’ermeneutica della Sacra Scrittura nella Chiesa,trattata dal n. 29 al n. 49 della Verbum Domini. Oggetto di accesi dibattiti e d’un autorevole intervento del Santo Padre, questo tema è stato ripreso e sviluppato nella Verbum Domini su quasi 40 pagine. Non è agevole riassumerle in poche frasi. Diciamo tuttavia che l’orientamento dato all’ermeneutica biblica è chiaro e costruttivo, situando la scienza biblica, esegetica e teologica, all’interno e al servizio della fede della Chiesa. Le scienze sacre, siano esse filologiche, letterarie, storiche, patristiche o speculativamente teologiche, non possono fare astrazione dalla fede della Chiesa in alcun momento del loro sviluppo e della loro metodologia.
Di qui l’insistenza del Documento post-sinodale, di fronte al “pericolo di dualismo” tra esegesi scientifica e teologia, sull’unità e complementarietà delle due discipline e sul loro legame con la vita spirituale. In effetti – richiama la Verbum Domini citando la Pontificia Commissione Biblica,”Con la crescita della vita nello Spirito cresce anche nel lettore, la comprensione della realtà di cui parla il testo biblico”( Pontificia Commissione Biblica,L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa, 15 aprile 1993). “La Bibbia è il Libro della Chiesa” (VD 29), e la sua interpretazione scaturisce dalla vita e dalla crescita della Chiesa, a tal punto che si potrebbe ripetere con san Gregorio Magno “le parole divine crescono con colui che le legge”.
Sullo stesso filone, l’Esortazione apostolica Verbum Domini lancia un appello per una rinnovata ricezione dell’”ermeneutica conciliare” (DV 29) richiamando in particolare i criteri fondamentali per rendere dovuto conto della dimensione divina della Bibbia:
1)         “interpretare il testo tenendo presente l’unità di tutta la Scrittura; questo oggi si chiama esegesi canonica;
2)         si deve poi tener presente la viva tradizione di tutta la Chiesa, e finalmente
3)         bisogna osservare l’analogia della fede”.
L’Esortazione completa questo richiamo della Dei Verbum citando il papa Benedetto XVI in occasione della sua allocuzione all’Assemblea sinodale: “Solo dove i due livelli metodologici, quello storico – critico e quello teologico, sono osservati, si può parlare di una esegesi teologica – di una esegesi adeguata a questo Libro” (P 26).
Questi elementi sono in seguito ripresi con maggior dettaglio segnalando i meriti e i limiti dell’esegesi storico – critica, richiamando il valore dell’esegesi patristica ed esortando gli esegeti, i teologi e i pastori ad un dialogo costruttivo per la vita e la missione della Chiesa (VD 45). Ciò che nella nostra epoca importa, è infatti sviluppare  il senso spirituale delle Scritture, nella continuità della Tradizione, e nella linea ridefinita dalla Pontificia Commissione Biblica. Il senso spirituale della Scrittura è “il senso espresso nei testi biblici quando vengono letti sotto l’influsso dello Spirito Santo nel contesto del mistero pasquale di Cristo e della vita nuova che ne risulta. Questo contesto esiste effettivamente. Il Nuovo Testamento riconosce in esso il compimento delle Scritture. E’ perciò normale rileggere le Scritture  alla luce di questo nuovo contesto, quello della vita dello Spirito”. (VD 37).
Questo orientamento fondamentale è ripreso in chiusura della sezione ermeneutica ecclesiale delle Scritture con l’evocazione di numerosi esempi di santi che si sono lasciati plasmare dalla Parola di Dio nella storia della Chiesa. Basta menzionare sant’Antonio Abate, san Benedetto, san Francesco d’Assisi e le tre ben note Teresa per comprendere che “La santità in rapporto alla Parola di Dio si iscrive così, in un certo modo, nella tradizione profetica, in cui la Parola di Dio prende a servizio la vita stessa del profeta. In questo senso la santità nella Chiesa rappresenta un’ermeneutica della Scrittura dalla quale nessuno può prescindere. Lo Spirito Santo che ha ispirato gli autori sacri è lo stesso che anima i Santi  a dare la vita per il Vangelo. Mettersi alla loro scuola costituisce una via sicura per intraprendere un’ermeneutica viva ed efficace della Parola di Dio” (VD 49).

