sabato 2 gennaio 2010

Chiesa e partiti

Chiesa ed eventuale partito che si ispira totalmente alla Caritas in veritate

“L’amore alla verità –caritas in veritate –è una sfida per la Chiesa in un mondo in progressiva e pervasiva globalizzazione. Il rischio del nostro tempo è che all’interdipendenza di fatto tra gli uomini e i popoli non corrisponda l’interazione etica delle coscienze e delle intelligenze, dalla quale possa emergere come risultato uno sviluppo veramente umano. Solo con carità, illuminata dalla luce della ragione e della fede, è possibile conseguire obiettivi di sviluppo dotati di una valenza più umana e umanizzante. La condivisione dei beni e delle risorse, da cui proviene l’autentico sviluppo, non è assicurata dal solo progresso tecnico e da mere relazioni di convenienza, ma dal potenziale di amore che vince il male con il bene (Rm 12,21 e apre alla reciprocità delle coscienze e della libertà.

La Chiesa non ha soluzioni tecniche da offrire e non pretende “minimamente d’intromettersi nella politica degli Stati”. Ha però una missione da compiere, in ogni tempo ed evenienza, per una società a misura dell’uomo, della dignità, della sua vocazione. Senza verità si cade in una visione empiristica e scettica della vita, incapace di elevarsi sulla prassi, perché non interessata a cogliere i valori – talora nemmeno i significati – con cui giudicarla e orientarla. La fedeltà all’uomo, (ad ogni uomo concreto), esige la fedeltà alla verità che, sola, è garanzia di libertà (Gv 8,32) e dello sviluppo umano integrale. Per questo la Chiesa la ricerca, l’annunzia instancabilmente e la riconosce ovunque essa si palesi. Questa missione di verità è per la Chiesa irrinunciabile. La sua dottrina sociale è un momento singolare di questo annuncio: essa è a servizio della verità che libera. Aperta alla verità, da qualsiasi sapere provenga, la dottrina sociale della Chiesa l’accoglie, compone in unità i frammenti in cui spesso la ritrova, e la media nel vissuto sempre nuovo della società degli uomini e dei popoli” (Caritas i veirtate, n.9).

Compito di ogni Vescovo, Successore degli Apostoli, in quanto partecipe della comunità di coloro nei quali continua il Collegium Apostolorum nell’unità con Pietro e con il suo Successore, non prende mai personalmente in mano la politica, tanto meno da pastori si trasformano in guide di partito, ma è soggetto pastorale pastorale, cioè un ministero pastorale concreto di annuncio della carità nella verità, in cui le grandi visioni della Sacra Scrittura e della Tradizione pienamente accolte, vissute e pensate possono divenire anche cultura cattolica condivisa favorendo il dialogo con tutti in nome della dignità di ogni persona dal concepimento al termine naturale, la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna come base di ogni educazione, in vista di una società accogliente, etica, morale, solidale in uno sviluppo umano integrale, a monte, prepolitica e prepartitica, etica, morale in tensione verso mediazioni politiche, partitiche gestite da fedeli credenti, cittadini cattolici sotto la loro diretta responsabilità.. Ma in questo pastori e associazioni, movimenti ecclesiali pastorali non possono mai cedere alla tentazione di prendere personalmente in mano la politica trasformando la responsabilità pastorale di formazione in guide politiche. Certo per Vescovi e Sacerdoti, associazioni e movimenti ecclesiali che operano in un tempo e in un luogo determinati rimane il problema, la questione molto concreta davanti alla quale i pastori si trovano::possiamo essere realisti e pratici, senza arrogarci una competenza politica che non ci spetta, senza lo strumento politico di un partito o di partiti identitari che si ispirano totalmente alla Dottrina sociale, oggi alla Caritas in veritate?Si tratta di puntare a una laicità positiva, praticata e interpretata in modo giusto sviluppando la questione circa la collocazione teologica e concreta della Dottrina sociale della Chiesa. Caritas in veritate di fronte alla tecnocrazia vuol rendere consapevoli “degli sviamenti e degli svuotamenti di senso a cui la carità è andata e va incontro, con conseguente rischio di fraintenderla” (n.2).

