giovedì 24 settembre 2009

Comunione col Papa

Gustare sempre meglio la grazia e la responsabilità tra cattolici della comunione tra loro con il Successore di Pietro

I trenta Vescovi del Consiglio Permanente della Cei chiamato all’esame collegiale di scelte adeguate ai bisogni spirituali e morali del popolo di Dio si sono impegnati con il loro Presidente a non lasciarsi guidare da qualche “piccola finestra” del dettaglio, del pregiudizio o dell’incertezza, “ma dalla grande finestra che Cristo ci ha veramente aperto sull’intera verità, guardiamo il mondo e gli uomini e riconosciamo così che cosa conta veramente nella vita” (Benedetto XVI, Omelia per le Ordinazioni episcopali, 12 settembre 2009). Questa “grande finestra” sull’eterno dona ai Vescovi e a tutti i fedeli di poter impedire qualsiasi ripiegamento, di dilatare la mente e il cuore per continuare con fiducia e stupore la missione stessa del Signore Gesù; nel contempo conduce ad accogliere le sfide inedite della presente epoca. “Guardare insieme da questa “finestra” – Prolusione di Bagnasco - significa servire l’uomo con gli occhi di Dio e ad un tempo gustare sempre meglio la grazia e la responsabilità della nostra comunione con il Successore di Pietro e tra noi”. Perché le nostre comunità possano crescere senza sosta in una fede pensata, che si concepisce nella forma della comunione ecclesiale in riferimento al Magistero dei Vescovi con il Papa, Magistero ascoltato e amato, ritengo utile rifarmi ai punti fondamentali dell’esemplare prolusione del cardinale Bagnasco, spesso ridotta dai mezzi di comunicazione a elementi molto parziali.

Un grandissimo dono alla Chiesa è venuto da Benedetto XVI: la terza enciclica Caritas in veritate

La circostanza esterna che ha suggerito una tale pubblicazione è stato il quarantennale della Populorum progressio di Paolo VI, definita emblematicamente la “Rerum novarum dell’epoca contemporanea” (n. 8). Benedetto XVI, con argomenti preziosi (n. 12), evoca il filo rosso di una indefettibile continuità fin dagli apostoli del magistero pontificio. Alla fine dell’Ottocento, la dottrina sociale cristiana cominciò a costituirsi organicamente come singolare e articolato annuncio sulla vicenda umana per aiutare la stessa a non cadere in “una visione empiristica e scettica della vita, incapace di elevarsi sulla prassi, perché non interessata a cogliere i valori – talora nemmeno i significati – come giudicarla e orientarla” (n.9). Da questa circostanza la preminente guida dello Spirito ha cominciato a far delineare un corpus dottrinale che, attingendo alla continuità dinamica del patrimonio della Tradizione sempre vivo della Chiesa, prende espressione operativa in criteri orientativi della fede vissuta nell’azione morale sociale, restando aperta alle sollecitazioni dei processi storici e componendo “in unità i frammenti in cui spesso la (verità) si ritrova”, secondo la “fedeltà dinamica a una luce ricevuta”(n. 12). Nessuna cesura, avverte il Papa, nessuna categoria di interpretazione spuria possono contrapporre stagioni diverse di dottrina che infatti si presenta come “un unico insegnamento, coerente e nello stesso tempo sempre nuovo” (n. 12).

