lunedì 30 agosto 2010

A Dio tutto possiamo chiedere‏

Nei desideri più profondi del cuore la possibilità di realizzarsi, di compiersi, di diventare veramente se stessi

“Quest’anno il titolo della vostra importante manifestazione (Meeting per l’Amicizia tra i Popoli) – Quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi è il cuore – ci ricorda che al fondo della natura di ogni uomo si trova un’insopprimibile inquietudine che lo spinge alla ricerca di qualcosa che soddisfi questo anelito. Ogni uomo intuisce che proprio nella realizzazione dei desideri più profondi del suo cuore può trovare la possibilità di realizzarsi, di compiersi, di diventare veramente se stesso.

L’uomo sa che non può rispondere da solo ai propri bisogni. Per quanto si illuda di essere autosufficiente, egli sperimenta che non può bastare a se stesso. Ha bisogno di aprirsi ad altro, a qualcosa o a qualcuno, che possa donargli ciò che gli manca. Deve, per così dire, uscire da se stesso verso ciò che sia in grado di colmare l’ampiezza del suo desiderio.
Come il titolo del Meeting sottolinea, non qualsiasi cosa è la meta ultima del cuore dell’uomo, ma solo le “cose grandi”. L’uomo è spesso tentato di fermarsi alle cose piccole, a quelle che danno una soddisfazione ed un piacere “a buon mercato”, a quelle che appagano per un momento, cose tanto facili da ottenere, quanto ultimamente illusorie. Nel racconto evangelico delle tentazioni di Gesù (Mt 4,1-4) il diavolo insinua che sia il “pane”, cioè la soddisfazione materiale, a poter appagare l’uomo. Questa è una menzogna pericolosa, perché contiene solo una parte di verità. L’uomo, infatti, vive anche di pane, ma non solo di pane. La risposta di Gesù svela la falsità ultima di questa posizione: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4). Dio solo basta. Lui solo sazia la fame profonda dell’uomo. Chi ha trovato Dio, ha trovato tutto. Le cose finite possono dare barlumi di soddisfazione o di gioia, ma solo l’infinito può riempire il cuore dell’uomo: “inquietum est cor nostrum, donec requeiscat in Te – il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te” (Sant’Agostino, Le Confessioni, I, 1.). L’uomo, in fondo, ha bisogno di un’unica cosa che tutto contiene, ma prima deve imparare a riconoscere, anche attraverso i suoi desideri e i suoi aneliti superficiali, ciò di cui davvero necessita, ciò che veramente vuole, ciò che è in grado di soddisfare la capacità del proprio cuore.
Dio è venuto nel mondo per risvegliare in noi la sete di “cose grandi”. Lo si vede bene in quella pagina evangelica, di inesaudita ricchezza, che narra dell’incontro di Gesù con la donna samaritana (Gv 4,5 -42), di cui sant’Agostino ci ha lasciato un commento luminoso. La samaritana viveva l’insoddisfazione esistenziale di chi non ha ancora trovato ciò che cerca; aveva avuto “cinque mariti” ed in quel momento conviveva con un altro uomo. Quella donna, come faceva abitualmente era andata ad attingere acqua al pozzo di Giacobbe e vi trovò Gesù, seduto, “stanco del viaggio”, nella calura del mezzogiorno: Dopo averle chiesto da bere, è Gesù stesso che le offre dell’acqua, e non una qualsiasi, ma un’”acqua viva”, capace di estinguere la sua sete. E così egli si faceva spazio “a poco a poco…nel cuore di lei” (Sant’Agostino, Commeto al Vangelo di Giovanni, XV, 12), facendo emergere il desiderio di qualcosa di più profondo della semplice necessità di soddisfare la sete materiale. Sant’Agostino commenta: “Colui che domandava da bere, aveva sete del desiderio di quella donna” (Ibidem XV, 11). Dio ha sete della nostra sete di Lui. Lo Spirito Santo, simboleggiato dall’”acqua viva” di cui parlava Gesù, è proprio quel potere vitale che placa la sete più profonda dell’uomo e gli dona la vita totale, quella vita che egli cerca e attende senza conoscerla. La samaritana lasciò allora a terra la brocca “che ormai non serviva più, anzi era diventata un peso: era avida ormai di dissettarsi solo di quell’acqua” (ibidem XV, 30).
Anche i discepoli di Emmaus vivono di fronte a Gesù la stessa esperienza. E’ ancora il Signore che fa “ardere il loro cuore” ai due mentre camminavano “col volto triste” (Lc 24, 13-35). Pur senza riconoscere Gesù risorto, durante il tragitto compiuto insieme a lui, essi si sentivano il cuore “ardere nel petto”, riprendere vita, tanto che, arrivati a casa, “insistettero” affinché restasse con loro. “Resta con noi, Signore”: è l’espressione del desiderio che palpita nel cuore di ogni essere umano. Questo desiderio di “cose grandi” deve trasformarsi in preghiera. I Padri sostenevano che pregare non è altro che cambiarsi in desiderio struggente del Signore. In un bellissimo testo Sant’Agostino definisce la preghiera come espressione del desiderio e afferma che Dio risponde allargando verso di Lui il nostro cuore: “Dio…suscitando in noi il desiderio, estende il nostro animo; ed estendendo il nostro animo, lo rende capace di accoglierlo”. Da parte nostra dobbiamo purificare i nostri desideri e le nostre speranze per poter accogliere la dolcezza di Dio. “Questa – continua Sant’Agostino – è la nostra vita: esercitarsi nel desiderio”. Pregare davanti a Dio è un cammino, una scala; è un processo di purificazione dei nostri pensieri, dei nostri desideri. A Dio possiamo chiedere tutto. Tutto ciò che è buono. La bontà e la potenza di Dio non conoscono un limite tra cose grandi e piccole, tra cose materiali e spirituali, tra cose terrene e celesti. Nel dialogo con Lui, portando tutta l nostra vita davanti ai suoi occhi, impariamo a desiderare le cose buone, a desiderare, in fondo, Dio stesso” (Messaggio del Papa attraverso al Segreteria di Stato, 10 agosto 2010).

