giovedì 11 marzo 2010

Confessionale

Dal rapporto personale ed intimo con Cristo il Curato d’Ars apparve ai suoi contemporanei un segno così evidente della presenza di Dio, da spingere l’io di tanti penitenti ad accostarsi al suo confessionale

“San Giovanni Maria Vianney ha esercitato in modo eroico e fecondo il ministero della Riconciliazione. Come ho affermato nella Lettera di indizione:”Tutti noi sacerdoti dovremmo sentire che ci riguardano personalmente quelle parole che egli (il Curato d’Ars), metteva in bocca a Cristo: “Incaricherò i miei ministri di annunciare ai peccatori che sono sempre pronto a riceverli, che la mia Misericordia è infinita”. Dove affondano le radici dell’eroicità e della fecondità, con cui San Giovanni Maria Vianney ha vissuto il proprio ministero di confessore? Anzitutto in un’intensa dimensione penitenziale personale. La coscienza del proprio limite e il bisogno di ricorrere alla Misericordia Divina per chiedere perdono, per convertire il cuore e per essere sostenuti nel cammino della santità, sono fondamentali nella vita del sacerdote: solo chi per primo ne ha esperimentato la grandezza può essere convinto annunciatore e amministratore della Misericordia di Dio. Ogni sacerdote diviene ministro della Penitenza per la configurazione ontologica a Cristo, Sommo ed Eterno Sacerdote, che riconcilia l’umanità con il Padre; tuttavia, la fedeltà nell’amministrare il Sacramento della Riconciliazione è affidata alla responsabilità del presbitero.
Viviamo in un contesto culturale segnato dalla mentalità edonistica e relativistica, che tende a cancellare Dio dall’orizzonte della vita, non favorisce l’acquisizione di una quadro chiaro di valori di riferimento e non aiuta a discernere il bene dal male e a maturare un giusto senso del peccato. Questa situazione rende ancora più urgente il servizio di amministratori della Misericordia Divina. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che c’è una sorta di circolo vizioso tra l’offuscamento dell’esperienza di Dio e la perdita del senso del peccato. Tuttavia, se guardiamo al contesto culturale in cui visse san Giovanni Maria Vianney, vediamo che, per vari aspetti, non era dissimile dal nostro. Anche al suo tempo, infatti, esisteva una mentalità ostile alla fede, espressa da forze che cercavano addirittura di impedire l’esercizio del ministero. In tali circostanze, il santo Curato d’Ars fece “della chiesa la sua casa”, per condurre gli uomini a Dio. Egli visse con radicalità lo spirito di orazione, il rapporto personale ed intimo con Cristo, la celebrazione della S. Messa, l’Adorazione eucaristica e la povertà evangelica, apparendo ai suoi contemporanei un segno così evidente della presenza di Dio, da spingere tanti penitenti ad accostarsi al suo confessionale. Nelle condizioni di libertà in cui oggi è possibile esercitare il ministero sacerdotale, è necessario che i presbiteri vivano in “modo alto” la propria risposta alla vocazione. Perché soltanto chi diventa ogni giorno presenza viva e chiara del Signore può suscitare nei fedeli il senso del peccato, dare coraggio e far nascere il desiderio del perdono di Dio.
Cari confratelli, è necessario tornare al confessionale, come luogo nel quale celebrare il Sacramento della Riconciliazione, ma anche come luogo in cui “abitare” più spesso, perché il fedele possa trovare misericordia, consiglio e conforto, sentirsi amato e compreso da Dio e sperimentare la Misericordia Divina, accanto alla presenza reale nell’Eucaristia. La “crisi” del Sacramento della Penitenza, di cui spesso si parla, interpella anzitutto i sacerdoti e la loro grande responsabilità di educare il Popolo di Dio alle radicali esigenze del Vangelo. In particolare chiede loro di dedicarsi generosamente all’ascolto delle confessioni sacramentali; di guidare con coraggio il gregge, perché non si conformi alla mentalità di questo mondo (Rm 12,2), ma sappia compiere scelte anche controcorrente, evitando accomodamenti e compromessi. Per questo è importante che il sacerdote abbia una permanente tensione ascetica, nutrita dalla comunione con Dio, e si dedichi ad un costante aggiornamento nello studio della teologia morale e delle scienze umane.
San Giovanni Maria Vianney sapeva instaurare con i penitenti un vero e proprio “dialogo di salvezza”, mostrando la bellezza e la grandezza della bontà del Signore e suscitando quel desiderio di Dio e del cielo, di cui i santi sono i primi portatori. Egli affermava: “Il Buon Dio sa tutto. Prima ancora che voi vi confessiate, sa già che peccherete ancora e tuttavia vi perdona. Come è grande l’Amore del nostro Dio, che si spinge fino a dimenticare volutamente l’avvenire, pur di perdonarci” (Monnin A., Il Curato d’Ars, p. 130). E’ compito del sacerdote favorire quell’esperienza di “dialogo di salvezza”, che nascendo dalla certezza di essere amati da Dio, aiuta l’uomo a riconoscere il proprio peccato e a introdursi, progressivamente, in quella stabile dinamica di conversione del cuore, che porta alla radicale rinuncia al male e ad una vita secondo Dio (CCC, n. 1431) (Benedetto XVI ai Partecipanti al Corso della Penitenzieria Apostolica, 11 marzo 2010).

Dio escluso dalla cultura e dalla vita pubblica  porta a una radicale riduzione dell’uomo, considerato un semplice prodotto della natura in mano all’ideologia tenconocratica che nell’attuale processo di globalizzazione tende a divenire universale atrofizzando una parte essenziale dell’umana capacità personale di conoscenza e di relazione. Scompare la centralità dell’io umano cioè del cuore e della sua libertà e ogni persona vede dissolversi ciò che la costituisce cioè la relazione con il proprio e altrui essere dono e con il Donatore divino. Ecco l’urgenza anche culturale dei due fondamentali della carità pastorale, dello straordinario ministero affidato dal Signore ai sacerdoti:
- la Celebrazione Eucaristica con cui il Donatore divino si pone nelle mani del sacerdote per incontrare nella comunione ogni io umano in relazione con il noi del Suo Copro cioè la Chiesa;
-  il Sacramento della Riconciliazione con cui il Donatore divino, il Redentore si affida alla via umana del Sacerdote perché ogni io faccia l’esperienza dell’abbraccio con cui il Padre riaccoglie il figlio prodigo, riconsegnandogli la dignità filiale del proprio io, del proprio cuore nel noi fraterno della Chiesa e ricostituendolo pienamente erede (Lc 15,11-32). Ogni io umano può così esperimentare l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità dell’amore di Dio, veicolandolo in ogni relazione di perdono. Così il fedele può trovare non solo misericordia ma consiglio e conforto, sentirsi amato e compreso da Dio e non essere dissolto come persona.

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