La Caritas in veritate ha cura di rilevare che, al pari di quanto successe con la Rerum novarum, anche per la Populorum progressio è in atto un “processo di attualizzazione” che ha trovato una prima significativa tappa nella enciclica di Giovanni Paolo II Sollicitudo rei socialis, la quale in qualche modo anticipò alcuni dei problemi che sarebbero seguiti alla caduta del Muro e dunque alla fine della contrapposizione fra Est ed Ovest. A quella prima esaltante stagione di superamento dei blocchi seguì un fenomeno nuovo, una progressiva “esplosione cioè dell’indipendenza planetaria, ormai comunemente nota come globalizzazione” (n. 33). Il suo carattere niente affatto miracolistico, e all’inizio assai magmatico oltre che ambivalente, fu abbastanza presto chiaro alla Chiesa, che oggi, per l’analisi condotta da Benedetto XVI, chiede a tutti di abbandonare “atteggiamenti fatalistici”, come se “le dinamiche in atto fossero prodotte da forze impersonali e da strutture indipendenti dalla volontà umana” (n. 42). Centrale appare in tutta l’enciclica la riconsiderazione della parola “sviluppo”, che già per Paolo VI rappresenta il “cuore” del messaggio sociale cristiano., il termine che meglio incrocia da una parte le spinte sane dell’umanità di cambiare in meglio il mondo e la storia e dall’altra la Luce di Gesù Cristo che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro. Potente resta l’idea che, scorgendo le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana, lo sviluppo è vocazione indomita e plenaria dell’uomo, il quale non può non desiderare “di essere di più”, ed è infatti su questa strada che egli, se vuole, incontra la Persona viva di Gesù Cristo come Colui che “rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche pienamente l’uomo all’uomo” (Gaudium et spes, n. 22). Su questo punto avviene l’innesto più alto tra l’elaborazione montiniana e quella di Benedetto XVI, il quale scrive: “Proprio perché Dio pronuncia il più grande “sì” all’uomo, l’uomo non può fare a meno di aprirsi alla vocazione divina per realizzare il proprio sviluppo”. E continua: “La verità dello sviluppo consiste nella sua integralità: se non è di tutto l’uomo e di ogni uomo, lo sviluppo non è vero sviluppo” (n.18), e forse è semplicemente “sviluppo disumanizzato” (n.11). Di qui discende quella che il Papa stesso definisce la “centralità di ogni persona umana, la quale è il soggetto che deve assumersi primariamente il dovere dello sviluppo” (n. 47). E’ la grande rivoluzione cristiana di fronte a chi pone il tutto, la razza, la città, lo stato, la classe, l’economia, la finanza, il potere, la giustizia al centro cui subordinare ogni individuo: centrale è ogni persona e quindi prioritario in rapporto alla giustizia è l’amore nella pregnanza storico – sociale. E allora, da una parte, non sarà inutile notare come da una asserita “centralità” di ogni persona discenda nell’enciclica l’”apertura ad ogni vita” dall’inizio fino al compimento naturale che è “al centro del vero sviluppo” (n. 28), come pure l’esigenza, per gli Stati, “a varare politiche che promuovano la centralità e l’integrità della famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna” (n. 44). Dall’altra, bisognerà rilevare che la socialità, e dunque l’etica, non potranno più essere, nella mentalità dei credenti, lasciate in seconda fila rispetto alla politica e all’economia quali opzional marginali, ma deve essere coestesa all’intera attività umana, anche a quella più arditamente complessa. Afferma il Papa: “Per questo, i canoni della giustizia devono essere rispettati sin dall’inizio, mentre si svolge il processo economico, e non dopo o lateralmente”(n. 37). E altrove avverte: “Occorre adoperarsi non solamente perché nascano settori o segmenti “etici” dell’economia o della finanza, ma perché l’intera economia e l’intera finanza siano etiche, e lo siano non per l’etichettatura dall’esterno, ma per il rispetto di esigenze intrinseche alla loro stessa natura” (n. 45). In altre parole, chiamata in causa è qui l’intera economia, che deve poter andare “oltre la logica dello scambio degli equivalenti e del profitto fine a se stesso” (n. 38), e in particolare il mondo del lavoro e delle imprese dove sono oggi richiesti “profondi cambiamenti” (n. 40). Non c’è dubbio infatti che si vada dilatando “la consapevolezza circa la necessità di una più ampia “responsabilità sociale” dell’impresa” e che si stia sempre più diffondendo il convincimento in base al quale “la gestione dell’impresa non può non tenere conto degli interessi dei soli proprietari della stessa, ma deve farsi carico di tutte le altre categorie di soggetti che contribuiscono alla vita dell’impresa” stessa (n. 40). Nel contempo, e specularmene, ad ogni lavoratore deve essere offerta “la possibilità di dare il proprio apporto in modo che egli stesso sappia lavorare in proprio” (n. 41). Insomma la priorità della carità sulla giustizia cioè la centralità di ogni persona cioè la carità nella verità è “un’esigenza della stessa ragione economica” (n. 36). Parole severe quindi l’enciclica riserva sul tema della disoccupazione (n. 25), in linea con quello che è da sempre il magistero della Chiesa, della storica rivoluzione cristiana.

