martedì 19 ottobre 2010

Messa da Requiem

Messa da requiem di Giuseppe Verdi: il tentativo di superare il grido della disperazione davanti alla morte per ritrovare l’anelito di vita che diventa silenziosa e accorata preghiera: “Libera me Domine”

“Al termine di un ascolto così intenso (Venerdì 15 ottobre, nell’Aula Paolo VI, il Papa ha ascoltato un concerto insieme ai padri sinodali dell’Assemblea Speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi, offerto dal Direttore d’Orchestra e compositore Enoch zu Guttemberg), l’animo vorrebbe sostare in raccoglimento, ma al tempo stesso sente il bisogno di manifestare la riconoscenza.
Sono lieto di salutare i Signori Cardinali, i Presuli
, e specialmente i Padri sinodali, le distinte Autorità, e tutti voi – tra i quali i poveri assistiti dalla Caritas diocesana di Roma – che avete potuto godere di questa eccellente esecuzione della Messa da Requiem di Giuseppe Verdi. Egli ha composto nel 1873, per la morte di Alessandro Manzoni, che ammirava e quasi venerava. In una lettera si chiede: “Cosa potrei dirvi di Manzoni? Come spiegarvi la sensazione dolcissima, indefinibile, nuova, prodotta in me alla presenza di quel Santo, come voi lo chiamate?”. Nella mente del grande Compositore, quest’opera doveva essere il culmine e il momento finale della sua produzione musicale; non era solo l’omaggio al grande scrittore, ma anche la risposta ad un’esigenza artistica, interiore e spirituale, che il confronto con la statura umana e cristiana del Manzoni aveva in lui suscitato.
Giuseppe Verdi ha speso l’esistenza a scrutare il cuore dlel’uomo, nelle sue opere ha messo in luce il dramma della condizione umana: con la musica, le storie rappresentate, i vari personaggi. Il suo teatro è popolato di infelici, di perseguitati, di vittime. In tante pagine della Messa da Requiem riecheggia questa visione tragica dei destini umani: qui tocchiamo la realtà ineluttabile della morte e la questione fondamentale del mondo trascendente, e Verdi, libero dagli elementi della scena, rappresenta, con le sue parole della Liturgia cattolica e con la musica, la gamma dei sentimenti umani davanti al termine della vita: l’angoscia dell’uomo nel confronto con la propria fragile natura, il senso di ribellione davanti alla morte, lo sgomenta alle soglie dell’eternità. Questa musica invita a riflettere sulle realtà ultime, con tutti gli stati d’animo del cuore umano, in una serie di contrasti di forme, toni, coloriti, in cui si alternano momenti drammatici a momenti melodici, segnati da speranza.
Giuseppe Vedi, che, in una famosa lettera all’editore Ricordi, si definiva “un po’ ateo”, scrive questa Messa, che ci appare come un grande appello all’Eterno Padre, nel tentativo di superare il grido i disperazione davanti alla morte, per ritrovare l’anelito di vita che diventa silenziosa e accorata preghiera: “Libera me Domine”.Il Requiem verdiano si apre, infatti, con una frase in la minore, che sembra quasi scendere verso il silenzio – poche battute dei violoncelli, pianissimo, con sordina – e si conclude con la sommessa invocazione al Signore “Libera me”. Questa cattedrale musicale si rivela come la descrizione del dramma spirituale dell’uomo al cospetto di Dio Onnipotente, dell’uomo che non può eludere l’eterno interrogativo sulla propria esistenza. Dopo la Messa da Requiem, Verdi vivrà una sorta di seconda “stagione compositiva”, che si concluderà nuovamente con musica religiosa, i Pezzi Sacri: un segno della sua inquietudine spirituale, un segno che l’anelito verso Dio è iscritto nel cuore dell’essere umano, perché la nostra speranza riposa nel Signore. “Qui Mariam absolvisti, et latronem exaudisti, mihi quoque spem dedisti”, abbiamo ascoltato:”Tu che perdonasti (Maria Maddalena) ed esaudisti il buon ladrone, anche a me hai dato speranza”. Il grande affresco musicale di stasera rinnova in noi la certezza delle parole di sant’Agostino: “Inquietum est cor nostrum, donec requiescat in te – Il nostro cuore è inquieto, finché non riposa in te” (Confesisoni, I,1)” (Benedetto XVI, 15 ottobre 2010).

Come  il teologo Balthasar Benedetto XVI non è l’”esteta teologo” che ricorre a delle categorie extra – teologiche ed extra bibliche ma sviluppa l’estetica teologica. Gesù Cristo è contemporaneamente l’”archetipo del vero, del buono, del bello”, cioè colui che in quel modo insuperabile la bellezza anche musicale di Dio appare nell’uomo e la bellezza musicale dell’uomo trovata in Dio e soltanto in Dio. Paradossalmente, la bellezza luminosa di Dio che risplende nella rivelazione di Cristo celebrata, pregata e vissuta nella fede cattolica si fa percepire drammaticamente nella sua radicale non bellezza dell’uomo storico. E’ nella fragilità, nell’abbassamento e nella debolezza della carne del Figlio di Dio incarnato in tutto uguale  a noi, tranne che nel peccato, cioè “colui che non aveva apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi” (Is 53, 2-3) che Dio fa brillare lo splendore della sua bellezza e gloria. Quella di Cristo e in Lui di ogni uomo è una bellezza divinamente e umanamente unica: Tu che perdonasti Maria Maddalena ed esaudisti il buono ladrone, anche a me hai dato speranza di riposare in te e saziare, anche attraverso il linguaggio musicale, il mio cuore inquieto.

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