C’è un buonismo per cui “l’amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente” . E’ il fatale rischio dell’amore in una cultura senza verità. Esso è preda di emozioni e delle opinioni contingenti dei soggetti, una parola abusata e distorta fino a significare il contrario” (n. 3).

La colpa è del relativismo: ogni uomo, ritenuto frutto solo della natura senza alcun fondamento e finalità trascendente, è suscettibile di essere trattato come ogni altro animale. Questa cultura tecnoscientifica esclude ogni valore assoluto, universale, che valga per tutti e in ogni tempo per cui in ogni soggetto politico e in ogni partito per ogni cittadino cattolico ci sono valori non politicamente negoziabili e le differenziate appartenenze politiche richiedono l’eventuale possibilità dell’obiezione di coscienza. E’ “l’attuale contesto sociale e culturale che relativizza la verità” (n. 2) cioè la realtà nella globalità dei fattori la cui consapevolezza libera dalla schiavitù dell’ignoranza di non sapere chi è ogni io umano, da dove viene e a che cosa è destinato. Ma anche attraverso la mediazione politica “senza la verità, la carità scivola nel sentimentalismo” (n. 3). Al contrario, solo “la verità libera la carità dalle strettoie di un relativismo che priva di contenuti relazionali e sociali, e di un fideismo che la priva di respiro umano e universale” (ibidem). Solo “la verità, facendo uscire gli uomini dalle opinioni e dalle sensazioni soggettive, consente loro di portarsi al di là delle determinazioni culturali e storiche e di incontrarsi nella valutazione del valore e della sostanza delle cose”(n. 4). Mentre “un Cristianesimo di carità senza verità può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, ma marginali” (ibidem).

Per la sua natura e finalità pastorale la questione è essenziale per la Chiesa e quindi per la sua Dottrina sociale. La carità, infatti, “è la principale forza propulsiva per lo sviluppo di ogni persona e dell’umanità” (n. 1) ed è “la via maestra della dottrina sociale della Chiesa” (n. 2), che può essere definita come “caritas in veritate in re sociali” (n. 5). Ne consegue, anzitutto che l’annuncio della verità, non meno del servizio caritativo ai poveri e ai bisognosi, è forma eminente di carità: Difendere la verità, proporla con umiltà e convinzione e testimoniarla nella vita sono pertanto forme esigenti e insostituibili di carità” (n. 1). La scienza e la tecnica attraverso lo strumento politico può contribuire molto all’umanizzazione del mondo e dell’umanità. Essa però può anche distruggere l’uomo e il mondo, se non viene orientata da forze pre - politiche e pre -partitiche che si trovano al di fuori di essa, com’è e deve essere l’azione pastorale della Chiesa. “D’altra parte, dobbiamo anche constatare che il cristianesimo moderno, di fronte ai successi della scienza nella progressiva strutturazione del mondo, si era in gran parte concentrato soltanto sull’individuo e sulla sua salvezza. Con ciò ha ristretto l’orizzonte della sua speranza e non ha neppure riconosciuto sufficientemente il suo compito – anche se resta grande ciò che ha continuato a fare nella formazione dell’uomo e nella carità dei deboli e dei sofferenti” (Spe salvi n. 25). Attingendo alle due ali della fede e della ragione con cui si innalza verso la contemplazione della verità la dottrina sociale della Chiesa o carità nella verità in ambito sociale che comprende cultura, economia, politica, strumenti partitici, propone, rinnovata di fronte all’attuale tecnocrazia, offre“criteri orientativi dell’azione morale “Caritas in veirtate n. 6) fra cui due sottolineati da Benedetto XVI:

- la giustizia – infatti la carità eccede la giustizia…ma non è mai senza la giustizia” (n. 6)

