venerdì 16 aprile 2010

Fare penitenza

Poter fare penitenza è grazia cioè vedere come sia necessario riconoscere ciò che è sbagliato nella nostra vita

“Noi cristiani, anche negli ultimi tempi, abbiamo spesso evitato la parola penitenza, che ci appariva troppo dura. Adesso sotto gli attacchi del mondo che ci parlano dei nostri peccati, vediamo che poter fare penitenza è grazia e vediamo come sia necessario fare penitenza, riconoscere cioè ciò che è sbagliato nella nostra vita: aprirsi al perdono, prepararsi al perdono, lasciarsi trasformare. Il dolore della penitenza, cioè della purificazione e della trasformazione, questo dolore è grazia, perché è rinnovamento, è opera della misericordia divina”. Sono parole pronunciate a braccio da Benedetto XVI, ma arrivano come una boccata d’aria – osserva Andrea Tornelli su Il Giornale di venerdì 16 aprile da cui traiamo i contenuti – nel clima avvelenato di queste settimane. Il Papa, nell’omelia della Messa celebrata il 15 aprile nella Cappella Paolina per la Commissione Biblica, ha fatto riferimento agli scandali degli abusi sui minori, pur senza citarli esplicitamente. Benedetto XVI ha parlato di “attacchi del mondo”, un riferimento evidente al profluvio di articoli e di commenti anche molto polemici dedicati agli abusi sui minori perpetrati da sacerdoti e religiosi, e all’accanimento di chi cerca di dipingere la Chiesa cattolica come un covo di pedofili. Ma ha affermato che essi “ci parlano dei nostri peccati” invitando tutti i cristiani alla penitenza. Il suo richiamo è giunto al termine di una riflessione sul primato dell’obbedienza a Dio, a partire dalla frase pronunciata da Pietro di fronte al Sinedrio: “Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini”: Questa obbedienza dà dunque a Pietro la libertà di opporsi alla suprema istituzione religiosa dell’Antico Testamento. “Al contrario, nei tempi moderni – ha osservato Benedetto XVI – si è teorizzato la liberazione dell’uomo, anche dall’obbedienza a Dio: l’uomo sarebbe libero, autonomo, e nient’altro”. “Ma questa autonomia – ha aggiunto – è una menzogna, una menzogna ontologica, perché l’uomo non esiste da se stesso e per se stesso; è una menzogna politica e pratica, perché la collaborazione e la condivisione delle liberà è necessaria e se Dio non esiste (ateismo, secolarismo, laicismo), se Dio non è un’istanza accessibile all’uomo (agnosticismo, non presente pubblicamente, positivismo), rimane come suprema istanza solo il consenso della maggioranza. Poi il consenso della maggioranza diventa l’ultima parola alla quale dobbiamo obbedire e questo consenso – lo sappiamo dalla storia del secolo scorso – può essere anche un consenso al male (maggioranza abortista che legittima l’uccisione di persone, di bambini innocenti). Così vediamo che la cosiddetta autonomia non libera l’uomo”.
“Le dittature sono state sempre contro questa obbedienza a Dio”, ha spiegato il Papa, ricordando quella nazista e quella marxista. Oggi non viviamo sotto la dittatura, ma possono esistere forme di più sottili: “Un conformismo, per cui diventa obbligatorio pensare come pensano tutti, agire come agiscono tutti, e la sottile aggressione contro la Chiesa, o anche meno sottile, dimostrano come questo conformismo può essere una vera dittatura”.  Per i cristiani, ha aggiunto, obbedire non a un qualsiasi dio elaborato concettualmente, ma alla Verità fatta Persona con l’incarnazione cioè a quel Dio che possiede un volto umano e che ci ha amati sino alla fine ogni singolo e l’umanità nel suo insieme, obbedire a Dio che agli uomini, suppone incontrarlo in Gesù Cristo, conoscerlo, amarlo e obbedirgli fino al martirio. “Noi oggi abbiamo spesso paura di parlare di vita eterna. Parliamo delle cose che sono utili per il mondo, mostriamo che il cristianesimo aiuta anche a migliorare il mondo, ma che la sua meta sia la vita eterna e che dalla meta vengano poi i criteri della vita non osiamo dirlo”. Allora, ha concluso il Papa, dobbiamo avere il coraggio, la gioia, la grande speranza che “la vita eterna c’è, e che questa vera vita viene alla luce che illumina questo mondo”. IL regno di Dio non è un aldilà immaginario, posto in futuro che non arriva mai; il suo regno è presente là dove Egli è amato e dove il suo amore ci raggiunge per cui mai suprema istanza è l’utile, il piacevole, il successo, il consenso della maggioranza, la fase terrena della vita. Solo il suo amore ci dà la possibilità di cogliere e amare principi morali validi e vincolanti per se stessi perché rispondono alle domande fondamentali sul senso e la direzione della nostra vita e allo stesso tempo è per noi garanzia che esiste ciò che solo vagamente intuiamo e, tuttavia, nell’intimo ogni io umano aspetta: la vita veramente vita.

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