martedì 26 ottobre 2010

Manuale per il cattolico in politica

Il cattolico in politica: manuale per la ripresa
Il Santo Padre Benedetto XVI ha più volte espresso il desiderio, fondato su una evidente e urgente necessità teologica e pastorale, che nasca in Italia e nel mondo una nuova generazione di cattolici impegnati in politica. Anche il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, card. Angelo Bagnasco, pur apprezzando i cattolici che attualmente sono impegnati, facendo eco alle parole del Papa, ha espresso l’auspicio di questo “sogno”. “Ora – nella prefazione  a “Il cattolico in politica”Cantagalli, Siena 2010 – S. E. Mons. Gianpaolo Crepaldi, arcivescovo – vescovo di Trieste e per lungo tempo impegnato nella Santa sede con altri incarichi nel campo della evangelizzazione del sociale e della promozione della giustizia e della pace cristiane, ha scritto questo “Manuale”, che bene si inserisce nell’impegno per la realizzazione di quel “sogno”: formare
una nuova classe di cattolici impegnati in politica. Ho accolto quindi questa pubblicazione con viva soddisfazione, perché mi sembra molto utile e, direi, “tempestiva”. Nel senso che coglie un bisogno reale e vivo e fornisce alcuni strumenti per affrontarlo. Un aspetto positivo di questo Manuale è che esso è dedicato in modo mirato ai politici. Non è quindi un testo sulla politica in generale, sulla partecipazione alla cosa pubblica, che può essere fatta in diversi modi e a diversi livelli. In altri termini non è un libro che vuole formare il “cittadino”, che pure svolge un ruolo politico quando si impegna nella famiglia, nel lavoro, nell’economia, nella società e nella politica strettamente intesa. Questo libro è invece dedicato al “politico”, a chi intende – o già lo fa – impegnarsi in un partito, candidarsi a delle cariche pubbliche, esercitare ruoli istituzionali o amministrativi”(pp- 7-8). La Chiesa è soggetto diretto in continuità di quella carità divina che, operando nel tempo, prepara l’eterno cioè soggetto diretto di quella carità che incontra il prossimo direttamente (opere di misericordia spirituali e corporali), fuori delle mediazioni istituzionali. Ma essa è anche soggetto indiretto della politica educando i fedeli impegnati come cittadini a “prendersi cura, da una parte, e avvalersi dall’altra, di quel complesso di istituzioni che strutturano giuridicamente, civilmente, politicamente, culturalmente il vivere sociale che in tal modo prende forma di polis, di città” (Caritas in veritate, n. 7) per cui il dovere politico è per tutti: “ogni cristiano è chiamato a questa carità, nel modo della sua vocazione e secondo le sue possibilità d’incidenza nella polis. E’ questa la via istituzionale – possiamo dire anche politica – della carità, non meno qualificata e incisiva di quanto lo sia la carità che incontra il prossimo direttamente, fuori delle mediazioni istituzionali della polis” (ibidem).
Il cristianesimo moderno, di fronte ai meravigliosi successi della scienza nella progressiva strutturazione del mondo, si è in gran parte concentrato soltanto sull’individuo e sulla sua salvezza. Con ciò ha ristretto l’orizzonte della sua speranza e non ha neppure riconosciuto sufficientemente la grandezza del suo compito – anche se resta grande ciò che ha continuato a fare nella formazione dell’uomo e nella cura dei deboli e dei sofferenti. Mons. Crepaldi, alla luce della Spe salvi di Benedetto XVI (n. 25), fin dall’inizio: “Eccomi qui a Trieste…Dedicheremo le nostre migliori energie alla cura delle anime e a questa cura si ispirerà ogni nostra opera e iniziativa di catechesi, di formazione, di assistenza caritativa”. Ma ha proseguito superando la riduzione dell’orizzonte della caritàE’ il riduzionismo la principale ideologia di oggi. Così, con la convinzione – o con la scusa – di liberarsi dalle ideologie, se ne crea un’altra, onnicomprensiva come tutte le altre, se pure per difetto piuttosto che per eccesso (…)La persona viene ridotta ai suoi geni o ai suoi neuroni, l’amore è ridotto a chimica, la famiglia viene ridotta a un accordo, i diritti vengono ridotti a desideri, la democrazia viene ridotta a procedura, la religione viene ridotta a mito, la procreazione viene ridotta a produzione in laboratorio, il sapere viene ridotto a scienza e la scienza viene ridotta a esperimento, i valori morali vengono ridotti a scelte, le culture vengono ridotte a opinioni, la verità è ridotta a sensazione, l’autenticità viene ridotta a coerenza con la propria autoaffermazione (…)La chiesa di Trieste non cederà ad alcun riduzionismo ideologico; lo saprà combattere, spendendosi tutta in programma impegnativo e luminoso, dettato dal nostro Santo padre che è quello di non restringere, ma di allargare gli orizzonti”. Questo riduzionismo esclude ogni principio morale che sia valido e vincolante per se stesso e questa cultura è contrassegnata da una profonda carenza, ma anche da un grande e inutilmente nascosto bisogno di speranza. La scienza può contribuire molto all’umanizzazione del mondo e dell’umanità. Essa però può anche distruggere l’uomo e il mondo, se non viene orientata da forze che si trovano al di fuori di essa.
Mons. Crepaldi è presidente dell’Osservatorio internazionale Cardinale Van Thuàn sulla Dottrina sociale della Chiesa  e presentando recentemente a Trieste la seconda edizione del Rapporto ha spiegato: “A mio avviso ed ad avviso dei redattori del rapporto, il punto discriminante tra due modi di intendere la dottrina sociale della Chiesa è questo: come etica condivisa per accompagnare il mondo oppure come strumento per aprire un posto di Dio nel mondo. Il rapporto mette in evidenza che quando la Dottrina sociale della chiesa viene intesa in questo secondo modo – come uno strumento per aprire un posto di Dio nel mondo – c’è una reazione del mondo e c’è anche una reazione nella Chiesa. Il mondo non accetta e non accettano nemmeno tanti nella chiesa. Una Dottrina sociale della Chiesa intesa come una proposta laica con cui dialogare con il mondo, viene accettata, perché rischia di essere innocua. Ma una Dottrina sociale che considerasse il cristianesimo non solo utile ma indispensabile per la costruzione di una società veramente umana, come dice il n. 4 della ‘Caritas in veirtate’, sarebbe combattuta fuori e dentro la Chiesa”.
E per essere più esplicito, nel volume “Il cattolico in politica”, scrive: “Quando il cattolico in politica cerca di chiarire a se stesso il problema della laicità, penso che dovrebbe farsi due domande. La prima è se la costruzione di una convivenza sociale conforme alla dignità umana, Cristo sia solo utile o anche indispensabile. La seconda se la vita eterna oltre la morte materiale abbia una relazione con l’organizzazione comunitaria di questa società”. Come ricorda la Caritas in veritate al, n. 7) parlando dell’attività politica doverosa per il cristiano – e che, ovviamente, non si riduce all’azione dei partiti – si tratta infatti di “una vera testimonianza della carità divina che, operando nel tempo, prepara l’eterno. L’azione dell’uomo sulla terra, quando è ispirata e sostenuta dalla carità, contribuisce all’edificazione di quella universale città di Dio…così da dare forma di unità e di pace alla città dell’uomo, e renderla in qualche misura anticipazione prefiguratrice della città senza barriere di Dio”.

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