domenica 25 ottobre 2009

Ebrei

Qual è il senso esatto “non è intenzione della Chiesa Cattolica operare attivamente per la conversione degli ebrei”?

“Non c’è, nel modo assoluto, alcun cambiamento nell’atteggiamento che la Chiesa Cattolica ha sviluppato verso gli Ebrei, soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II. A tale riguardo la Conferenza Episcopale Italiana ribadisce che non è intenzione della Chiesa Cattolica operare attivamente per la conversione degli ebrei”.

Benedetto XVI nel discorso tenuto nella sinagoga di Colonia disse: “Incoraggio un dialogo sincero e fiducioso tra ebrei e cristiani: solo così sarà possibile giungere ad un’interpretazione condivisa di questioni storiche ancora discusse e, soprattutto, fare passi avanti nella valutazione, dal punto di vista teologico, del rapporto tra ebraismo e cristianesimo”. Benedetto XVI sottolineava che tale dialogo, ovviamente, non deve passare sotto silenzio le differenze esistenti e neppure minimizzarle, soprattutto quella espressa al n. 5 della Redemptoris missino “La salvezza non può venire che da Gesù Cristo”. Ma “anche nelle cose che, a causa della nostra intima convinzione di fede, ci distinguono gli uni dagli altri, anzi proprio in esse, dobbiamo rispettarci e amarci a vicenda”.La Chiesa si rivolge ad ogni io umano nel pieno rispetto della sua libertà: la missione non coarta la libertà, ma piuttosto la favorisce. La Chiesa propone, non impone nulla: rispetta le persone e le culture, e si ferma davanti al sacrario della coscienza” (Redemtoris missio n. 39).

Ma proprio dal punto di vista teologico la Chiesa non può operare attivamente allo stesso modo per la conversione dei non cristiani, dei Musulmani, degli altri in rapporto agli Ebrei. “La Chiesa trae sostentamento dalla radice di quel buon albero di olivo, il popolo di Israele, su cui sono stati innestati i rami di olivo selvatico dei Gentili (Romani 11, 17-24). Fin dai primi giorni del cristianesimo, la nostra identità e ogni aspetto della nostra vita e del nostro culto sono intimamente legati all’antica religione dei nostri padri nella fede. La storia bimillenaria del rapporto fra l’ebraismo e la Chiesa ha attraversato molte diverse fasi, alcune delle quali dolorose da ricordare. Ora che possiamo incontrarci in spirito di riconciliazione, non dobbiamo permettere alle difficoltà passate di trattenerci dal porgerci reciprocamente la mano dell’amicizia. Infatti, quale famiglia non è mai stata attraversata da tensioni di un tipo o dell’altro? La Dichiarazione del Concilio Vaticano II Nostra aetate è stata una pietra miliare lungo il cammino verso la riconciliazione e ha chiaramente evidenziato i principi che hanno governato da allora l’atteggiamento della Chiesa nelle relazioni fra cristiani ed ebrei. La Chiesa è profondamente e irrevocabilmente impegnata a rifiutare ogni forma di antisemitismo e a continuare a costruire relazioni buone e durature fra le nostre due comunità…L’odio e il disprezzo per uomini, donne e bambini manifestati nella Shoah sono stati un crimine contro Dio e contro l’umanità. Questo dovrebbe essere chiaro a tutti, in particolare a quanti appartengono alla tradizione delle Sacre Scritture, secondo le quali ogni essere umano è creato a immagine e somiglianza di Dio (Genesi 1,26-27). E’ ovvio che qualsiasi negazione o minimizzazione di questo terribile crimine è intollerabile e del tutto inaccettabile” (Benedetto XVI, Discorso del 12 febbraio 2009).

Benedetto XVI indicava una pista per il futuro del dialogo ebraico – cristiano proprio sul versante della riflessione teologico – spirituale non possibile con gli altri non cristiani: “Il nostro ricco patrimonio comune e il nostro rapporto fraterno ispirato a crescente fiducia ci obbligano a dare insieme una testimonianza ancora più concorde, collaborando sul piano pratico per la difesa e promozione dei diritti dell’uomo e della sacralità della vita umana, per i valori della famiglia, per la giustizia sociale e per la pace nel mondo. Il Decalogo (Es 20; Dt 5) è per noi patrimonio e impegno comune “(19 agosto 2005). Le “Dieci Parole” possono essere considerate come il miglior riassunto dell’intera Torah e, insieme, come messaggio etico di perenne valore anche per la Chiesa, i non credenti e l’intera umanità. Il dialogo di papa Ratzinger con il rabbino Jacob Neusner (19 aprile 2008) ha riportato in posizione centrale, accanto alla Scrittura, alla storia e ai Comandamenti, la persona e il mistero di Gesù in rapporto a Israele e alla Torah. E sempre Benedetto XVI il 16 gennaio 2006, nell’incontro con il Rabbino capo di Roma aggiungeva: “In Cristo noi partecipiamo della vostra stessa eredità dei Padri, per servire l’Onnipotente ‘sotto uno stesso giogo’ (Sofonia 3,9), innestati sull’unico tronco santo del Popolo di Dio. Ciò rende noi cristiani consapevoli che, insieme con voi, abbiamo la responsabilità di cooperare al bene di tutti i popoli, nella giustizia e nella pace, nella verità e nella libertà, nella santità e nell’amore”.

Così un ebreo ha commentato l’intervento della Cei: “ Se i cristiani vogliono pregare per la mia salvezza, in realtà devo dire Grazie: è gentile da parte loro…L’atteggiamento della Chiesa, pronta a proporre ma a non mai imporre, è recente. La storia fra giudei e cristiani è stata ben diversa per secoli. C’è una memoria storica vera e dolente del Giudeo messo a fuoco e torturato, espulso, umiliato per la sua fedeltà alla Alleanza eterna con Dio. E’ quella memoria che rende gli ebrei un po’ sospettosi e molto traumatizzati dal Cristiano che li chiama ad abbandonare la loro fede e diventare Cristiani. Alla luce di una tale situazione e guardando alla realtà storica, non è ipocrisia per la Chiesa dire: “lasciamoli in pace”.

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