lunedì 22 febbraio 2010

La vera guarigione

Essere servitore dell’Eucaristia è profondità del mistero sacerdotale

“Nella Lettera agli Ebrei (5,7) c’è una frase difficile da interpretare. L’Autore della Lettera agli Ebrei dice che Gesù ha pregato fortemente, con grida e lacrime, Dio che poteva salvarlo dalla morte, e, per il suo pieno abbandono, venne esaudito. Qui vorremmo dire: “No, non è vero, non è stato esaudito, è morto”. Gesù ha pregato di essere liberato dalla morte, ma non è stato liberato, è morto in modo molto crudele. Perciò il grande teologo liberale Harnack ha detto: “Qui manca un no”, deve essere scritto: “Non è stato esaudito” e Bultmann ha accettato questa interpretazione. Però questa è una soluzione che non è esegesi, ma è una violenza al testo. In nessuno dei manoscritti appare “non”, ma “è stato esaudito”; quindi dobbiamo imparare a capire che cosa significhi questo “essere esaudito”, nonostante la Croce.
Io vedo tre livelli per capire questa espressione. In un primo livello si può tradurre il testo greco così: “è stato redento dalla sua angoscia” e in questo senso, Gesù è esaudito. Sarebbe, quindi, un accenno a quanto ci racconta san Luca che “un angelo ha rafforzato Gesù” (Lc 22,43), in modo che, dopo il momento dell’angoscia, potesse andare diritto e senza timore verso la sua ora. Come ci descrivono i Vangeli, soprattutto quello di san Giovanni. Sarebbe l’esaudimento, nel senso che Dio gli dà forza di portare tutto questo peso e così è esaudito. Ma a me sembra che sia una  risposta non del tutto sufficiente. Esaudito in senso più profondo – Padre Vanhoye l’ha sottolineato – vuol dire: “è stato redento dalla morte”, ma non per il momento, per quel momento, ma per sempre, nella Risurrezione: la vera risposta di Dio alla preghiera di essere redento dalla morte è la Risurrezione e l’umanità viene redenta dalla morte proprio nella Risurrezione, che è la vera guarigione delle nostre sofferenze, del mistero terribile della morte. Qui è già presente un terzo livello: la Risurrezione di Gesù non è solo un avvenimento personale. Mi sembra che sia di aiuto tenere presente il breve testo nel quale san Giovanni, nel capitolo 12 del suo Vangelo, presenta e racconta, in modo molto riassuntivo, il fatto del Monte degli Ulivi. Gesù dice: “La mia anima è turbata” (Gv 12,27), e, in tutta l’angoscia del Monte degli Ulivi, che cosa dirò? “O salvami da questa ora, o glorifica il tuo nome” (Gv 12, 27 – 28). E’ la stessa preghiera che troviamo nei Sinottici: “Se possibile salvami, ma sia fatta la tua volontà” (Mt 26,42; Mc 14,36; Lc 22,42), che nel linguaggio giovanneo appare appunto: “O salvami, o glorifica”. E Dio risponde: “Ti ho glorificato e ti glorificherò in futuro” (Gv 12,28). Questa è la risposta, l’esaudire divino: Croce; è la presenza della gloria divina, perché è l’atto supremo dell’amore. Nella Croce, Gesù è levato su tutta la terra e attira la terra a sé; nella Croce appare adesso il “Kabod”, la vera gloria divina di Dio che ama fino alla Croce e così trasforma la morte e crea la Risurrezione.
La preghiera di Gesù è stata esaudita, nel senso che realmente la sua morte diventa vita, diventa il luogo da dove redime l’uomo, da dove attira l’uomo a sé. Se la risposta  divina in Giovanni dice: “ti glorificherò”, significa che questa gloria trascende e attraversa tutta la storia sempre e di nuovo: dalla tua Croce, presente nell’Eucaristia, trasforma la morte in gloria. Questa è la grande promessa che si realizza nella Santa Eucaristia, che apre sempre di nuovo il cielo. Essere servitore dell’Eucaristia è, quindi, profondità del mistero sacerdotale” (Benedetto XVI, Lectio divina con i Parroci della Diocesi di Roma, 18 febbraio 2010).

Nel Salmo 73,3 – 11 vediamo stagliarsi innanzi a noi la figura dei ricchi epuloni, dei quali gli oranti – Lazzari – si lamentano: “Ho invidiato i prepotenti, vedendo la prosperità dei malvagi. Non c’è sofferenza per essi, sano e pasciuto il loro corpo. Non conoscono l’affanno dei mortali (…). Dell’orgoglio si fanno una collana (…). Esce l’iniquità dal loro grasso (…). Levano la bocca fino al cielo (…). Perciò seggono in alto, non li raggiunge la piena delle acque. Dicono: “Come può saperlo Dio? C’è forse conoscenza nell’Altissimo?”.
Il giusto che soffre, prega e vede tutto ciò corre il pericolo di smarrirsi nella sua fede. Davvero Dio non vede? Non sente? Non ascolta? Non lo preoccupa la sorte degli uomini? “Invano dunque ho conservato puro il mio cuore (…) poiché sono colpito tutto il giorno, e la mia pena si rinnova ogni mattina. (…) Si agitava il mio cuore” (Sal 73,13s21). Il cambiamento improvviso sopraggiunge quando il giusto sofferente nel santuario volge la sguardo verso la presenza eucaristica di Dio dal volto umano che ci ha amato fino alla fine, fino alla Croce, ogni singolo e l’umanità nel suo insieme, al punto di “rivolgersi contro se stesso”, nella croce del proprio Figlio, per  rialzare ogni uomo comunque ridotto e salvarlo, e di chiamare l’uomo a quell’unione di amore con Lui che culmina nell’Eucaristia. Adesso vede che l’apparente intelligenza dei cinici ricchi di successo, di piaceri, di potere, osservata alla luce, è stupidità: questo genere di sapienza che allontana dai consigli evangelici di castità, povertà e obbedienza, è stupidità: questo genere di sapienza significa essere “stolti e non capire”, essere “come una bestia” (Sal 73,22) Essi rimangono nella prospettiva delle bestie e hanno perduto la prospettiva dell’uomo che va oltre l’aspetto materiale: verso Dio che è Amore e la vita veramente vita, la speranza affidabile, in virtù della quale posiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto e accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino.

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