lunedì 6 settembre 2010

Leone XIII

Con la fantasia della carità sono accadute le molteplici strade per attuare il messaggio evangelico all’interno delle nuove realtà sociali

“Dal primato di Dio e di Cristo si riscontra l’azione pubblica di ogni Pastore della Chiesa, in particolare di ogni Sommo Pontefice, con le caratteristiche proprie della personalità di ciascuno. Direi che proprio il concetto di “sapienza cristiana” ci offre la sintesi  di questa impostazione secondo Leone XIII – non a caso è anche l’incipit di una sua Enciclica. Ogni Pastore è chiamato a

trasmettere al Popolo di Dio non delle verità astratte, ma una “sapienza”, cioè un messaggio che coniuga fede e vita, verità e realtà concreta. Il Papa Leone XIII, con l’assistenza dello Spirito Santo, è capace di fare questo in un periodo storico tra i più difficili per la Chiesa, rimanendo fedele alla tradizione e, al tempo stesso, misurandosi con le grandi questioni aperte. E vi riuscì proprio sulla base della “sapienza cristiana”, fondata sulle Sacre Scritture, sull’immenso patrimonio teologico e spirituale della Chiesa Cattolica e anche sulla solida e limpida filosofia di san Tommaso d’Aquino, che egli apprezzò in sommo grado e promosse in tutta la Chiesa.
A questo punto, dopo aver considerato il fondamento, cioè la fede e la vita spirituale, e quindi il quadro generale del messaggio di Leone XIII, posso accennare al suo magistero sociale, reso celeberrimo e intramontabile dall’Enciclica Rerum novarum,  ma ricco di molteplici altri interventi che costituiscono un corpo organico, il primo nucleo della dottrina sociale della Chiesa. Prendiamo spunto dalla Lettera a Filemone di san Paolo. E’ il testo più breve di tutto l’epistolario paolino. Durante un periodo di prigionia, l’Apostolo ha trasmesso la fede a Onesimo, uno schiavo originario di Colossi fuggito dal padrone Filemone, ricco abitante di quella città, diventato cristiano insieme ai suoi familiari grazie alla predicazione di Paolo. Ora l’Apostolo scrive a Filemone invitandolo ad accogliere Onesimo non più come schiavo, ma come fratello in Cristo. La nuova fraternità cristiana supera la separazione tra schiavi e liberi, e innesca nella storia un principio di promozione della persona che porterà all’abolizione della schiavitù, ma anche ad oltrepassare altre barriere che tuttora esistono. Il Papa Leone XIII dedicò proprio al tema della schiavitù l’Enciclica Catholicae Ecclesiae, del 1890.
Da questa particolare esperienza di san Paolo con Onesimo, può partire un’ampia riflessione sulla spinta di promozione umana apportata dal Cristianesimo nel cammino della civiltà, e anche sul metodo e lo stile di tale apporto, conforme alle immagini evangeliche del seme e del lievito; all’interno della realtà storica i cristiani, agendo come singoli cittadini, o in forma associata, costituiscono una forza benefica e pacifica di cambiamento profondo, favorendo lo sviluppo delle potenzialità interne alla stessa realtà. E’ questa la forma di presenza e di azione nel mondo proposta dalla dottrina sociale della Chiesa, che punta sempre alla maturazione delle coscienze quale condizione di valide e durature trasformazioni.
Dobbiamo ora domandarci: qual’era il contesto in cui nacque, due secoli fa, colui che sarebbe diventato, 68 anni dopo, il Papa Leone XIII? L’Europa risentiva allora della grande tempesta Napoleonica, seguita alla Rivoluzione Francese. La Chiesa e numerose espressioni della cultura cristiana erano messe radicalmente in discussione (si pensi, ad esempio, al fatto di contare gli anni non più dalla nascita di Cristo, ma dall’inizio della nuova era rivoluzionaria, o di togliere i nomi dei Santi dal calendario, dalle vie, dai villaggi…). Le popolazioni delle campagne non erano certo favorevoli a questi stravolgimenti, e rimanevano legate alle tradizioni religiose. La vita quotidiana era dura e difficile: le condizioni sanitarie e alimentari molto carenti. Intanto, si andava sviluppando l’industria e con essa il movimento operaio, sempre più organizzato politicamente. Il Magistero della Chiesa, al suo livello più alto, fu sospinto e aiutato dalle riflessioni e dalle esperienze locali ad elaborare una lettura complessiva e prospettica della nuova società e del suo bene comune. Così, quando, nel 1878, fu eletto al soglio pontificio, Leone XIII si sentì chiamato a portarla a compimento, alla luce delle sue ampie conoscenze di respiro internazionale, ma anche di tante iniziative realizzate “sul campo” da parte di comunità cristiane e uomini e donne della Chiesa.
Furono infatti decine e decine di Santi e Beati, dalla fine del Settecento agli inizi del Novecento, a cercare  esperimentare, con la fantasia della carità, molteplici strade per attuare il messaggio evangelico all’interno delle nuove realtà sociali. Furono senza dubbio queste iniziative, con i sacrifici e le riflessioni di questi uomini e donne a preparare il terreno della Rerum novarum e degli ultimi Documenti sociali di Papa Pecci. Già dal tempo in cui era Nunzio apostolico in Belgio, egli aveva compreso che la questione sociale si poteva affrontare positivamente ed efficacemente con il dialogo e la mediazione. In un’epoca di aspro anticlericalismo e di accese manifestazioni contro il Papa, Leone XIII seppe guidare e sostenere i cattolici sulla via di una partecipazione costruttiva, ricca di contenuti, ferma sui principi e capace di apertura. Subito dopo la Rerum novarum si verificò in Italia e in altri Paesi un’autentica esplosione di iniziative; associazioni, casse rurali e artigiane, giornali…un vasto “movimento” che ebbe nel servo di Dio Giuseppe Toniolo l’illuminato animatore. Un papa molto anziano, ma saggio e lungimirante, poté introdurre nel XX secolo una chiesa ringiovanita, con l’atteggiamento giusto per affrontare le nuove sfide. Era un papa ancora politicamente e fisicamente “prigioniero” in Vaticano, ma in realtà, con il suo magistero, rappresentava una Chiesa capace di affrontare senza complessi le grandi questioni della contemporaneità” (Benedetto XVI, Omelia a Largo dei Monti Lepini, 5 settembre 2010).


Ma anche oggi con Benedetto XVI la Caritas in veritate è “la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera” (n.1). E’ il comandamento antico e sempre nuovo: amatevi come Cristo ci ha amati e con questo amore si è anche oggi sale e luce del mondo. Si tratta di “prendersi cura, da una parte, e avvalersi dall’altra, di quel complesso di istituzioni che strutturano giuridicamente, civilmente, poliiticamente il vivere sociale che in tal modo prende forma di polis, di città” (ibidem, n. 7). Il dovere politico è per tutti: “ogni cristiano è chiamato a questa carità, nel modo della sua vocazione e secondo le sue possibilità d’incidenza nella polis. E’ questa la via istituzionale – possiamo dire anche politica – della carità, non meno qualificata e incisiva di quanto lo sia la carità che incontra il prossimo direttamente, fuori dalle mediazioni istituzionali della polis” (ibidem). Soggetto di quest’ultima è la Chiesa che partecipa all’altra attraverso i fedeli laici come cittadini.

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