giovedì 22 aprile 2010

Vocazione

Per essere testimone di Cristo che suscita vocazioni il prete deve averlo “visto” personalmente, deve averlo conosciuto, deve aver imparato ad amarlo e a stare con lui

“Elemento fondamentale e riconoscibile di ogni vocazione al sacerdozio e alla consacrazione è l’amicizia con Cristo. Gesù viveva in costante unione con il Padre, ed è questo che suscitava nei discepoli il desiderio di vivere la stessa esperienza, imparando da Lui la comunione e il dialogo incessante con Dio. Se il sacerdote è l’”uomo di Dio”, che appartiene a Dio e che aiuta a conoscerlo e ad amarlo, non può non coltivare una profonda intimità con Lui, rimanere nel suo amore, dando spazio all’ascolto della sua Parola. La preghiera è la prima testimonianza che suscita vocazioni. Come l’apostolo Andrea, che comunica al fratello di aver conosciuto il Maestro, ugualmente chi vuol essere discepolo e testimone di Cristo deve  averlo “visto” personalmente, deve averlo conosciuto, deve aver imparato ad amarlo e a stare con Lui.
Altro aspetto della consacrazione sacerdotale e della vita religiosa è il dono totale di sé a Dio. Scrive l’apostolo Giovanni: “In questo abbiamo conosciuto l’amore, nel fatto che egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” (1 Gv 3,16). Con queste parole, egli invita i discepoli ad entrare nella stessa logica di Gesù che, in tutta la sua esistenza, ha compiuto la volontà del Padre fino al dono supremo di sé sulla croce. Si manifesta qui la misericordia di Dio in tutta la sua pienezza: amore misericordioso che ha sconfitto le tenebre del male, del peccato e della morte. L’immagine di Gesù che nell’Ultima Cena si alza da tavola, depone le vesti, prende un asciugamano, se lo cinge ai fianchi e si china a lavare i piedi agli Apostoli, esprime il senso del servizio e del dono manifestati nell’intera esistenza, in obbedienza alla volontà del Padre (Gv 13, 3- 15). Alla sequela di Gesù, ogni chiamato alla vita di speciale consacrazione deve sforzarsi di testimoniare il dono totale di sé a Dio. Da qui scaturisce la capacità di darsi poi a coloro che la Provvidenza gli affida nel ministero pastorale, con dedizione piena, continua e fedele, e con la gioia di farsi compagno di viaggio di tanti fratelli, affinché si aprano all’incontro con Cristo e la sua Parola divenga luce per il loro cammino.  La storia di ogni vocazione si intreccia quasi sempre con la testimonianza di un sacerdote che vive con gioia il dono di se stesso ai fratelli per il regno dei Cieli. Questo perché la vicinanza e la parola di un prete sono capaci di far sorgere interrogativi e di condurre a decisioni anche definitive (Pastores dabo vobis, 39).
Infine, un terzo aspetto che non può non caratterizzare il sacerdote e la persona consacrata è il vivere in comunione. Gesù ha indicato come segno distintivo di chi vuol essere suo discepolo la profonda comunione nell’amore: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni e gli altri” (Gv 13,35). In modo particolare, il sacerdote dev’essere uomo di comunione, aperto a tutti, capace di far camminare unito l’intero gregge che la bontà del Signore gli ha affidato, aiutando a superare divisioni, a ricucire strappi, ad appianare contrasti e incomprensioni, a perdonare le offese. Nel luglio 2005, incontrando il clero di Aosta, ebbi a dire che se i giovani vedono sacerdoti isolati e tristi, non si sentono certo incoraggiati a seguirne l’esempio. Essi restano dubbiosi se sono condotti a considerare che questo è il futuro di un prete. E’ importante invece realizzare la comunione di vita, che mostri loro la bellezza dell’essere sacerdote. Allora, il giovane dirà: questo può essere un futuro anche per me, così si può vivere. Il Concilio Vaticano II, riferendosi alla testimonianza che suscita vocazioni, sottolinea l’esempio di carità e di fraterna collaborazione che devono offrire i sacerdoti (OT 2).