Ed è l’intero arco dell’esperienza in re sociali che passa, senza reticenze, sotto la lente della Caritas in veirtate. Il fallimento dell’ideologia tecno scientifica borghese prima, di quella politico proletaria poi spinge anche i cristiani ad una valutazione critica di questo periodo della modernità. Ma anche il cristianesimo moderno, di fronte agli immediati successi della scienza nella progressiva strutturazione politica del mondo, si era in gran parte concentrato soltanto sull’individuo e sulla sua salvezza. Con ciò ha ristretto l’orizzonte della sua speranza e non ha neppure riconosciuto sufficientemente la grandezza del suo compito storico – anche se resta grande ciò che ha continuato a fare nella formazione dell’uomo e nella cura dei deboli e dei sofferenti. Nella Caritas in veritate non c’è aspetto incluso nella dinamica sociale che non venga considerato e, se occorre, ricollocato secondo una visione innovativa e dinamica insieme: “In una società in via di globalizzazione, il bene comune e l’impegno per esso non possono non assumere le dimensioni dell’intera famiglia umana, vale a dire della comunità dei popoli e delle nazioni”. A partire da questo criterio fondamentale, l’enciclica si rivela un testo provvidenziale, che offre una cornice solida entro cui cercare risposte all’altezza dei grandi cambiamenti in atto, in particolare dei cambiamenti esigiti da quella crisi economico – finanziaria che nell’ultimo periodo ha investito il mondo intero. Nel momento stesso infatti in cui sembra farsi strada l’idea che questa crisi non sia poi troppo diversa da quelle che l’hanno preceduta, e per qualcuno si potrà quindi tornare senza più pericoli all’esuberanza del passato, l’enciclica assesta un opportuno scossone, affinché non si diffondano comode o improponibili illusioni imposte dai mezzi di comunicazione. Se, come effettivamente succede, cresce la ricchezza del mondo ma aumentano le disparità, nessuno può ritenersi tranquillo e possono scoppiare conflitti non governabili e distruttivi per tutti. Se continua lo scandalo di un supersviluppo dissipatore a fronte di povertà sempre più desolanti, se le dimensioni gravi e gli effetti deleteri di un’attività finanziaria mal utilizzata quando non speculativa continuano a ricadere sulla fasce più indifese della popolazione mondiale, se la corruzione e l’illegalità non vengono arginate e superate, se i vari protezionismi economici e culturali non sono riconsiderati per la quota di egoismo che racchiudono, se le politiche degli aiuti internazionali non seguono una logica meno auto – referenziale e dunque più efficiente, se i piani di cooperazione intergovernativi non approdano a concrete e verificate realizzazioni, se gli organismi internazionali non recuperano uno scatto di iniziativa, se i poteri pubblici non sapranno rinnovare la loro capacità di presa sui problemi, e se proporzionatamente non crescerà una più sentita partecipazione dei cittadini alla res pubblica, se tutto questo e altro ancora non comincia ad accadere allora davvero questa crisi si sarà dispiegata invano, limitandosi ad impoverire il mondo. Già lo sapevamo, è una crisi di sistema che ha come inceppato gli oliati meccanismi di un’economia inadeguata alle complessità delle sfide attuali, e da essa non si esce – osserva il Papa – senza “riprogettare il nostro cammino”, senza “darci nuove regole” e “trovare nuove forme di impegno”, senza “puntare sulle esperienze positive e rigettare quelle negative”. Deve cioè guadagnare un’evidenza maggiore la consapevolezza che solo “la via solidaristica allo sviluppo dei Paesi poveri possa costituire un progetto di soluzione della crisi globale” (n. 27). Il che include un “allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa” (n. 31), per “renderla capace di conoscere e di orientare queste imponenti nuove dinamiche” (n. 33) all’interno di una nuova sintesi umanistica (n.21). Solo se ci poniamo lungo questa strada, la crisi si rivelerà, nella sua durezza, un’”occasione di discernimento e di nuova progettualità” (n. 21). Il pericolo del mondo occidentale – per parlare solo di questo – è oggi che l’uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità, costretta a riconoscerla come criterio ultimo dissolvendo ogni etica umanistica.