- e il bene comune cioè la finalità al bene di ogni io concreto e dell’umanità nel suo insieme per cui la politica è la forma più rischiosa ma oggi più necessaria della carità nel “prendersi cura, da una parte, e avvalersi dall’altra, di quel complesso di istituzioni che strutturano giuridicamente, civilmente, politicamente, culturalmente il vivere sociale che in tal modo prende forma di polis, di città” (n. 7). Essendo originariamente una forma di carità con cui accade il regno di Dio l’impegno politico è per tutti i credenti una necessità, un dovere: “ogni cristiano è chiamato a questa carità, nel modo della sua vocazione ( da pastori non prendere personalmente in mano la politica, da fedeli cittadini sì) e secondo le sue possibilità d’incidenza nella polis. E’ questa la via istituzionale – possiamo dire anche politica – della carità, non meno qualificata e incisiva di quanto lo sia la carità che incontra il prossimo direttamente, fuori delle mediazioni istituzionali della polis (come la Caritas, il cui soggetto è la Chiesa)” (n. 7). La forte unità che si è realizzata nella Chiesa dei primi secoli tra una fede amica dell’intelligenza (in veritate) e una prassi di vita caratterizzata dall’amore reciproco e dell’attenzione premurosa (direttamente o attraverso la mediazione politica) ai poveri e ai sofferenti (caritas della Chiesa e carità politica) ha reso possibile la prima grande espansione missionaria del cristianesimo nel mondo ellenistico – romano. Così in continuità dinamica è avvenuto in seguito, in diversi contesti culturali e situazioni storiche. Questa rimane la strada maestra per l’evangelizzazione: il Signore ci guidi a vivere questa unità tra amore e verità nelle condizioni proprie del nostro tempo nel quale è egemone la tecnoscienza, per l’evangelizzazione dell’Italia e del mondo di oggi. L’orizzonte di questa attività politica come carità nella verità in ambito sociale, necessaria per ogni cristiano – e che, ovviamente, non si riduce all’azione dei partiti – è insieme dovere altissimo ed entusiasmante, maturante, necessario e rischioso: si tratta, infatti, di una vera testimonianza della carità divina che, operando nel tempo, prepara l’eterno. L’azione, dell’uomo sulla terra quando è ispirata e sostenuta dalla carità, contribuisce all’edificazione di quella universale città di Dio…così da dare forma di unità e di pace alla città dell’uomo, e renderla in qualche misura anticipazione prefiguratrice della città senza barriere di Dio” (n. 7).

Se i pastori, le associazioni, i movimenti, le comunità ecclesiali non possono prendere in mano personalmente la politica, avendo la missione, però, di promuovere la verità nella carità da compiere in ogni tempo ed evenienza, per una società a misura dell’uomo, della dignità di ogni persona, della sua vocazione, a questo sono chiamati i fedeli laici come cittadini nelle diverse modalità. Oggi, anche in Italia è legittima la differenziazione politica, non la diaspora culturale, per cui c’è chi tenta e ritenta di fermentare alla luce della Dottrina sociale nella scelta di centro sinistra, pur con tutte le attuali difficoltà proveniente da una ideologia che può rendere incapaci di farlo dall’opposizione. Oggi la maggioranza dei cattolici italiani lo fa nel centro destra con più possibilità. Sull’ultimo numero di Civiltà Cattolica si propone questa analisi: “I cattolici delusi dal centro –destra e dal centro sinistra cercano un nuovo partito dialogante e non semplicemente identitario”. Padre Michele Simone, attingendo da un sondaggio dell’associazione “Persone e reti’ all’istituto Ipsos rileva che il 33% dell’elettorato cattolico ha abbandonato il centro destra. “Non disponiamo della rilevazione sui cattolici che hanno abbandonato il centrosinistra – aggiunge il gesuita – ma non si è lontani dalla realtà valutandone in modo simile o leggermente superiore il numero. Nel retrofondo delle posizioni descritte – è la conclusione – ci sembra emergere la tendenza, presente già da tempo fra i cattolici, del rifiuto di un partito semplicemente identitario e della ricerca di una formazione politica che, pur salvaguardando alcuni valori irrinunciabili per un cattolico, si proponga come partito in grado di offrire una ‘politica a tutto campo per il bene comune di tutti, realizzata con uno stile che favorisca il dialogo in nome della dignità umana, in vista di una società accogliente. In ogni caso – afferma ‘Civiltà Cattolica’ – sarebbe una grave iattura per il Paese se continuasse a crescere il ‘muro’ che si sta innalzando tra una parte dei cattolici, sempre più tentati dall’astensionismo, e la politica”. Pastoralmente, dopo la legittimazione a Palermo nel 1994, della differenziazione politica pur nell’unità culturale alla luce della Dottrina sociale, sostitutiva dell’unità politica attraverso la Democrazia cristiana nella libera maturazione delle coscienze, la contrapposizione tra cattolici nel centro sinistra e nel centro destra fa crescere, purtroppo, la spaccatura anche all’interno della comunità ecclesiale. E’ urgente che se ne parli e si propongano delle prospettive da offrire alla valutazione dei pastori.

