lunedì 26 aprile 2010

La giustizia della Chiesa

Non basta rimettere tutto alla giustizia terrena, perché il proprio della Chiesa è l’ordine della grazia, che va al di là della legge, e significa “fare penitenza, riconoscere ciò che è sbagliato, aprirsi al perdono, lasciarsi trasformare

Paolo Rodari, su Il Foglio di venerdì 23 aprile, ha raccolto una documentazione che aiuta a vigilare di fronte a un laicismo che oggi pretende una chiesa di assoluta trasparenza: il tribunale civile al posto del confessionale, la sentenza al posto della remissione dei peccati, la condanna al posto della remissione  dei peccati. Rodari trascrive una pagina memorabile del card. Ratzinger nel 1990 tenendo una conferenza dal titolo “Una Chiesa sempre riformanda”. Pur vedendo lontano e intuendo la gravità dello scandalo della pedofilia tra sacerdoti e quindi imponendo contromisure efficaci ricordò che la Chiesa rigenera grazie alla misericordia e al perdono: “Là dove il perdono, il vero perdono pieno di efficacia, non viene riconosciuto o non vi si crede, la morale deve venir tratteggiata in modo tale che le condizioni del peccare per il singolo uomo non possano mai propriamente verificarsi. A grandi linee si può dire che l’odierna discussione morale tende a liberare gli uomini dalla colpa, facendo sì che non subentrino mai le condizioni della sua possibilità. Viene in mente la mordace frase di Pascal: “Ecce patres, qui tollunt peccata mundi”!. Ecco i padri, che tolgono i peccati del mondo. Secondo questi ‘moralisti’, non c’è semplicemente più alcuna colpa. Naturalmente, tuttavia, questa maniera di liberare il mondo dalla colpa è troppo a buon mercato. Dentro di loro, gli uomini così liberati sanno assai bene che tutto questo non è vero, che il peccato c’è, che essi stessi sono peccatori e che deve pur esserci una maniera effettiva di superare il peccato. Anche Gesù stesso non chiama infatti coloro che si sono già liberati da sé e che perciò, come essi ritengono, non hanno bisogno di lui, ma chiama invece coloro che si sanno peccatori e che perciò hanno bisogno di lui. La morale conserva la sua serietà solamente se c’è il perdono, un perdono reale, efficace; altrimenti essa ricade nel puro e vuoto condizionale. Ma il vero perdono c’è solo se c’è ilprezzo d’acquisto ’, l’’equivalente nello scambio ’, se la colpa è stata espiata, se esiste l’espiazione. La circolarità che esiste tra ‘morale – perdono –espiazione’ non può essere spezzata; se manca un elemento cade anche tutto il resto”. E proprio per la circolarità tra ‘morale – perdono – espiazione’, pur nella difficoltà di comunicare, ricorda che alla Chiesa non basta rimettere tutto alla giustizia terrena, perché il proprio della Chiesa è l’ordine della grazia, che va al di là della legge, e significa “fare penitenza, riconoscere ciò che si è sbagliato, aprirsi al perdono, lasciarsi trasformare”. Così ha messo l’intera Chiesa d’Irlanda in stato di penitenza pubblica per i peccati dei suoi figli.
Sempre Rodari, nell’articolo citato, riporta le ragioni per cui il cardinale Dario Castrillon Hoyos, allora Prefetto della Congregazione del Clero, lodò, con l’assenso del venerabile Giovanni paolo II il Vescovo che protesse, pagando con il carcere, un prete caduto in peccato carnale con un minore: “Questo documento è una riprova di quanto fosse opportuna l’unificazione della trattazione dei casi di abusi sessuali di minori da parte di membri del clero sotto la competenza della Congregazione per la dottrina della fede, per garantire una conduzione rigorosa e coerente, come avvenne infatti con i documenti approvati dal Papa nel 2001”. Anche per lui, però la trasparenza di rimettere tutto alla giustizia terrena non fa parte del dna della Chiesa. “Se un vescovo sposta un prete responsabile di abusi su minori da una parrocchia a un’altra, non significa che sta coprendo ma semmai che gli sta comminando una giusta punizione”. E, pur rilevando che se il prete risulta colpevole di abusi occorre procedere immediatamente col processo canonico e la sospensione da ogni incarico ministeriale per la salvaguardia da altri rischi, spiega: “Quando una persona commette un errore, che molte volte è stato un errore minimo, e questa persona viene accusata e confessa il suo delitto, il vescovo la punisce secondo quanto può fare per il diritto, la sospende o la manda in un’altra parrocchia. Questo significa punirla, non significa che la si vuole lasciare impunita. Questa non è copertura, ma è rispettare la legge, come la società civile, come fanno medici e avvocati, che non perdono il diritto di esercitare la propria professione”. Certo la gravità per un prete che nel suo ministero che rimanda sacramentalmente a Cristo cade in una relazione carnale con un minore è molto più grave, è abominevole, è scandalo. Però alla luce della rivelazione di come Dio Padre si rapporta con i peccatori, per la circolarità che esiste tra “morale – perdono – espiazione” nessun male, fino al momento terminale della vita, definisce per sempre una persona. Resta la possibilità di riconoscerlo, pentirsi, lasciarsi riconciliare ed eventualmente garantire il rischio verso gli altri.
