giovedì 10 giugno 2010

San Tommaso: "Nient'altro che Te, Signore"


Tommaso chiedeva, preoccupato, se quanto aveva scritto sui misteri della fede cristiana era giusto. E il Crocefisso rispose: “Tu hai parlato bene di me, Tommaso. Quale sarà la tua ricompensa?” E la risposta di Tommaso, di noi tutti che abbiamo incontrato Gesù: “Nient’altro che Te, Signore”

“Dal 1261 al 1265 Tommaso era ad Orvieto. Il Pontefice Urbano IV, che nutriva per lui una grande stima, gli commissionò la composizione dei testi
liturgici per la festa del Corpus Domini, istituita in seguito al miracolo eucaristico di Bolsena. Tommaso ebbe un’anima squisitamente eucaristica. I bellissimi inni che la liturgia della Chiesa canta per celebrare il mistero della presenza reale del Corpo e del Sangue del Signore nell’Eucaristia sono attribuiti alla sua fede e alla sua sapienza teologica. Dal 1265 al 1268 Tommaso risiedette a Roma, dove probabilmente, dirigeva uno Studium, cioè una Casa di studi dell’Ordine, e dove iniziò a scrivere la sua Summa Theologiae.
Nel 1269 fu richiamato a Parigi per un secondo ciclo di insegnamento. Gli studenti – si può capire – erano entusiasti delle sue lezioni. Un suo ex allievo dichiarò che una grandissima moltitudine di studenti seguiva i corsi di Tommaso, tanto che le aule riuscivano a stento a contenerli e aggiungeva, con una annotazione personale, che “ascoltarlo era per lui una felicità profonda”. L’interpretazione di Aristotele data da Tommaso non era accettata da tutti, ma persino i suoi avversari in campo accademico, come Goffredo di Fontaines, ad esempio, ammettevano che la dottrina di frate Tommaso era superiore ad altre per utilità e valore e serviva da correttivo a quelle di tutti gli altri dottori. Forse anche per sottrarlo alle vivaci discussioni in atto, i Superiori lo inviarono ancora una volta a Napoli, per essere a disposizione del re Carlo I, ch intendeva riorganizzare gli studi universitari.
Oltre che allo studio e all’insegnamento, Tomaso di dedicò pure alla predicazione al popolo. E anche il popolo volentieri andava ad ascoltarlo. Direi che è veramente una grande grazia quando i teologi sanno parlare con semplicità e fervore ai fedeli. Il ministero della predicazione, ‘d’altra parte, aiuta gli stessi studiosi di teologia a un sano realismo pastorale, e arricchisce di vivaci stimoli la loro ricerca.
Gli ultimi mesi della vita terrena di Tommaso restano circondati da un’atmosfera particolare, misteriosa direi. Nel dicembre del 1273 chiamò il suo amico e segretario Reginaldo per comunicare la decisione di interrompere ogni lavoro, perché durante la celebrazione della Messa, aveva compreso, in seguito a una rivelazione soprannaturale, che quanto aveva scritto fino ad allora era solo “un mucchio di paglia”. E’ un episodio misterioso, che ci aiuta a comprendere non solo l’umiltà di Tommaso, ma anche il fatto che tutto ciò che riusciamo a pensare e a dire sulla fede, per quanto elevato e puro, è infinitamente superato dalla grandezza e bellezza di Dio, che ci sarà rivelata in pienezza nel Paradiso. Qualche mese dopo, sempre più assorto in una pensosa meditazione, Tommaso morì mentre era in viaggio verso Lione, dove si stava recando per prendere parte al Concilio Ecumenico indetto da Papa Gregorio X. Si spense nell’Abbazia cistercense di Fossanova, dopo aver ricevuto il Viatico consentimenti di grande pietà.
La vita e l’insegnamento di san Tommaso d’Aquino si potrebbero riassumere in un episodio tramandato dagli antichi biografi. Mentre il Santo, come suo solito, era in preghiera davanti al Crocifisso, al mattino presto nella Cappella di San Nicola, a Napoli, Domenico da Caserta, il sagrestano della chiesa, sentì svolgersi un dialogo. Tommaso chiedeva, preoccupato, se quanto aveva scritto sui misteri della fede cristiana era giusto. E il Crocifisso rispose: “Tu hai parlato bene di me, Tommaso. Quale sarà la tua ricompensa?”. E la risposta che Tommaso diede è quella che anche noi, amici e discepoli di Gesù, vorremmo sempre dirgli: “Nient’altro che Te, Signore!” (Benedetto XVI, Udienza Generale, 2 giugno 2010).

La scienza della fede cioè la teologia presuppone la fede che esistenzialmente accade, matura  con l’avvenimento dell’incontro con la persona viva di Gesù Cristo presente nella e attraverso la sua Chiesa. Pastoralmente la teologia come vocazione offre dunque il suo contributo perché la fede divenga pensabile, vivibile e quindi comunicabile, e l’intelligenza di coloro che non conoscono ancora il Cristo possa ricercarla e trovarla. Una fede non pensata è una fede nulla, pensata male è un disastro. La teologia, che obbedisce all’impulso della verità che tende a comunicarsi, nasce sempre dall’amore e dal suo dinamismo: nell’atto di fede, l’uomo giunge a cogliere la bontà di Dio e comincia ad amarlo, ma l’amore desidera conoscere sempre meglio colui che ama per lasciarsi assimilare a Lui.

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