Tra queste ne proponiamo una alla libera valutazione, quella dell’onorevole Rocco Bottiglione. “Il mio prossimo impegno politico è quello di costituire un partito per rappresentare organicamente il popolo cristiano. I cattolici italiani hanno scommesso su Prodi e sono rimasti elusi, hanno scommesso su Berlusconi e sono rimasti delusi. E se alla fine scommettessero su se stessi? Sul fronte della bioetica la prima scadenza è il testamento biologico, segue la battaglia sui matrimoni gay che già si prepara. C’è intanto la moratoria internazionale sull’aborto che la Camera ha approvato ma sulla quale il nostro Governo non si sta dando molto da fare alle Nazioni Unite e, quindi, dovremo trovare il modo di spingerlo e/o di fare in qualche altro Paese una campagna simile a quella che abbiamo fatto in Italia. E c’è la lotta per le famiglie, in particolare per quelle numerose. Leone XIII diceva che il lavoratore ha diritto ad un salario familiare. Oggi c’è ancora tanta gente che pur lavorando duramente non riesce a far vivere decorosamente i propri figli”.

E’ un Rocco Bottiglione a tutto campo quello che risponde alle numerose domande che Petrus gli rivolge:

Onorevole Bottiglione, dall’omosessualità si può tornare ad un orientamento eterosessuale?

“Non lo so. Immagino che in alcuni casi sia possibile ed in altri no. Non capisco però perché qualcuno cecchi di proibirlo: se uno vuole ricorrere all’aiuto di un terapeuta per ristabilire il proprio orientamento sessuale, ha il diritto di farlo. Può capitare che questo sia impossibile perché sia disposizioni biologiche che influssi ambientali possono avere radicato l’orientamento omosessuale in modo troppo profondo, in tale caso bisogna portare con pazienza questa croce nella vita, senza mai perdere la speranza nell’aiuto di Dio, riconoscendo le proprie colpe quando capiti di peccare ma non perdendo mai la fiducia e la speranza. Essere peccatori è la condizione normale dell’uomo ed è escluso dal perdono di Dio solo il superbo che questa condizione non vuole riconoscere. Nel libro di ‘Harry Potter’, una delle figure più commoventi è Albus Dumbledore (Silente), un grande educatore e preside. In un a intervista l’autrice del libro dice che Silente potrebbe benissimo essere uno con una inclinazione omosessuale che ha imparato a dominarla e a sublimarla in una passione educativa”.

Cosa può dirci sull’identità sessuale o di genere? Perché Sacra Scrittura, Tradizione Apostolica e Magistero della Chiesa condannano fermamente l’omosessualità?

“Bisogna distinguere l’inclinazione dagli atti e dalle unioni. La Chiesa non condanna l’inclinazione omosessuale, come non condanna l’inclinazione alla violenza. L’inclinazione non è una decisione, non è un atto della persona. E’ una situazione in cui ci si trova senza sua colpa. Se di carattere sono un violento, dovrò esercitare con più forza la preghiera e l’ascesi per non compiere atti violenti ed in tal modo la mia vita potrà acquisire un valore morale più alto che non quella di un mio amico che ha avuto in dono dalla natura un temperamento dolce e quindi può vivere la virtù della mitezza quasi senza sforzo. Lo stesso vale per l’inclinazione omosessuale. La Chiesa condanna invece gli atti omosessuali. Ognuno di noi riceve in dono da Dio un corpo. Questo corpo è sessuato, cioè ciascuno di noi è maschio o femmina. Il sesso ci fa scoprire che abbiamo bisogno dell’altro, ci tira fuori dalla nostra illusione di autosufficienza. Attraverso l’attrazione sessuale, impariamo la legge fondamentale della vita che è il dono. La libertà è appartenere ad un altro per amore. Dal sesso, poi, nascono i bambini e si fa allora ancora un passo in avanti nella legge del dono. Si impara a vivere per la persona amata e per i figli. Questo è quanto di più simile ci sia nell’ordine della natura alla comunione cristiana che unisce fra loro il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo e nella quale entriamo con il Battesimo. La famiglia educa alla comunione. La pratica dell’omosessualità sottrae a questa scuola di comunione. Il sesso, scollegato dalla prospettiva della paternità e della maternità, non ha più la forza necessaria per fondere due destini umani, per trasformarli in una carne sola. Infine, per quanti sforzi faccia, un uomo non diventerà mai una donna (e viceversa). Può farsi amputare i suoi organi sessuali e la chirurgia plastica può dare l’impressione delle caratteristiche proprie dell’altro sesso, ma non avrà mai delle ovaie ed un utero e non diventerà mai madre. Non è meglio cercare, anche con fatica e sacrificio, di capire il senso del corpo che Dio mi ha dato piuttosto che fare finta di essere diverso da quello che sono?”