Mi piace ricordare quanto scrisse il mio venerato Predecessore Giovanni Paolo II: “La vita stessa dei presbiteri, la loro dedizione incondizionata al gregge di Dio, la loro testimonianza di amorevole  servizio al Signore e alla sua Chiesa – una testimonianza segnata dalla scelta della croce accolta nella speranza e nella gioia pasquale -, la loro concordia fraterna e il loro zelo per l’evangelizzazione del mondo sono il primo e il più persuasivo fattore di fecondità vocazionale” (Pastores dabo vobis, 41). Si potrebbe dire che le vocazioni sacerdotali nascono dal contatto con i sacerdoti, quasi come un prezioso patrimonio comunicato con la parola, con l’esempio e con l’intera esistenza.
Questo vale anche per la vita religiosa. L’esistenza stessa dei religiosi e delle religiose parla dell’amore di Cristo, quando essi lo seguono in piena fedeltà al Vangelo e con gioia ne assumono i criteri di giudizio e di comportamento. Diventano “segno di contraddizione” per il mondo, la cui logica spesso è ispirata dal materialismo, dall’egoismo e dall’individualismo. La loro fedeltà e la forza della loro testimonianza, poiché si lasciano conquistare da Dio rinunciando a se stessi, continuano a suscitare nell’animo di molti giovani il desiderio di seguire, a loro volta, Cristo per sempre, in modo generoso e totale. Imitare Cristo casto, povero e obbediente, e identificarsi con Lui: ecco l’ideale della vita consacrata, testimonianza del primato assoluto di Dio nella vita e nella storia degli uomini.
Ogni presbitero, ogni consacrato e ogni consacrata, fedeli alla loro vocazione, trasmettono la gioia di servire Cristo, e invitano tutti i cristiani a rispondere all’universale chiamata alla santità. Pertanto, per promuovere le vocazioni specifiche al ministero sacerdotale e alla vita consacrata, per rendere più forte e incisivo l’annuncio vocazionale, è indispensabile l’esempio di quanti hanno già detto il proprio “sì” a Dio e al progetto di vita che Egli ha su ciascuno. La testimonianza personale, fatta di scelte esistenziali e concrete, incoraggerà i giovani a prendere decisioni impegnative, a loro volta, che investono il proprio futuro. Per aiutarli è necessaria quell’arte dell’incontro e del dilago capace di illuminarli e accompagnarli, attraverso soprattutto quell’esemplarità dell’esistenza vissuta come vocazione. Così ha fatto il Santo Curato d’Ars, il quale, sempre a contatto con i suoi parrocchiani, “insegnava soprattutto con la testimonianza di vita. Dal suo esempio, i fedeli imparavano a pregare” (Lettera …, 16 giugno 2009)” (Benedetto XVI, Messaggio per la XLVII Giornata Mondiale per le Vocazioni).

Sempre nella IV Domenica di Pasqua, Domenica del “Buon Pastore”, ricorre la Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni. Tutti i fedeli, poiché il ministero ordinato è per loro, sono invitati a pregare in modo particolare per le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. Occorre ricordare quanti il Signore continua a chiamare per nome, come fece un giorno con gli Apostoli sulla riva del Lago di Galilea, perché diventino “pescatori di uomini”, cioè più diretti collaboratori nell’annuncio del Vangelo e nel servizio del Regno di Dio in questo nostro tempo. In quest’Anno sacerdotale domandiamo per i   più di quattrocentomila sacerdoti il dono della perseveranza verso il corpo eucaristico e verso il corpo mistico: che si mantengano fedeli nella preghiera, celebrino quotidianamente la Santa Messa con devozione rinnovata, vivano in ascolto della Parola di Dio ed assimilino giorno dopo giorno gli stessi sentimenti ed atteggiamenti di Gesù Buon Pastore. Una preghiera particolare per chi si prepara al ministero sacerdotale e per i formatori nei Seminari; una preghiera per le famiglie, perché in esse continui a sbocciare e maturare il “seme” della chiamata al ministero presbiterale.

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