sabato 17 aprile 2010

Cristo pane vivo

Essendo vivo e risorto, Cristo può divenire “pane vivo” (Gv 6,51)

“Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!” (Lc 24,34). In quell’apparizione, le parole – se ci sono state – sono sfumate nella sorpresa di vedere il Maestro redivivo, la cui presenza dice tutto: ero morto, ma ora sono vivo e voi vivrete attraverso di me (Ap 1,18). E. essendo vivo e risorto, Cristo può divenire “pane vivo” (Gv 6,51) per l’umanità Per questo sento che il centro e la fonte permanente del ministero petrino sono nell’Eucaristia, cuore della vita cristiana, fonte e culmine della missione evangelizzatrice della Chiesa. Potete così comprendere la preoccupazione del Successore di Pietro per tutto ciò che può offuscare il punto più originale della fede cattolica: oggi Gesù Cristo continua a essere vivo e realmente presente nell’ostia e nel calice consacrati.
La minore attenzione che a volte si presta al culto del Santissimo Sacramento è indice e causa dell’oscuramento del significato cristiano del mistero, come avviene quando nella Santa Messa non appare più preminente e operante Gesù, ma una comunità indaffarata in molte cose, invece di essere raccolta e di lasciarsi attrarre verso l’Unico necessario: il suo Signore. Ora l’atteggiamento principale e fondamentale del fedele cristiano che partecipa alla celebrazione liturgica non è fare, ma ascoltare, aprirsi, ricevere…E’ ovvio che, in questo caso, ricevere non significa restare passivi o disinteressarsi di quello che lì avviene, ma cooperare – poiché di nuovo capaci di farlo per la grazia di Dio – secondo “la genuina natura della vera Chiesa. Questa ha infatti la caratteristica di essere nello stesso tempo umana e divina, visibile ma dotata di realtà invisibili, fervente nell’azione e dedita alla contemplazione, presente nel mondo e tuttavia pellegrina; tutto questo, in modo tale, però, che ciò che in essa è umano sia ordinato e subordinato al divino, il visibile all’invisibile, l’azione alla contemplazione, la realtà presente alla città futura, verso la quale siamo incamminati” (Sacrosanctum Concilium, n. 2). Se nella liturgia non emergesse la figura di Cristo, che è il suo principale e realmente presente per renderla valida, non avremmo più la liturgia cristiana, completamente dipendente dal Signore e sostenuta dalla sua presenza creatrice.
Quanto sono distanti da tutto ciò coloro che, a nome dell’inculturazione, incorrono nel sincretismo introducendo nella celebrazione della Santa Messa riti presi da altre religioni o particolarismi culturali (Redemptionis Sacramentum, n. 79)! Il mistero eucaristico è un “dono troppo grande – scriveva il mio venerabile predecessore Papa Giovanni Paolo II – per sopportare ambiguità e diminuzioni”, in particolare quando, “spogliato del suo valore scarificale, viene vissuto come se non oltrepassasse il senso e il valore di un incontro conviviale fraterno” (Ecclesia de Eucaristia, n. 10).Alla base delle varie motivazioni addotte, vi è una mentalità incapace di accettare la possibilità di un reale intervento divino in questo mondo in soccorso dell’uomo. Questi, tuttavia, “si trova incapace di superare efficacemente da medesimo gli assalti del male, così che ognuno si senta come incatenato” (Gaudium et spes, n. 13). La confessione di un intervento redentore di Dio per cambiare questa situazione di alienazione e di peccato è vista da quanti condividono la visione deista come integralista, e lo stesso giudizio è dato a proposito di un segnale sacramentale che rende presente il sacrificio redentore. Più accettabile, ai loro occhi, sarebbe la celebrazione di un segnale che corrispondesse a un vago sentimento di comunità.
Il culto non può nascere dalla nostra fantasia; sarebbe un grido nell’oscurità o una semplice autoaffermazione: La vera liturgia presuppone che Dio risponda e ci mostri come possiamo adorarlo. “La Chiesa può celebrare e adorare il mistero di Cristo presente nell’Eucaristia proprio perché Cristo stesso si è donato per primo ad essa nel sacrificio della Croce” (Sacramentum caritatis, n. 14). La Chiesa vive di questa presenza e ha come ragione d’essere e di esistere quella di diffondere tale presenza nel mondo intero”  (Benedetto XVI, Ai Vescovi della Conferenza Episcopale del Brasile, 15 aprile 2010).

E’ nella “logica dell’Incarnazione” che si ha una intelligenza profonda del mistero della Chiesa, senza la quale la presenza del Signore risorto anziché sacramentale, reale, si ridurrebbe ad un essere ideale e non reale, incapace di salvarci.
Esiste una profonda correlazione fra il mistero dell’incarnazione e il mistero della Chiesa. In che senso va intesa tale correlazione?
Il Vaticano II risponde: “come la natura assunta serve al Verbo divino da vivo organo di salvezza, a Lui indissolubilmente unito, così in modo non dissimile l’organismo sociale della Chiesa serve allo Spirito di Cristo che la vivifica, per la crescita del Copro” (LG 8,1)
La Chiesa non deve essere né identificata né separata dal Signore risorto, ma unita a Lui che, in essa è presente, ed attraverso essa porta ogni uomo alla salvezza: né identica, né separata, ma unita nella distinzione. Proprio come lo sono due sposi (Ef 5,25-31): complementari nella diversità.

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