Il 15 luglio 2009 la Camera ha approvato una mozione (con primo firmatario proprio Lei) che impegna il Governo italiano a promuovere la stesura e l’approvazione di una risoluzione delle Nazioni Unite che condanni l’uso dell’aborto come strumento di controllo demografico ed affermi il diritto di ogni donna a non essere costretta ad abortire. A suo avviso, quali sono i principi fondamentali sugli embrioni umani e sull’aborto?

“Rispettare la vita, non distruggere gli embrioni, non crearli artificialmente e nel caso si volesse usarli per le inseminazioni artificiali, creare solo quelli che possono poi essere impiantati nell’utero della madre. In ogni caso, crearli con il seme del marito della donna in modo che possano nascere in una famiglia e non essere oggetto di esperimenti che possano danneggiarli o farli morire”.

L’istruzione vaticana Dignitas personae, della Congregazione per la Dottrina della Fede, sottolinea che “ad ogni essere umano, dal concepimento fino alla morte naturale, va riconosciuta la dignità di persona”. Cosa comporta, materialmente, ciò, in questa nostra società consumistica ed edonistica?

“Che ogni essere umano ha il diritto di vivere e di svilupparsi conformemente alla propria natura. L’essere umano embrionale ha il diritto di essere generato da un atto di amore fra un uomo e una donna e non fabbricarlo come una macchina in una catena di montaggio. Ha il diritto di crescere sotto il cuore della madre e di addormentarsi cullato dal battito di quel cuore. Ha il diritto di sentire la carezza della mano del padre sul ventre della madre. Questi diritti comportano naturalmente dei doveri, da parte dei genitori e di tutta la società. Il primo dovere è quello di usare il sesso per costruire un amore vero che possa accogliere il frutto del concepimento ed accompagnarlo fino alla piena maturità umana. Questo dovere è direttamente in contraddizione con uno dei principi fondamentali della società permissiva: la separazione fra amore e sesso e fra sesso e procreazione; il diritto assoluto di fare sesso senza preoccuparsi né di costruire un amore interpersonale né di essere pronti ad accogliere una nuova vita nel caso dovesse sopravvenire. Se poi, per caso, in effetti la donna rimane incinta, questo ovviamente non viene visto come un normale coronamento di amore, sopprimendo la piccola vita che si è destata nel grembo della madre”.

La Sua opinione su proporzionalità delle cure, stato vegetativo ed eutanasia?

