venerdì 28 maggio 2010

La passione dell'io

Occorre sottolineare sia la “passione dell’io per il tu, per il noi, per Dio”, sia il “linguaggio di Dio che troviamo nella natura e nella Rivelazione”

Sul blog “Settimo cielo” e sul sito “www.chiesa” di Sandro Magister del 28 maggio 2010 viene riportato che Benedetto XVI, arrivato a parlare della “emergenza educativa” quale tema centrale del programma della CEI dei prossimi dieci anni,ha interrotto la lettura del suo discorso, ha girato il foglio, sul cui retro aveva scritto a mano degli appunti, e così ha proseguito a braccio:
“Mi sembra necessario andare fino alle radici di questa emergenza per trovare anche le risposte adeguate a questa sfida. Io ne vedo soprattutto due.
-         Una radice essenziale consiste – mi sembra – in un falso concetto di autonomia dell’uomo: l’uomo dovrebbe svilupparsi solo da se stesso, senza imposizioni da parte di altri,i quali potrebbero assistere il suo auto sviluppo, ma non entrare in questo sviluppo. In realtà, è essenziale per la persona umana il fatto che diventa se stessa solo dall’altro, l’”io” diventa se stesso solo dal “tu” e dal “voi”, è creato per il dialogo, per la comunione sincronica e diacronica. E solo l’incontro con il “tu” e con il “noi” apre l’”io” a se stesso. Perciò la cosidetta educazione antiautoritaria non è educazione, ma rinuncia all’educazione: così non viene dato quanto noi siamo debitori di dare agli altri, cioè questo “tu” e “noi” nel quale si apre l’”io” a se stesso. Quindi un primo punto mi sembra questo: superare questa falsa idea di autonomia dell’uomo, come un “io” completo in se stesso, mentre diventa “io” anche nell’incontro collettivo con il “tu” e con il “noi”.
-         L’altra radice dell’emergenza educativa io la vedo nello scetticismo e nel relativismo o, con parole più semplici e chiare, nell’esclusione delle due fonti che orientano il cammino umano. La prima fonte dovrebbe essere la natura e la seconda fonte la Rivelazione. Ma la natura viene considerata oggi come una cosa puramente meccanica, quindi non contiene in sé alcun imperativo morale, alcun orientamento valoriale: è una cosa puramente meccanica, e quindi non viene alcun orientamento dall’essere stesso. La Rivelazione viene considerata e come un momento dello sviluppo storico, quindi relativo come tutto lo sviluppo storico e culturale, o – si dice – forse c’è rivelazione, ma non comprende contenuti, solo motivazioni. E se tacciono queste due fonti, la natura e la Rivelazione, anche la terza fonte, la storia, non parla più, perché anche la storia diventa solo un agglomerato di decisioni culturali, occasionali, arbitrarie, che non valgono per il presente e per il futuro.
Fondamentale è quindi ritrovare un concetto vero di natura come creazione di Dio che parla a noi; il Creatore, tramite il libro della creazione, parla a noi e ci mostra i valori veri. E poi così anche ritrovare la Rivelazione: riconoscere che il libro della creazione, nel quale Dio ci dà gli orientamenti fondamentali, è decifrato nella Rivelazione, è applicato e fatto proprio nella storia culturale e religiosa, non senza errori, ma in una maniera sostanzialmente valida, sempre di nuovo da sviluppare e da purificare. Così, in questo “concerto” – per così dire – tra creazione decifrata nella Rivelazione, concretizzata nella storia culturale che sempre va avanti e nella quale noi ritroviamo sempre più il linguaggio di Dio, si aprono anche le indicazioni per un’educazione  che non è imposizione, ma realmente apertura dell’”io” al “tu”, al “noi” e al “Tu” di Dio.
La domanda educativa esige di farsi carico delle nuove generazioni con un’opera di testimonianza unitaria, integrale e sinergica, che aiuti a pensare, a proporre e a vivere la verità, la bellezza e la bontà dell’esperienza cristiana. Non viene certo dallo Spirito Santo la tentazione che, a volte, induce genitori, insegnanti, catechisti e sacerdoti ad affievolire l’impegno educativo. Sono i momenti in cui sembrano prevalere la stanchezza, il senso di inadeguatezza e di inefficacia, l’affanno di fronte a ritmi di vita sempre più incalzanti. Un simile contesto culturale mette spesso in dubbio anche la dignità di ogni persona, la bontà di ogni vita, il significato stesso della verità e del bene. In effetti, quando al di là dell’individuo nulla è riconosciuto come definitivo, il criterio ultimo di giudizio diventa l’io e la soddisfazione dei suoi bisogni immediati. Si fa, allora, ardua e improbabile la proposta alle nuove generazioni del “pane” della verità, per il quale valga la pena spendere la vita, accettando, quando necessario, il rigore della disciplina e la fatica dell’impegno”.

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