Rodari riporta anche  il giudizio di Benny Lai: “I vescovi hanno sempre trattato i preti come dei loro figli. Il loro atteggiamento è sempre stato paterno, di correzione ma anche di comprensione e per questo motivo guardano ancora oggi con un certo sospetto la chiamata alla trasparenza totale fatta dai giornali e dall’intellighenzia laica del mondo (obbligo, cioè, di rimettere tutto alla giustizia terrena). Il loro è un rapporto filiale e non giustizialista verso i sacerdoti. Se necessario puniscono i propri preti, li sospendono o nei casi più gravi tolgono loro l’abito, ma senza mai dimenticarsi di avere pietà di loro e dei loro errori. Sanno, insomma, che il peccato è di ogni uomo e diffidano di quelli che, pur criticando quotidianamente la Chiesa, la vogliono immacolata esigendo che siano dei tribunali civili a certificare il grado. Certo, se un prete ha davvero commesso abusi su minori deve essere punito dalla chiesa come anche dalla autorità civile. Ma ciò non cambia la sostanza: la trasparenza non è il modo con cui la Chiesa agisce”, cioè pur puntando anche, non rimette tutto alla giustizia terrena, perché il proprio della Chiesa è l’rodine della grazia, che va al di là della legge, e significa “fare penitenza, riconoscere ciò che si sbagliato, aprirsi al perdono, lasciarsi trasformare”.
Gabriella Sartori, storica, biblista dice: “Sento in continuazione personalità del mondo laico chiedere alla chiesa di fare pulizia, di essere trasparente. Non credo che la chiesa possa prendere lezioni da questa gente che mentre non fa nulla per tutelare i minori decide di stracciarsi le vesti contro la chiesa”.
E Tonino Cantelmi – riportato sempre da Rodari -, presidente dell’Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici (Aipppc) e insegnante di psicopatologia presso la Pontificia università gregoriana, racconta: “Quando si chiede più trasparenza si chiede una cosa giusta, sebbene nessuno nella chiesa intenda nascondere nulla. Però occorre sapere bene di cosa si parla. I casi di pedofilia nel clero sono pochissimi. La maggior parte degli abusi sono casi di efebofilia e cioè riguardano i minori post puberali. La pedofilia è l’attrazione verso bambini pre puberali. Questa si divide in due tipologie. Quella segnata da profondi sensi di colpa. In questi casi il soggetto rivolge le sue attenzioni, spesso soltanto di fantasia, verso gli adolescenti e una corretta terapia può portare dei risultati nel tempo. L’altra è la pedofilia antisociale, priva di sensi di colpa, caratterizzata da narcisismo maligno. Questo secondo tipo di pedofilia ritengo non posa essere curato. Per questo secondo tipo di patologia occorre puntare al contenimento sociale. E così la chiesa ha sempre cercato di agire. Tra l’altro, in tutta Italia ci sono centri dove queste persone, se davvero hanno problemi, vengono curate”.
Ma una cosa è la malattia. Un’altra cosa è il peccato. Quest’ultimo, ricordando le terribili parole di Gesù per chi scandalizza i piccoli, la chiesa l’ha gestito sempre non spezzando mai a livello di tensione la circolarità tra gravità morale – perdono – espiazione – salvaguardia dei minori. Coi suoi metodi e i suoi mezzi perché ogni situazione è diversa dall’altra. Comunque il peccato è sempre valutato nella sua gravità. Dice – sempre riportato da Rodari - Giorgio Carbone, domenicano, docente di Bioetica e teologia morale presso la facoltà di Teologia di Bologna: “Esiste il sacramento della Riconciliazione, volgarmente chiamato confessione. Il sacramento prende il nome dall’azione che Dio compie. Il penitente si confessa e si pente. Dio, invece, riconcilia. Ovvero risana, guarisce. E’ una ‘terapia’ che nessun tribunale civile può dare”. Una terapia sulla quale la chiesa ha sempre imposto il segreto. Perché? “Confessarsi è già di per sé una penitenza. E’ un sacrificio. Il segreto è stato imposto per non rendere ulteriormente odioso questo sacramento. Il confessore non può dire nulla, assolutamente nulla, di quanto viene a sapere nel confessionale. Nemmeno può svelare particolari irrilevanti e che nulla hanno a che fare con i peccati confessati se questi particolari vengono esposti durante il sacramento. E nessun giornale, nessun giudice, potrà esigere la violazione di questo segreto. La pena, del resto, è terribile: per il confessore scatta la scomunica latae sententiae. Nella Chiesa Dio agisce. E il mondo non accetta, o probabilmente non capisce, questa azione”.
 Pur collaborando con la giustizia, pur sottomettendosi alla legge per salvaguardare la dignità personale dei minori, pur come chiesa mettendosi in stato di penitenza pubblica per gli eventuali peccati dei suoi figli, riconoscendo ciò che è sbagliato resta sempre la possibilità di aprirsi al perdono e di lasciarsi trasformare.

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