“Quando la morte ormai si avvicina, non ha senso cercare di ritardarla ad ogni costo. E’ meglio interrompere le terapie, dare il sostegno contro il dolore ed attendere serenamente che il paziente si spenga, standogli vicino in modo che possa vivere anche questo ultimo tratto nella fede (per quelli che vogliono) e comunque nella compagnia di quelli che lo amano. Non si può invece privare il paziente della protezione contro il dolore, nemmeno nel caso in cui sia prevedibile che la somministrazione degli antidolorifici possa portare alla sua morte. In questo caso il medico si consulterà con il paziente, con i familiari e, se c’è, con il fiduciario del paziente per capire meglio come graduare la protezione contro il dolore. Non si possono, inoltre, negare al paziente le cure usuali che vanno date ad ogni uomo sofferente. Non si può, per esempio, fargli venire meno il cibo e l’acqua, anche nel caso in cui abbia bisogno di nutrizione ed idratazione artificiale, Sarebbe ucciderlo. Se si fa cessare una terapia straordinaria, non si uccide il paziente ma semplicemente si lascia che la morte segua il suo corso. Il paziente è ucciso dalla malattia. Se gli si nega l’acqua ed il cibo, il paziente muore non per la malattia ma per la fame e la sete. Se il paziente muore in seguito alla terapia antidolore, la morte non è una conseguenza intenzionale della nostra azione. Noi agiamo per abbattere il dolore. La morte del paziente è una conseguenza non voluta di una nostra azione che aveva altre finalità”.

E sull’uso delle cellule staminali e le tecniche di fecondazione?

“Le cellule staminali sono di due tipi:embrionali ed adulte. Le cellule embrionali sono embrioni, non si possono distruggere senza distruggere una vita umana. Di conseguenza, via libera alle staminali adulte, no alle staminali embrionali, cioè no alla distruzione di embrioni per preparare le cellule staminali. Sono gli stessi criteri che si usano per gli esseri umani. Non si po’ uccidere un uomo per fare un esperimento scientifico. Quanto alle tecniche di fecondazione, sono preferibili quelle che non sostituiscono l’atto coniugale ma lo secondano e lo aiutano. Ad ogni buon conto, il figlio deve essere di tutti e due i genitori e va quindi esclusa la fecondazione eterologa (quella con il seme di un uomo che non è il marito della donna). Egualmente va esclusa la fecondazione di un ovulo che non sia quello della moglie e l’affitto di un utero per condurre a termine la gravidanza. Si dividerebbe in due la maternità ed una delle due donne sarebbe privata di suo figlio ( o di un figlio che almeno in parte è suo).

Perché una procreazione veramente responsabile del nascituro può essere il frutto del matrimonio tra un solo uomo e una sola donna?

“San Tommaso ci dice che quando il bambino esce dopo nove mesi di gravidanza dall’utero della madre, entra in un altro utero spirituale e sociale, che è la famiglia. Questo utero è costituito dall’amore dei genitori fra loro e per il figlio. Per quanto questo possa sembrare strano, una cosa molto simile ci dice Freud. Il bambino forma il proprio io nella relazione con il padre e la madre e attraverso la interiorizzazione della presenza del padre (possibilmente uno solo) e della madre (possibilmente una sola)”.

Come mai la clonazione è “intrinsecamente illecita” tanto nell’accezione riproduttiva che in quella terapeutica? Siamo già nella fase del passaggio dalla manipolazione genetica all’eugenetica?

Ogni bambino ha il diritto di nascere da un atto di amore fra un uomo e una donna. Attraverso quell’atto gli sposi testimoniano e fanno crescere il reciproco amore e inseriscono il figlio in quell’amore. Nella clonazione, il bambino non verrebbe generato ma fabbricato. All’uscita dalla provetta, in quale “utero spirituale” mai potrebbe entrare per essere sostenuto fino al compimento della sua maturità umana?

Riflessione etica e ricerca bio – medica. Come conciliarle?

Non è difficile. L’etica (e la teologia che la fonda) non devono certo dire alla biologia quali teorie sono vere e quali false. Possono e devono dire invece agli scienziati quello che è lecito o non è lecito fare. Fondamentalmente, non è lecito uccidere. Se si potessero fare esperimenti medici su corpi umani viventi che in questo modo verrebbero uccisi, la scienza procederebbe molto speditamente. Medici nazisti lo hanno fatto ed hanno fatto anche scoperte importanti. Erano bravi scienziati e, contemporaneamente, erano dei criminali. Molti (ma purtroppo non tutti) sono stati scoperti e condannati. Non si può esperimentare su di un essere umano se in tal modo lo si uccide. Questo è il principio etico che deve guidare la sperimentazione medico/biologica”.

Perché tanti, dentro e fuori la Chiesa, Corpo di Cristo, hanno idee in materia etica e sociale spesso difformi dal Magistero, e, di conseguenza, difformi dalla Tradizione apostolica e dalal Sacra Scrittura? Ignoranza, malizia o altro?