C. Questioni da approfondire

L’Esortazione Apostolica Post sinodale Verbum Domini accoglie tutte le 55 Proposizioni approvate dai Padri sinodali e sottomesse alla benevola considerazione del Santo Padre Benedetto XVI. Il loro contenuto è stato inserito e sviluppato nel testo del Documento. Alcuni punti devono essere studiati ulteriormente.
1)         Per esempio, i temi dell’ispirazione e della verità delle Scritture che la riflessione teologica ha sempre considerato “come due concetti chiave per un’ermeneutica ecclesiale delle sacre Scritture. Tuttavia, si deve riconoscere l’odierna necessità di un approfondimento adeguato di queste realtà, così da poter rispondere meglio alle esigenze riguardanti l’interpretazione dei testi sacri secondo la loro natura” (VD 20).
2)         Altro argomento da approfondire è la sacramentalità della Parola di Dio che “può favorire una comprensione maggiormente unitaria del mistero della Rivelazione ineventi e parole intimamente connessi’, giovando alla vita spirituale dei fedeli e all’azione pastorale della Chiesa” (VD 56).
3)         Bisogna approfondire anche “il rapporto tra mariologia e teologia della Parola. Da ciò potrà venire grande beneficio sia per la vita spirituale che per gli studi teologici e biblici” (VD 27)
4)         Inoltre la Proposizione N. 27 sul Ministero della Parola e donna viene sviluppato nei NN. 58 e 85. Al riguardo si afferma: “Come è noto, mentre il Vangelo è proclamato dal sacerdote o dal diacono, la prima e seconda lettura nella tradizione latina vengono proclamate dal lettore incaricato, uomo e donna. Vorrei qui farmi voce dei Padri sinodali che anche in questa circostanza hanno sottolineato la necessità di curare con una formazione adeguata l’esercizio del munus di lettore nella celebrazione liturgica ed in modo particolare il ministero del lettorato, che, come tale, nel rito latino, è ministero laicale” (VD 58). L’auspicio dei Padri sinodali che “il ministero del lettorato sia aperto anche alle donne” è stato quindi preso in considerazione e il Santo Padre sta studiando attentamente al questione.
5)         L’esortazione post – sinodale mira a innovare la fede della Chiesa nella Parola di Dio. Essa comporta una visione dialogica, addirittura nuziale, della rivelazione (VD 51); comporta inoltre una ermeneutica ecclesiale della Scrittura ed auspica un approfondimento della Parola di Dio e i sacramenti, e in modo speciale il sacramento della Santa Eucaristia.
6)         L’esortazione apostolica evoca da un lato il carattere performativo della Parola che scaturisce particolarmente dal suo legame con i sacramenti. Nella celebrazione dei sacramenti come nella storia della salvezza la Parola di Dio – dabar” – indica nello stesso tempo una Parola che è un’Azione divina: “Dio dice e fa, la sua parola è viva ed efficace” (Eb 4,12) . Questo carattere performativo della Parola culmina nelle parole della consacrazione eucaristica.
7)         Da qui l’idea della sacramentalità della Parola, in analogia con la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia  (VD 56). “La proclamazione della Parola di Dio nella celebrazione comporta il riconoscere che sia Cristo stesso a essere presente e a rivolgersi a noi” (Sacrosanctum Concilium 7).
8)         Inoltre, la profonda unità tra la Parola di Dio proclamata e l’Eucaristia manifesta una circolarità tra le due per l’intelligenza delle Scritture: “L’Eucaristia ci apre all’intelligenza della sacra Scrittura, così come la sacra Scrittura a sua volta illumina e spiega il Mistero eucaristico. In effetti, senza il riconoscimento della presenza reale del Signore nell’Eucaristia, l’intelligenza della Scrittura rimane incompiuta” (VD 55). Educare il popolo di Dio a cogliere questo legame intrinseco tra la Parola di Dio e il sacramento lo aiuta a “cogliere l’agire di Dio nella storia della salvezza e nella vicenda personale di ogni suo membro”  (VD 53).
Tutti gli aspetti summenzionati rimangono da approfondire nella vita della chiesa, nella convinzione profonda che colui che legge la Bibbia o ascolta la Parola pregando incontra personalmente Cristo. La Scrittura è infatti una e unica la Parola di Dio che interpella la nostra vita alla conversione. “Tutta la Scrittura costituisce un unico Libro – scrive Ugo di San Vittore - e quest’unico Libro è il Cristo, parla di Cristo e trova in Cristo il suo compimento” (VD 39).

