lunedì 15 febbraio 2010

Dio si è mostrato

La gioia di conoscere Dio che si è mostrato, ci manda per portare frutto cioè la carità

“Dio in Cristo si è svelato, si è squarciato il velo del tempio, mostrato il suo volto, faccia a faccia; non è più come Mosé che poteva vedere solo il dorso del Signore. Anche questa è un’idea bella, della quale San Gregorio Nisseno dice: “Vedere solo il dorso vuol dire che dobbiamo sempre andare dietro a Cristo”. Ma nello stesso tempo Dio ha mostrato con Cristo la sua faccia, il suo volto. Il velo del tempio è squarciato, è aperto, il mistero di Dio è visibile. Il primo comandamento che esclude immagini di Dio, perché esse potrebbero solo sminuirne la realtà è cambiato, rinnovato, ha un’altra forma. Possiamo adesso, nell’uomo Cristo, vedere il volto di Dio, possiamo avere icone di Cristo e così vedere Dio.

Io penso che chi ha capito questo, chi si è fatto toccare da questo mistero, che Dio si è svelato, si è squarciato il velo del tempio, mostrato il suo volto, trova una fonte di gioia permanente. Possiamo solo dire: “Grazie, Sì, adesso sappiamo chi tu sei, chi è Dio e come rispondere a Lui”. E penso che questa gioia di conoscere Dio che si è mostrato, mostrato fino all’intimo del suo essere, implica anche la gioia di comunicare: chi ha capito questo, vive toccato da questa realtà, deve fare come hanno fatto i primi discepoli che vanno dai loro amici e fratelli dicendo:Abbiamo trovato colui del quale hanno parlato i Profeti. Adesso è presente”. La missionarietà non è una cosa esteriormente aggiunta alla fede, ma è il dinamismo della fede stessa. Chi ha visto, chi ha incontrato Gesù, deve andare dagli amici e deve dire agli amici: “Lo abbiamo trovato, è Gesù, il Crocefisso per noi”.

“Vi ho costituito perché andiate e portiate frutto e il frutto vostro rimanga”. Con questo ritorniamo all’inizio, all’immagine, alla parabola della vite: essa è creata per portare frutto. E qual è il frutto? Come abbiamo detto, il frutto è l’amore . Nell’Antico Testamento, con la Torah come prima tappa dell’autorivelazione di Dio, il frutto era compreso come giustizia, cioè vivere secondo la Parola di Dio, vivere nella volontà di Dio, e così vivere bene.

Ciò rimane, ma nello stesso tempo viene trasceso: la vera giustizia non consiste in un’obbedienza ad alcune norme, ma è amore, amore creativo, che trova da sé la ricchezza, l’abbondanza del bene. Abbondanza è una delle parole chiave del Nuovo Testamento, Dio stesso dà sempre con abbondanza. Per creare l’uomo, crea questa abbondanza di un cosmo immenso; per redimere l’uomo dà se stesso, nell’Eucaristia dà se stesso. E chi è unito con Cristo, chi è ramo nella vite, vive di questa legge, non chiede: “Posso ancora fare questo o no?”, “Devo fare questo o no?”, ma vive nell’entusiasmo dell’amore che non domanda: “questo è ancora necessario oppure proibito”, ma semplicemente, nella creatività dell’amore, vuole vivere con Cristo e per Cristo e dare tutto se stesso per Lui e così entrare nella gioia del portare frutto. Teniamo anche presente che il Signore dice “Vi ho costituiti perché andiate”: è il dinamismo che vive nell’amore di Cristo; andare, cioè, non rimanere solo per me, vedere la mia perfezione, garantire per me la felicità eterna, ma dimenticare me stesso, andare come Cristo è andato, andare come Dio è andato dall’immensa sua maestà fino alla nostra povertà, per trovare frutto, per aiutarci, per donarci la possibilità di portare il vero frutto dell’amore. Quanto più siamo pieni di questa gioia di aver scoperto il volto di Dio, tanto più l’entusiasmo dell’amore sarà reale in noi e porterà frutto” (Benedetto XVI, Lectio Divina al Pontificio Seminario Maggiore, 12 febbraio 2010).

Incontrare la presenza sacramentale del Risorto con la fiducia di divenire come Lui significa giungere ad amare con l’amore dato da Lui in dono. La fede pienamente accolta e pensata genera quella cultura che è passione per la realtà in tutti i fattori cioè per la verità che rende liberi ed essere liberi significa essere capaci di amare. La passione per la realtà in tutti i fattori fa accadere la carità nella verità anche nell’ambito sociale. La carità, pur aiutata, non è riducibile a quell’emozione, a quel sentimento di filantropia che possiamo sentire e volere verso un nostro simile, soprattutto se e bisognoso di aiuto: la carità nella verità è cogliersi dono del Donatore divino nel proprio e altrui essere, come in tutto il mondo che ci circonda e quindi farsi dono. Nessun essere umano può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non si incontra con l’amore, se non lo esperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente. L’apostolo Paolo ci insegna (Ef 3,18) che la carità ha quattro dimensioni:

- la larghezza…essa non esclude nessuno;

- la lunghezza…essa è perseverante e nessuna difficoltà la vince

- l’altezza…essa si propone come fine altissimo di riportare ogni uomo ad essere, in Cristo, figlio nel Figlio.

- La profondità…essa condivide fino in fondo le miserie di ogni uomo

Questa carità quando accade è IL Regno di Dio ed è il fine per cui il Verbo si è fatto carne e, crocifisso e risorto, abita eucaristicamente e opera sacramentalmente fra noi e in noi per raggiungere tutti e tutto.

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