“Molti non conoscono la dottrina della Chiesa in questi ambiti. Bisognerebbe fare molto di più per diffonderla. E ci sono forze potenti che diffondono una immagine caricaturale della posizione cristiana e riescono a convincere molti attraverso l’influsso dei mezzi di comunicazione di massa. Nel tempo, però, la verità viene sempre a galla”.

Dai mass media emerge che molte persone sembrano non avere più coscienza dle proprio limite. Che ne pensa?

“Nell’Antinferno Dante ci mostra una massa sterminata di esseri umani che in vita loro non hanno mai compiuto un atto veramente umano. Troppo distratti dalla televisione, dai giochi dalle milel forme della nostra società dell’intrattenimento, si finisce con l’uscire da questa vita vuoti come si era entrati. Per fortuna, Dio dà in dono a tutti gli uomini almeno alcune occasioni nella vita per convertirsi; quando ci si innamora davvero, quando ti nasce un figlio, la scuola del lavoro per il pane e per la dignità, la morte di una persona cara. Allora ci fermiamo e non possiamo sfuggire ad una domanda su noi stessi”.

Il Santo Padre Benedetto XVI ha più volte insegnato che il mondo ha perso il senso, e la misura, del peccato.

“Il Papa ha ragione. Abbiamo paura di riconoscerci peccatori e non vogliamo che nessuno ci riprenda quando sbagliamo. Invece tutti gli uomini sono peccatori e chi ti vuole bene davvero ti dice che stai sbagliando, quando sbagli. Chi ama davvero i figli non è chi dice loro sempre di sì. E’ chi dice di no quando è giusto dire di no. Dobbiamo imparare a correggerci reciprocamente, senza presunzione. Io che ti correggo non sono necessariamente migliore di te. Ho il dono di vedere il tuo errore e cerco di aiutarti a correggerti, come mi aiuterai tu domani. Ricordo che una volta un amico omosessuale mi ha detto: “Io sono un peccatore, ma anche tu Rocco, e forse peggiore di me’. Naturalmente aveva ragione. Oggi rischiamo di perdere il senso del peccato”.

Siamo nell’era della confusione tra Bene e Male, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, sulla falsariga di quanto annunciato da Isaia?

“E’ un tempo di grande confusione, ma non bisogna disperare. Bisogna dire la verità nella carità. Non è difficile capire cosa è bene e cosa è male. Molto più difficile capire chi è buono e chi è cattivo. Ogni azione infatti ha un lato soggettivo, che riguarda l’intenzione ed il cuore dell’uomo. Mentre noi giudichiamo le azioni, solo Dio conosce e giudica il cuore dell’uomo. Per questo bisogna sempre dire che il male è male ma guardare sempre con speranza alle persone”.

Che idea si è fatta del Santo Padre Benedetto XVI? Che rapporti ha o ha avuto con Lui, cosa pensa delle sue Encicliche?

“Ho incontrato Joseph Ratzinger nel 1972. In quell’anno lui fondò la rivista ‘Communio’, insieme con alcuni dei più grandi teologi del secolo XX: Hans Urs von Balthazar, Henry De Lubac ed Eugenio Corecco. Insieme a loro c’erano alcuni ragazzini italiani: Angelo Scola, Sante Bagnoli, Luigi Negri ed anche io che ero un giovanissimo assistente universitario. Ratzinger è l’ultimo grande teologo del Concilio”.

Come cristiani, sappiamo che ci attende la vita dopo la morte. Come si aspetta il Paradiso? Il Purgatorio, di cui si parla poco? E l’inferno, di cui Gesù parla tanto nei Vangeli ma che molti negano?

“Non lo so. Cerchiamo di avvicinarci con concetti a duna realtà che è molto più grande di noi”.

L’inferno è pieno o vuoto, come sosteneva il teologo svizzero Urs Von Balthazar?

“Von Balthazar diceva che l’inferno esiste ed è certissimo che io merito di andarci. E’ però egualmente certo che Dio non vuole che io ci vada ed è lecito sperare che alla fine in questa lotta fra Dio e l’uomo, vinca Dio. E se posso sperare per me stesso, posso sperare per ogni altro uomo, cioè posso sperare che tutti gli uomini si salvino”.