Conclusione
Dio parla nelle Sacre Scritture della Chiesa per radunare il suo popolo, nutrirlo della sua vita e per accoglierlo nella comunione. Quest’appello divino è indirizzato all’umanità tutta intera.
L’Esortazione apostolica post – sinodale Verbum Domini pone risolutamente l’accento sulla dimensione divina della Parola e propone un nuovo paradigma, dialogico e pneumatologico, ispirato dal mistero trinitario e dalla risposta della Vergine Maria.
Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano. L’esortazione post – sinodale rilancia dunque la contemplazione personale ed ecclesiale della Parola di Dio nelle Sacre scritture, nella Divina Liturgia e nella vita personale e comunitaria dei credenti. Essa rilancia altresì l’attività missionaria e l’evangelizzazione, dal momento che rinnova la coscienza della Chiesa d’essere amata e la sua missione di annunciare la Parola di Dio con audacia e confidenza nella forza dello Spirito Santo.

Mi sono rifatto quasi totalmente ma liberamente all’intervento del Card. Marc Quellet nella conferenza stampa dell’11.11.2010. Termino citando un testo tratto da La mia vita (pp. 92 – 93) del card. Ratzinger: “ Lavorando insieme con lui, mi resi conto che Rahner ed io, benché ci trovassimo d’accordo su molti puniti e in molte aspirazioni, dal punto di vista teologico vivevamo in due pianeti diversi. Anch’egli, come me, era impegnato a favore di una riforma liturgica, di una nuova collocazione dell’esegesi nella Chiesa e nella teologia e di molte altre cose, ma le sue motivazioni erano parecchio diverse dalle mie. La sua teologia – malgrado le letture patristiche dei suoi primi anni – era totalmente caratterizzata dalla tradizione della scolastica suareziana e dalla sua nuova versione alla luce dell’idealismo tedesco e di Heidegger. Era una teologia speculativa e filosofica in cui, alla fine, la Scrittura e i Padri non avevano poi una parte tanto importante, in cui, soprattutto, ala dimensione storica era di scarsa importanza. Io, al contrario, proprio per la mia formazione era stato segnato soprattutto dalla Scrittura e dai Padri, da un pensiero essenzialmente storico (…)Ora era chiaro che lo schema di Rahner sulla Costituzione sulla parola di Dio non poteva essere accolto, ma anche il testo ufficiale andò incontro alla bocciatura con una esigua differenza di voti. Si dovette quindi procedere al rifacimento del testo. Dopo complesse discussioni, solo nell’ultima fase dei valori conciliari si poté arrivare all’approvazione della Costituzione sulla parola di Dio, uno dei testi di spicco del Concilio, che peraltro non è stato ancora recepito appieno (…)Il compito di comunicare le reali affermazioni del Concilio alla coscienza ecclesiale e di plasmarla a partire da queste ultime è ancora da realizzare”.
Ora abbiamo lo strumento datoci da Benedetto XVI. Provvidenziale è stata la sua formazione essenzialmente biblica, patristica e liturgica e alla luce di essa egli ha sempre affrontato le problematiche attuali. Il suo atteggiamento riguardo quest’ultime denota certamente acute capacità critiche, ma con una grande volontà costruttiva. Centro della sua tensione pastorale è sulla verità salvifica di Gesù Cristo alla ragione del nostro tempo partendo dalla convinzione che “al termine del secondo millennio, il cristianesimo si trova, proprio nel luogo della sua originaria diffusione, in Europa, in una crisi profonda, basata sulla crisi della sua pretesa di verità” (Fede.., p-170). Questa crisi ha una duplice dimensione:
-         la sfiducia riguardo alla possibilità, per l’uomo, di conoscere la verità su Dio e sulle cose divine;
-         e i dubbi che le scienze moderne, naturali e storiche, hanno sollevato riguardo ai contenuti e alle origini del cristianesimo;
-         compito della nuova evangelizzazione mantenere desta la sensibilità per la verità e per l’amore, invitando sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio, di Dio che dona a noi la sua Parola e si dona in persona nei sacramenti e, su questo cammino sollecitare tutti a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire così Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia ed è indispensabile per trovare la via verso il futuro. 

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