mercoledì 1 settembre 2010

Rito

La liturgia è divina e non si può disporne a proprio piacimento

“La liturgia non è paragonabile ad un’apparecchiatura tecnica che si può produrre,ma ad una pianta, a qualcosa, cioè, di organico, che cresce e le cui leggi di crescita determinano la possibilità di ulteriore sviluppo.
In Occidente, però, si è aggiunto il fatto che il Papa con l’autorità petrina, ha sempre più chiaramente rivendicato a sé anche la legislazione liturgica, e ne è risultato un’istanza giuridica per la successiva formazione della liturgia. Quanto più fortemente si affermava il primato, tanto più
doveva emergere la questione circa l’estensione e i limiti di tale autorità, una questione che, però, come tale non è mai stata oggetto di riflessione. Dopo il Concilio Vaticano II si è ingenerata l’impressione che, in materia di liturgia, il Papa in fondo potesse fare qualunque cosa, soprattutto se agiva per incarico di un Concilio ecumenico. Infine l’idea stessa della liturgia come una realtà prestabilita, e quindi non disponibile ad interventi arbitrari, si è ampiamente persa nella coscienza comune dell’Occidente. Di fatto, però, il Vaticano I non ha per nulla definito il Papa come monarca assoluto, ma, al contrario, come garante dell’obbedienza nei confronti della Parola tramandata: la sua autorità è legata alla tradizione della fede: ciò vale anche nell’ambito della liturgia. Essa non viene “fatta” da un apparato burocratico. Anche il Papa può essere solo umile servitore del suo giusto sviluppo e della sua permanente integrità e identità…L’autorità del Papa non è illimitata; essa è al servizio della sacra Tradizione. Ancor meno si può conciliare una generica “libertà” di fare, che si trasforma in arbitrarietà, con l’essenza della fede e della liturgia. La grandezza della liturgia – dovremo ripeterlo ancora più volte – si fonda proprio sulla sua non arbitrarietà.
Se ora ci chiediamo che cosa sia il rito nell’ambito della liturgia cristiana, la risposta è questa: esso è espressione, divenuta forma, dell’ecclesialità e della comunitarietà della preghiera e dell’azione liturgiche – una comunitarietà che supera la storia. In esso si concretizza il legame della liturgia con il soggetto vivente “Chiesa”, che a sua volta è caratterizzato dal legame con il profilo della fede cresciuta nella Tradizione apostolica. Questo legame con l’unico soggetto Chiesa lascia spazio a forme diverse ed include uno sviluppo vivo, esclude però altrettanto l’arbitrarietà. Ciò vale nei riguardi del singolo, della comunità, della gerarchia e dei laici. La “liturgia divina” (come la chiama l’Oriente), conformemente alla storicità dell’agire di Dio ed analogamente alla Parola della Scrittura, ha preso forma attraverso persone umane e la loro percettività. Ma nella sua interpretazione sostanziale dell’eredità biblica – un’interpretazione che va oltre i singoli riti –essa prende parte alla normatività della forma fondamentale della fede della Chiesa.
La validità dei riti è senz’altro paragonabile a quella delle grandi professioni di fede della Chiesa antica. Come queste, anche essi si sono sviluppati sotto la guida dello Spirito Santo (Gv 16,13). La tragicità dell’impegno riformistico di Lutero consiste nel fatto che esso avvenne in un tempo in cui la forma essenziale della liturgia era ampiamente celata ed incompresa. Nonostante la radicalità del suo richiamo alla “sola Scrittura”, Lutero non ha messo in discussione la validità delle professioni di fede della Chiesa antica, lasciando in tal modo certamente sussistere una tensione interiore che poi è divenuta la problematica fondamentale della storia della Riforma. La Riforma avrebbe sicuramente avuto uno svolgimento diverso, se egli avesse potuto vedere l’analogo carattere vincolante della grande tradizione liturgica, la sua consapevolezza di una presenza del Sacrificio come anche di una partecipazione all’atto vicario del Logos. Nella radicalizzazione attuale del metodo storico – critico, oggi si è reso evidente in modo molto chiaro che la “sola Scrittura” non può fondare una Chiesa e una comunanza di fede. La Scrittura, in ultima analisi, è Scrittura (cioè Parola di Dio) solo se vive nel soggetto vivente che è la Chiesa. Tanto più assurdo è il fatto che oggi non pochi s’accingono a costruire la liturgia in modo nuovo in base alla “sola Scrittura”, identificando poi in tali ricostruzioni la Scrittura con i pareri esegetici dominanti, scambiando quindi la fede con l’opinione. Una liturgia “fatta” in questo modo poggia su parole ed opinioni umane; è costruita sulla sabbia e rimane vuota, per quanto la si voglia abbellire con arte umana. Solo il rispetto per la natura prestabilita della liturgia e per la sua fondamentale non arbitrarietà può donarci ciò che da essa speriamo: la festa in cui ci viene incontro la grande realtà che noi non facciamo da soli, ma che, appunto, riceviamo come dono” (Joseph Ratzinger, Teologia della Liturgia, LEF pp. 157 – 160).

Purtroppo per molti oggi la parola “rito” non suona bene. “Rito” appare come espressione di rigidità, di legame a forme prefissate; ad esso si contrappongono la creatività e la dinamica dell’inculturazione: solo grazie a queste nascerebbe una liturgia viva, in cui la rispettiva comunità possa esprimere se stessa. Se il rito con cui riceviamo  il darsi del Crocifisso risorto è dono divino che trascende la storia ciò significa  che la “creatività” non può essere una categoria autentica del campo liturgico. La liturgia cioè la fede celebrata, come la fede professata, non vive delle invenzioni del singolo o di qualche gruppo di programmazione. Essa è, tutt’al contrario, l’intervento di Dio nel nostro mondo, ed è questo che libera veramente. Solo Lui può aprire la porta verso la libertà. Quanto più Papa, Vescovi, Sacerdoti, Fedeli laici si abbandoneranno a questo intervento di Dio, tanto più “nuova” sarà ogni volta la liturgia, e tanto più diventerà personale e vera. Sì, personale, vera e nuova la liturgia lo diventa non mediante banali invenzioni di parole e giochetti, ma grazie al coraggio con cui ci si mette verso la realtà grande, che per mezzo del rito già sempre ci precede e che non raggiungiamo mai del tutto.

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