martedì 17 agosto 2010

Liturgia pre–conciliare e post–consiliare?

Liturgia pre – conciliare e post – consiliare?

“Ci imbattiamo in una delle alternative che derivano dalla visione dualistica della storia, che divide un mondo pre – conciliare da uno post – conciliare: secondo tale visione, prima del Concilio sarebbe stato soltanto il sacerdote l’incaricato della liturgia, mentre a partire dal Concilio lo sarebbe ora una comunità radunata. Quindi – così si deduce – è la comunità come vero soggetto
della liturgia a determinare che cosa in essa accade. In realtà, però, il sacerdote non ha mai avuto il diritto di disporre da sé il da farsi nella liturgia. La liturgia non era affatto abbandonata al suo arbitrio. Essa lo precedeva come “rito”, cioè come forma oggettiva della comune preghiera della Chiesa.
L’alternativa polemica “sacerdote o comunità incaricati della liturgia” è priva di senso; ostacola la comprensione della liturgia, anziché promuoverla, e crea quel falso fossato tra pre – conciliare e post – conciliare che lacera la grande coesione della vivente storia della fede. Tale alternativa si basa su un appiattimento del pensiero in cui l’essenziale non appare più. Se apriamo il Catechismo della Chiesa Cattolica, vi troviamo in magistrale concisione e trasparenza la somma delle migliori conoscenze del movimento liturgico e quindi ciò che la grande tradizione contiene di duraturo e di valido. Lì ci viene ricordato innanzitutto che la liturgia significa “servizio da parte del popolo e in favore del popolo” (CCC 1069). Se la teologia cristiana, in base all’Antico Testamento greco, ha adottato questa espressione che si era formata nel mondo pagano, essa pensava naturalmente al popolo di Dio che i cristiani erano diventati per il fatto che Cristo aveva abbattuto il muro divisorio tra giudei e pagani, per unificare tutti nella pace dell’unico Dio. “Servizio in favore del popolo” – essa pensava al fatto che questo popolo non esisteva per virtù propria, ad esempio grazie ad una comune discendenza, ma viene costituito solamente in virtù del servizio pasquale di Gesù Cristo, si basa dunque sul servizio di un Altro, del Figlio. Il popolo di Dio non esiste semplicemente come esistono i tedeschi, i francesi, gli italiani o altri popoli, esso nasce sempre di nuovo solo in servizio del Figlio e per il fatto che Egli ci innalza alla comunione con Dio, alla quale noi da soli non possiamo arrivare. Conformemente a ciò il Catechismo prosegue: “Nella tradizione cristiana (la parola  liturgia) vuole significare che il popolo di Dio partecipa all’opera di Dio”. Il Catechismo cita la Costituzione liturgica del Concilio, secondo cui ogni celebrazione liturgia è opera di Cristo Sacerdote e del suo Corpo che è la Chiesa (SC 7).
Così le cose appaiono ora già in modo diverso. E’ spezzata la riduzione sociologica che ormai è solo in grado di contrapporre gli uni agli altri attori umani. La liturgia presuppone il cielo squarciato; solo se questo si verifica, può esserci una liturgia. Se il cielo non è aperto, ciò che era liturgia s’immiserisce in un gioco di ruoli, in una ricerca, in ultima analisi insignificante, di auto – conferma comunitaria, in cui in fondo non accade nulla. L’elemento decisivo è dunque il primato della cristologia. La liturgia è opera di Dio, oppure non è niente; con questa priorità di Dio e del suo agire, che viene a cercarci in segni terreni, è dato anche l’universalità e l’universale apertura di ogni liturgia, che non può essere compresa a partire dalla categoria di comunità, ma solo a partire dalle categorie di popolo di Dio e Corpo di Cristo. Solo in questo grande contesto si riesce poi a capire in modo giusto il reciproco rapporto tra sacerdote e comunità Il sacerdote fa e dice nella liturgia ciò che non può fare e dire da sé; egli agisce – come si esprime la tradizione – in persona Christi, cioè in virtù del Sacramento che garantisce la presenza dell’Altro, di Cristo. Il sacerdote non rappresenta se stesso e non è neppure un delegato della comunità, che gli avrebbe magari affidato un ruolo; bensì il suo stare nel Sacramento della sequela esprime precisamente quella priorità di Cristo che è la condizione preliminare di ogni liturgia. Poiché il sacerdote rappresenta questa priorità di Cristo, col suo ministero rinvia ogni assemblea al di là di se stessa verso la totalità, perché Cristo è uno solo e, aprendo il cielo, Egli è anche Colui che elimina ogni frontiera” (Joseph Ratzinger, Teologia della Liturgia, LEV pp.634 – 636).

Il Catechismo ha articolato la sua teologia della liturgia in modo trinitario, come è la natura della Chiesa: “Nella liturgia della Nuova Alleanza, ogni azione liturgica, specialmente la celebrazione dell’Eucaristia e dei sacramenti, è un incontro tra Cristo e la Chiesa. L’assemblea liturgia riceve la propria unità dalla ‘comunione dello Spirito Santo’ che riunisce i figli di Dio nell’unico Corpo di Cristo. Essa supera le affinità umane, razziali, culturali e sociali. L’assemblea deve prepararsi ad incontrare il suo Signore, essere un popolo ben disposto” (CCC 1097).L’equivalente di “popolo”  nelle lingue latine è “assemblea/comunità”, termini con i quali vien già posto un accento un po’ diverso: Con ambedue le espressioni sono indiscutibilmente toccati due importanti dati di fatto: da una parte, i partecipanti alla celebrazione liturgica non sono individui senza relazioni tra loro, ma mediante l’evento liturgico vengono congiunti in una rappresentanza concreta del popolo di Dio; dall’altra, essi, in quanto popolo di Dio qui radunato, sono, a partire dal Signore, attivi corresponsabili dell’evento liturgico. Ma contro le assolutizzazioni della comunità oggi in voga bisogna decisamente opporre resistenza. I radunati, come dice il Catechismo con ragione, diventano un’unità solo in virtù della comunione dello Spirito Santo, non lo sono per virtù propria, come un’entità sociologicamente chiusa. Se però stanno in un’unità proveniente dallo Spirito, allora questa è sempre un’unità aperta, il cui superamento di confini nazionali, culturali e sociali si esprime nell’apertura concreta verso quanti non appartengono al loro nucleo originario. L’odierno parlare di comunità presuppone in gran parte un gruppo omogeneo, che è in grado di progettare e realizzare azioni comunitarie. Questa “comunità” può arrivare al punto di accettare magari solo un sacerdote che la conosca e sia conosciuto da essa. Con la teologia tutto questo non ha nulla a che fare.
Né il sacerdote da solo, né la comunità da sola sono protagonisti della liturgia, bensì Cristo totale, Capo e corpo; il sacerdote, la comunità, i singoli lo sono nella misura in cui sono uniti a Cristo e nella misura in cui lo rappresentano nella comunione di Capo e corpo. In ogni celebrazione liturgica sono compartecipi  l’intera Chiesa, il cielo e la terra, Dio e l’uomo – non soltanto teoricamente, ma in modo molto reale. Quanto più la celebrazione è alimentata da questa consapevolezza e da questa 

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