domenica 27 settembre 2009

La Speranza

In ascolto della Parola che sola può darci speranza, perché è Parola di Dio

“Il Profeta Isaia (61,1 – 30) si presenta investito della missione di annunciare a tutti gli afflitti e i poveri la liberazione, la consolazione, la gioia. Questo testo Gesù l’ha ripreso e l’ha fatto proprio nella sua predicazione. Anzi, ha detto esplicitamente che la promessa del profeta si è compiuta in Lui (Lc 4,16-21). Si è completamente realizzata quando, morendo in croce e risorgendo da morte, ci ha liberati dalla schiavitù dell’egoismo e del male ( il Male indica la persona di Satana, che si oppone a Dio e che è il seduttore di tutta la terra (Ap 12,) ( Compendio 597), del peccato e della morte. E questo è l’annuncio di salvezza, antico e sempre nuovo, che la Chiesa proclama di generazione in generazione: Cristo crocifisso e risorto, Speranza dell’umanità!

Questa parola di salvezza risuona con forza anche oggi, (ogni volta che conveniamo) nell’Assemblea liturgica. Gesù si rivolge con amore a voi, figli e figlie di questa terra benedetta (Repubblica ceca), nella quale è stato sparso da oltre un millennio il seme del Vangelo. Il vostro Paese, come altre nazioni, sta vivendo una condizione culturale che rappresenta spesso una sfida radicale per la fede e, quindi, anche per la speranza. In effetti, sia la fede che la speranza, nell’epoca moderna, hanno subito come uno “spostamento”, perché sono state relegate sul piano privato e ultraterreno, mentre nella vita concreta e pubblica si è affermata la fiducia nel progresso scientifico ed economico (Spe salvi, 17). Conosciamo tutti che questo progresso è ambiguo: apre possibilità di bene insieme a prospettive negative. Gli sviluppi tecnici ed il miglioramento delle strutture sociali sono importanti e certamente necessari, ma non bastano a garantire il benessere morale della società (ibid., 24). L’uomo ha bisogno di essere liberato dalle oppressioni materiali, ma deve essere salvato, e più profondamente, dai mali che affliggono lo spirito. E chi può liberarlo se non Dio, che è Amore e ha rivelato il suo volto di Padre onnipotente e misericordioso in Gesù Cristo? La nostra speranza è dunque Cristo: in Lui, Dio ci ha amato fino all’estremo e ci ha dato la vita in abbondanza (Gv 10,10), quella vita che ogni persona, talora persino inconsapevolmente, anela a possedere.

“Imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita” (Mt 11, 29 – 30). Possiamo restare indifferenti dinnanzi al suo amore? Qui, come altrove, nei secoli passati tanti si sono sacrificati per ridare dignità ad ogni uomo e libertà ai popoli, trovando nell’adesione generosa a Cristo la forza per costruire una nuova umanità. E pure nell’attuale società, dove tante forme di povertà nascono dall’isolamento, dal non essere amati, dal rifiuto di Dio e da un’originaria tragica chiusura dell’uomo che pensa di poter bastare a se stesso, oppure di essere solo un fatto insignificante e passeggero; in questo nostro mondo che è alienato “quando si affida a progetti solo umani” (Caritas in veritate, 53), solo Cristo può essere la nostra speranza. Questo è l’annuncio che noi cristiani siamo chiamati a diffondere ogni giorno, con la nostra testimonianza” (Benedetto XVI, Omelia, Domenica 27 settembre 2009).

Dio solo è il fondamento di una speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto e accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino. Non certo un idolo, un dio qualsiasi, ma quel Dio che possiede un volto umano e che ci ha amati sino alla fine: ogni singolo e l’umanità nel suo insieme. Il suo regno non è un aldilà immaginario, posto in un futuro che non arriva mai; il suo regno è presente là dove Egli è amato e dove il suo amore ci raggiunge. Solo il suo amore ci dà la possibilità di perseverare con ogni sobrietà giorno per giorno, senza perdere lo slancio della speranza, in un mondo che, per sua natura, è imperfetto. E il suo amore, allo stesso tempo, è per noi la garanzia che esiste ciò che solo vagamente intuiamo e, tuttavia, nell’intimo aspettiamo: la vita che è “veramente” vita.

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