A proposito dell’Inferno. Lei crede a Satana e agli aneli ribelli come esseri “personali” e alla possibilità di possessioni diaboliche? Omosessualità droghe, alcolismo e altri disagi, specie giovanili, possono avere a che fare coi demoni?

“Certo. Diavolo viene dal greco: diabolos è colui che divide, che spezza l’unità, che separa (dal verbo diaballein). Chi vive davvero la vita sa che accadono cose che sono imperdonabili, fratture, e tradimenti che precipitano nella disperazione. Se l’uomo fosse davvero responsabile di tutto il male che fa, non sarebbe possibile nessuna redenzione. Per fortuna non è così. Un girono vedremo che l’amico che ci ha tradito lo ha fatto perché ingannato a sua volta (il diavolo rompe l’unità per mezzo della menzogna e dell’inganno) e proprio questo permette il perdono e la riconciliazione dell’unità”.

Secondo Lei, perché molti non credono nell’esistenza di Satana e dell’Inferno?

“Perché viviamo alla superficie delle cose non scendiamo mai nelle profondità del nostro cuore. Capita però sempre nella vita un momento che a questa profondità ci riconduce. Certo, per capire veramente cosa è il diavolo è necessario vivere un amore vero e vederlo tradito, o, peggio, deve capitarci di tradirlo noi stessi. Una società che scoraggia dal vivere un amore vero non capisce poi la serietà drammatica della vita e quindi non contempla più i “novissimi” (morte, inferno, purgatorio, paradiso).

Per l’Onorevole Bottiglione, qual è il peccato che offende di più Dio?

“La superbia, cioè la presunzione di non essere peccatori e quindi di non aver bisogno di misericordia. Nemmeno Dio può perdonare chi ostinatamente rifiuta di essere perdonato”.

Tra quelli più sottovalutati?

La menzogna, la maldicenza, il seminare zizzania”.

Quanto può intercedere la Beata Vergine Maria presso Dio per la salvezza delle nostre anime?

Infinitamente. E’ come in famiglia. Il padre rappresenta la legge, che devi osservare, e la legge ti dice che sei come uno come gli altri fratelli, con gli stessi doveri, e che sarai punito se non farai il tuo compito. La madre ti impedisce comunque di non scoraggiarti, che lei non ti abbandonerà mai qualunque cosa succeda, che sei unico e irripetibile (e quindi”preferito”) e che alla fine riuscirà a fare in modo che nel momento decisivo il Padre ti sia vicino e ti protegga”.

Un suo parere sulla sentenza anti- Crocifisso di Strasburgo?

E’ una sentenza aberrante, da respingere con fermezza. L’Italia, come l’Europa, ha una sua cultura, una sua tradizione e una sua storia. Fa bene il governo a presentare ricorso. E’ una scelta sbagliata perché ignora la storia. Ogni nazione ne ha una propria e chi viene da fuori non ha diritto di non riconoscerla. Altrimenti, se una minoranza ha il diritto di sentirsi offesa, ad una maggioranza possono essere negati non solo i simboli religiosi, ma anche altri valori. Ad esempio, qualcuno si potrebbe sentire offeso che da noi al domenica si giochi a calcio e non al cricket. Oppure, qualcuno può trovare che privilegiare di studiare la storia romano su quella dell’impero del Benin sia discriminatorio rispetto agli studenti africani. Ecco, io credo tra l’altro così non si favorisca neppure una integrazione vera. Questa sentenza della Corte appartiene a quella stessa idea che si è affermata anche a riguardo alla Costituzione europea e ai suoi mancati riferimenti alle radici giudaico – cristiane: cioè che l’Europa non ha passato, non ha storia, non ha identità. E per la quale esiste soltanto la sfera economica, con una visione meramente contrattualistica che mira a fare dell’Europa uno spazio vuoto, neutro. Insomma, uno spirito, in definitiva, anti – europeo; non era questa l’idea che tanti anni fa ha mosso Adenauer, Schuman, De Gasperi. Ora vogliono cacciare i cristiani dall’Europa. Eppure il Crocifisso parla alla coscienza di tutti, non solo a quella dei credenti”.

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