venerdì 25 settembre 2009

Teologia

Chi intende fare teologia non può contare solo sulla sua intelligenza

“Dio, ti prego, voglio conoscerti, voglio amarti e poterti godere. E se in questa vita non sono capace di ciò in misura piena, possa almeno ogni giorno progredire fino a quando giunga alla pienezza” (Proslogion, cap. 14). Questa preghiera di Sant’Anselmo lascia comprendere l’anima mistica di questa grande Santo dell’epoca medioevale, fondatore della teologia scolastica, al quale la tradizione cristiana ha dato il titolo di “Dottore Magnifico” perché coltivò un intenso desiderio di approfondire i Misteri divini, nella piena consapevolezza, però, che il cammino di ricerca di Dio non è mai concluso, almeno su questa terra. La chiarezza e il rigore logico del suo pensiero hanno avuto sempre come fine di “innalzare la mente alla contemplazione di Dio” (Ivi, Proemium).Egli afferma chiaramente che chi intende fare teologia non può contare solo sulla sua intelligenza, ma deve coltivare al tempo stesso una profonda esperienza di fede. L’attività del teologo, secondo san’Anselmo, si sviluppa in tre stadi:

- la fede, dono gratuito di Dio da accogliere con umiltà;

- l’esperienza, che consiste nell’incarnare la parola di Dio nella propria esistenza quotidiana;

- e quindi la vera conoscenza che non è mai frutto di ascettici ragionamenti, bensì di un’intuizione contemplativa.

Restano, in proposito, quanto mai utili anche oggi, per una sana ricerca teologica e per chiunque voglia approfondire le verità della fede, le sue celebri parole: “Non tanto, Signore, di penetrare la tua profondità, perché non poso neppure da lontano mettere a confronto con essa il mio intelletto; ma desidero intendere, almeno fino a un certo punto, la tua verità, che il mio cuore crede e ama. Non cerco infatti di capire per credere, ma credo per capire” (Ivi, 1).

Cari fratelli e sorelle, l’amore per la verità e la costante sete di Dio, che hanno segnato l’intera esistenza di sant’Anselmo, siano uno stimolo per ogni cristiano a ricercare senza mai stancarsi una unione sempre più intima con Cristo, Via, Verità e Vita. Inoltre, lo zelo pieno di coraggio che ha contraddistinto la sua azione pastorale, e che gli ha procurato talora incomprensioni, amarezze e perfino l’esilio, sia un incoraggiamento per i Pastori, per le persone consacrate e per tutti i fedeli ad amare la Chiesa di Cristo, a pregare, a lavorare e soffrire per essa, senza mai abbandonarla o tradirla”. (Benedetto XVI, Udienza Generale, 23 settembre 2009).

Si è celebrato il IX centenario della morte. Nato ad Aosta nel 1033 è noto anche come Anselmo di Bec in Normandia nella cui Abbazia benedettina si fece monaco e Anselmo di Canterbury a motivo della città di cui divenne vescovo. Tre sono le località, lontane tra loro e collocate in tre Nazioni diverse – Italia, Francia, Inghilterra – che si sentono particolarmente legate a lui. Monaco di intensa vita spirituale, eccellente educatore di giovani, teologo con una straordinaria capacità speculativa, saggio uomo di governo e intransigente difensore della libertas Ecclesiae sostenendo con coraggio l’indipendenza del potere spirituale da quello temporale. Difese la Chiesa dalle indebite ingerenze delle autorità politiche, trovando incoraggiamento e appoggio nel Romano Pontefice, al quale Anselmo dimostrò sempre una coraggiosa e cordiale comunione. Anselmo è una delle personalità eminenti del Medioevo, che seppe armonizzare tutte queste qualità grazie a una profonda esperienza mistica, che sempre ebbe a guidarne il pensiero e l’azione. Attraverso di lui la ragione non è stata sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza maturando il coraggio per la verità, senza piegarsi davanti alla pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità.

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