domenica 29 agosto 2010

La croce al centro

La Croce al centro dell’altare
punto verso il quale possa convergere lo sguardo sia del sacerdote che della comunità orante

“La forma originaria della preghiera cristiana può oggi dirci ancora qualche cosa, o non dobbiamo forse semplicemente trovare la nostra forma, la forma del nostro tempo? Naturalmente non è il caso di voler semplicemente imitare il passato. Ogni epoca deve nuovamente trovare l’essenziale ed esprimerlo. Quel che importa è, quindi, scoprire attraverso gli aspetti mutevoli questo “essenziale”. Sarebbe certamente errato rigettare in blocco le nuove configurazioni del nostro secolo. Era giusto riavvicinare al popolo l’altare troppo spesso lontano dai fedeli…


Era pure importante distinguere di nuovo chiaramente il luogo della Liturgia della Parola dalla Liturgia eucaristia vera e propria. Nella Liturgia della Parola, infatti, si tratta effettivamente di un rivolgere la parola e di un rispondere ad essa ed è quindi sensato che l’annunciatore e gli ascoltatori siano l’uno di fronte agli altri, i quali nel salmo meditano quanto hanno ascoltato, lo accolgono in se stessi e lo trasformano in preghiera, rendendolo così una risposta.
Resta invece essenziale il comune orientamento verso est durante la preghiera eucaristica. Qui non si tratta di qualcosa di accidentale, ma di essenziale. Non è importante il guardare al sacerdote, ma il guardare insieme al Signore. In questo caso non si tratta di un dialogo, ma di un’adorazione comune, del mettersi interiormente in cammino verso Colui che viene. Non il cerchio chiuso corrisponde all’essenza di ciò che avviene, ma un comune incamminarsi che si esprime in un orientamento comune….
Dobbiamo allora cambiare di nuovo tutto? Niente è più dannoso, per la liturgia, dei continui rifacimenti, anche se sembra trattarsi di un effettivo rinnovamento. Vedo una via d’uscita in un’indicazione che può trarsi da riflessioni di Erik Peterson.  Come abbiamo appurato in precedenza, si è stabilito un’associazione tra l’orientamento verso est e il “segno” del Figlio dell’uomo, la Croce, che annuncia il ritorno del Signore. L’Oriente fu quindi posto  ben presto in relazione al segno della Croce. Dove non è possibile rivolgersi concretamente insieme verso Oriente, la Croce può servire come l’Oriente interiore della fede. Essa dovrebbe stare al centro dell’altare ed essere il punto verso il quale possa convergere lo sguardo sia del sacerdote che della comunità orante. Seguiamo così l’antica sollecitazione che si trovava nella preghiera che avviava il passaggio verso la celebrazione vera e propria dell’Eucaristia: “Conversi ad Dominum” – “Rivolgetevi verso il Signore”. Guardiamo allora insieme a Colui la cui morte ha squarciato il velo del tempio – a Colui che, per noi, sta davanti al Padre e ci accoglie nelle sue braccia, ci rende il tempio nuovo e vivente. Tra i fenomeni davvero assurdi degli ultimi decenni annovero il fatto che la croce venga collocata da un lato, per lasciare libero lo sguardo verso il sacerdote. La Croce è forse di disturbo nell’Eucaristia? Il sacerdote è forse più importante del Signore? Questo errore dovrebbe essere corretto il più possibile; ciò può avvenire senza nuove trasformazioni architettoniche. Il Signore è il punto di riferimento. E Lui il sole nascente della storia. Può trattarsi quindi sia di una Croce della Passione, che rappresenta il Sofferente che per noi si è lasciato trafiggere il costato dal quale sono sgorgati sangue ed acqua – Eucaristia e Battesimo -, sia di una Croce trionfante, che esprime l’idea del ritorno ed attira l’attenzione su di esso. Perché è sempre l’unico Signore: “Gesù Cristo…ieri e oggi e per sempre!” (Eb 13,8) (Joseph Ratzinger, Teologia della Liturgia, LEF pp. 86-89).

Mai e in nessun luogo prima del XVI secolo si trova un indizio che si sia attribuita la benché minima importanza – osserva Joseph Ratzinger – alla questione se il sacerdote celebrasse con il popolo davanti a sé o dietro di sé. L’unica cosa a cui veniva data importanza è che il sacerdote doveva recitare la Preghiera eucaristica, come tutte le altre preghiere, rivolto verso Oriente. Anche quando l’orientamento della Chiesa permetteva al sacerdote di pregare rivolto verso il popolo allorché era all’altare, non dobbiamo dimenticare che non soltanto il sacerdote si rivolgeva verso oriente, ma l’intera assemblea insieme a lui.
Nella costruzione di chiese e nella celebrazione liturgica dell’età moderna, però, la consapevolezza di questa essenziale connessione era ormai oscurata o si era persa del tutto. Solo così si può spiegare che ora il comune orientamento nella preghiera di sacerdote e popolo venisse etichettato come un “celebrare verso la parete” o un “voltare le spalle al popolo” e quindi dovesse comunque apparire assurdo o del tutto inaccettabile. Solo così si può spiegare che ora il convito – la celebrazione eucaristica non è semplicemente memoriale della cena ma che nell’Ultima Cena egli ha anticipato e accettato per amore la propria morte in croce, trasformandola così nel dono di sé, quel dono che ci dà vita, ci libera e ci salva trasformando la mensa in altare –  sia divenuto un concetto normativo per la celebrazione liturgica dei cristiani. Con la crisi del fondamento sacramentale della fede celebrata – vissuta - pregata c’è il rischio di una clericalizzazione. Ora il sacerdote – il presidente, come ora si preferisce chiamarlo – rischia di diventare il vero e proprio  punto di riferimento di tutta la celebrazione. Tutto rischia di convergere su di lui: lui che si deve vedere, è alla sua azione che si deve prendere parte, è a lui che si risponde, la sua creatività sorregge tutto. Urge far recuperare l’attenzione, attraverso la sua mediazione e della comunità orante, al fondamento della speranza cioè al farsi presente di quel Dio che possiede un volto umano e che ci ha amati sino alla fine, ogni singolo e l’umanità nel suo insieme. La Croce al centro dell’altare, con una adeguata catechesi, può aiutare.

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