Benedetto XVI ha concretizzato a livello esistenziale “la natura che ci spinge a desiderare cose grandi è il cuore” e lo ha fatto con quel suo “compagno di viaggio”, Sant’Agostino, conosciuto non solo attraverso lo studio ma nella concentrazione della preghiera e divenuto sua guida permanente.
La sete, la ricerca inquieta e costante della Verità è tutt’altro che vivere nella superficialità consentendo al relativismo attuale di essere paradossalmente la “verità” che paradossalmente deve guidare il pensiero, le scelte, i comportamenti. Ognuno di noi, nel succedersi dei giorni, ha esperimentato molte speranze – più piccole e più grandi –diverse nei periodi di vita. A  volte una di queste speranze sembrava soddisfarci totalmente e di non aver più bisogno di altre speranze. In gioventù è stata la speranza del grande ed appagante amore; la speranza di una certa posizione nella professione, dell’uno o dell’altro successo determinante per il resto della vita. Quando però queste speranze si sono realizzate, è apparso con chiarezza che ciò non era, in realtà il tutto rendendo evidente del bisogno di una speranza che vada oltre, di qualcosa sempre più grande di quello che noi possiamo raggiungere. Ci si è illusi di incontrare la Verità nel prestigio, nella carriera, nel possesso delle cose, nelle voci che promettevano felicità immediata, a livello socio – politico nelle ideologie. Quanti errori commessi, quante tristezze, quanti insuccessi. L’importanza è non fermarsi, mai accontentarsi di un barlume fino a quella Verità, quel Dio più intimo a noi stessi di noi stessi, che non ci ha mai abbandonato e che trovato diventa “la dimora” in cui il cuore trova finalmente serenità e pace, cose grandi.

Nessun commento:

Posta un commento