martedì 14 settembre 2010

Vescovo

Per il Sacramento ricevuto grandi sono le responsabilità di un Vescovo per il bene della diocesi, ma anche della società

“Secondo una consuetudine molto significativa, avete compiuto innanzitutto un pellegrinaggio sulla tomba dell’Apostolo Pietro, il quale si è conformato a Cristo Maestro e Pastore, fino alla morte di croce. A questo proposito, illuminanti sono alcune espressioni di san Tommaso d’Aquino, che possono costituire un vero e proprio programma di vita per ogni Vescovo. Commentando l’espressione di Gesù nel Vangelo di Giovanni: “Il Buon Pastore offre la vita per le sue pecore”,
san Tommaso osserva: “Egli consacra a loro la sua persona nell’esercizio dell’autorità e della carità. Si esigono tutte e due le cose: che gli ubbidiscano e che le ami. Infatti la prima senza la seconda non è sufficiente” (Esp. Su Giovanni, 10, 3). La Costituzione dogmatica sulla Chiesa, Lumen gentium, specifica: “Il Vescovo, mandato dal Padre di famiglia a governare la sua famiglia, tenga innanzi agli occhi l’esempio del Buon Pastore, che è venuto non per essere servito ma per servire (Mt 20,28; Mc 10,45)  e dare la sua vita per le pecore (Gv 10,11). Preso di mezzo agli uomini e soggetto a debolezze, egli può compatire quelli che sono nell’ignoranza o nell’errore (Eb 13,17). Non rifugga dall’ascoltare i sudditi che cura come veri figli suoi e che esorta a cooperare alacremente con lui. Dovendo rendere conto a Dio delle loro anime (Eb 13,17), con la preghiera, la predicazione e ogni opera di carità, abbia cura di loro, e anche di quelli che non sono ancora dell’unico gregge, che deve considerare come affidati a sé nel Signore. Poiché egli, come l’Apostolo Paolo, è debitore a tutti” (n. 27).
La missione del Vescovo non può essere intesa con la mentalità dell’efficienza e dell’efficacia, per cui si pone l’attenzione primariamente su ciò che c’è da fare, ma occorre sempre tenere in conto la dimensione ontologica, che è alla base di quella funzionale. Infatti il Vescovo, per l’autorità di Cristo di cui è rivestito, quando siede sulla sua Cattedra è posto ‘sopra’ e ‘di fronte’ alla comunità, in quanto egli è ‘per’ la comunità verso la quale dirige la sua sollecitudine pastorale (Pastores gregis, 29).  La Regola Pastorale di Papa san Gregorio Magno, che potrebbe essere considerata il primo ‘direttorio’ per i Vescovi della storia della Chiesa, definisce il governo pastorale come “l’arte delle arti” (1,1.4). e precisa che la potestà di governo “la regge bene chi sa con essa erigersi contro le colpe e con essa sa essere uguale  agli altri…e domina sui vizi piuttosto che sui fratelli” (II,6).
Fanno riflettere le parole esplicative del rito della consegna dell’anello nella liturgia dell’Ordinazione episcopale: “Ricevi l’anello, segno di fedeltà, e nell’integrità della fede e nella purezza della vita custodisci la Santa Chiesa, sposa di Cristo”. La Chiesa è “sposa di Cristo” e il Vescovo è ilcustode’ di questo mistero. L’anello è dunque un segno di fedeltà: si tratta della fedeltà alla Chiesa e alla purezza della fede di lei. Al Vescovo, quindi, viene affidata un’alleanza nuziale: quella della Chiesa con Cristo. Significative le parole che leggiamo nel Vangelo di Giovanni: “Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo” )3, 29). Il concetto di “custodire”  non vuol dire soltanto conservare ciò che già è stato stabilito – benché questo non debba mai mancare -, ma include, nella sua essenza, anche l’aspetto dinamico, cioè una perpetua e concreta tendenza al perfezionamento, in piena armonia e continuo adeguamento alle esigenze nuove sorte dallo sviluppo e dal progresso di quell’organismo vivente che è la comunità.
Grandi sono le responsabilità di un  Vescovo per il bene della diocesi, ma anche della società. Egli è chiamato ad essere “forte e deciso, giusto e sereno” (Direttorio per il ministero pastorale dei Vescovi “Apostolorum successores”, n. 44), per un discernimento sapienziale delle persone, della realtà e degli avvenimenti, richiesto dal suo compito di essere “padre, fratello e amico” (ibid., 76-77) nel cammino cristiano e umano. Si tratta di una profonda prospettiva di fede e non semplicemente umana, amministrativa o di stampo sociologico quella in cui si colloca il ministero del Vescovo, il quale non è un mero governante, o un burocrate, o un semplice moderatore e organizzatore della vita diocesana. Sono la paternità e la fraternità in Cristo che danno al Superiore la capacità di creare un clima di fiducia, di accoglienza, di affetto, ma anche di franchezza e di giustizia. Particolarmente illuminanti sono al riguardo, le parole di un’antica preghiera di sant’Aelredo di Rievaulx, Abate: “Tu, dolce Signore, hai posto uno come me a capo della tua famiglia mediante un tale uomo, così che si vedesse la sublimità della tua forza, non quella dell’uomo, così che non abbia a gloriarsi il sapiente nella sua sapienza, né il giusto nella sua giustizia, né il forte nella sua forza: poiché quando questi governano bene il tuo popolo, sei tu che lo reggi, e non loro. E dunque non a noi, Signore, non a noi, ma al tuo nome dà gloria” (Speculum caritatis, PL CXCV)” (Benedetto XVI, Ai Vescovi di recente nomina, 13 settembre 2010).

A fondamento della funzione di insegnare, santificare, governare del Vescovo non ci sono solo le sue doti ma c’è il Sacramento cioè la paternità e la fraternità sacramentale in Cristo che danno alla sua autorità la capacità di creare un clima di fiducia, di accoglienza, di affetto, ma anche di franchezza e di giustizia. Quanto è urgente anche per la carità pastorale che tutte le parrocchie, le associazioni e i movimenti ecclesiali, le comunità cristiane ritrovino e riconoscano nella fede il principio unificante nel Vescovo, membro del Collegio episcopale presieduto dalla autorità del Vescovo di Roma E tutti, Parroci e Sacerdoti, si sentano localmente “vice gerenti del Vescovo”.

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