A questo riguardo nello scorso mese di luglio si è svolto all’Aquila un’importante riunione dei Paesi del G8 che si è via via allargato coinvolgendo altre nazioni, fino a configurare ipotesi concrete di nuovo governo dell’economia del mondo. Si è trattato di un appuntamento importante, dal quale sono scaturite decisioni che in una certa misura già si collocano su logiche innovative, quali sono suggerite dalla recente enciclica papale. In particolare, citiamo il Fondo annunciato per fronteggiare la grave emergenza alimentare, e che attende di essere ora concretamente partecipato e quindi efficacemente distribuito. “Come Vescovi italiani – ha concluso questo tema il cardinale Presidente -, nel momento stesso in cui ringraziamo con tutto l’affetto il Papa per il dono di questa enciclica, destinata alla Chiesa ma come non mai messa a disposizione all’intelligenza del mondo, non possiamo non incoraggiare queste nuove dinamiche, auspicando che il nostro Paese sia un protagonista avveduto e coraggioso dei nuovi scenari”.

Si sta riscontrando un largo e spontaneo consenso l’iniziativa dell’Anno Sacerdotale

Si tratta di un progetto che anzitutto coinvolge la Chiesa ad intra, e tuttavia sarebbe un errore pensare che anche ogni uomo e ogni donna del nostro tempo, per quanto distratti o estranei alla presenza del sacerdote, non ne siano in qualche modo i destinatari. Non è forse nella memoria delle nostre Chiese la testimonianza di preti che, inviati in situazioni pastorali difficili, in contesti aridi, con una partecipazione esternamente minoritaria, riescono a stabilire con gli abitanti di quelle comunità un piano di comunicazione asimmetrica finché si vuole ma viva, affidabile, perseverante, discreta eppure intraprendente, tale da invertire un declino che sembrava segnato? E non abbiamo forse tutti già chiaro, e così non è già per il nostro popolo, che queste figure di sacerdoti riescono a incidere non tanto per la visione sociologica o l’indotto di costume, quanto per l’intimità della loro vita con il Signore? Noi fermamente crediamo che i giovani di oggi, quale che sia il loro stile di vita e le loro scelte; i ragazzi, per quanto avvolti nelle spire pervasive della cultura mediatica; le famiglie di oggi anche variamente assortite e per quanto remote all’invito della Chiesa; gli anziani soli, i poveri abbandonati a se stessi, gli ammalati, gli arrabbiati con la vita, insomma i soggetti più diversi che vivono tra noi, tutti siano magari inconsapevolmente interessati agli esiti interiori di questo appuntamento. Qui, infatti, sta il punto, come il Santo Padre l’ha esposto nella Lettera indirizzata per l’occasione ai presbiteri di tutto il mondo: l’Anno Sacerdotale “vuole contribuire a promuovere l’impegno d’interiore rinnovamento di tutti i sacerdoti per una loro più forte ed incisiva testimonianza evangelica nel mondo d’oggi”. Parole semplici o, se si vuole, piane, che fanno appello però in maniera determinante alla qualità e al contenuto dell’autocoscienza che ogni sacerdote deve avere di sé: non ci può essere infatti una vita di dono senza un soggetto adeguato che la guida e la gestisca, senza cioè la coscienza della propria chiamata originaria e dell’incontro sorgivo continuo con il Chiamante sempre presente.

Ma si può – come ha ricordato il Papa nell’Omelia del 19 giugno –ben illustrare l’Anno Sacerdotale a partire da una frase del Santo Curato d’Ars: “Il Sacerdote è l’amore del cuore di Gesù e il Papa commenta: “Come non ricordare con commozione che direttamente da questo Cuore è scaturito il dono del ministero sacerdotale? Il cuore di Dio freme di compassione…si commuove e riversa tutto il suo amore sull’umanità”. E descrive con parole semplici un incandescente profilo di questi amici di Dio che sono indispensabili agli uomini. Invita ad annotare “il metodo pastorale” di San Giovanni Maria Vianney, e dal metodo pastorale ossia dalla sua concreta testimonianza risalire al senso della grandezza e dello stupore, scorgere come coincidono persona e missione, misurare il senso sconfinato della responsabilità, l’aprirsi ad un inconfondibile dialogo di salvezza con i fedeli laici, l’accendere con la presenza davanti all’Eucaristia un circolo virtuoso che può ribaltare un intero contesto pastorale, individuare preventivamente i rischi di intorpidimento dell’anima, un vivere originalmente in mezzo al popolo i consigli evangelici , insomma un lasciar intuire e rimpiangere in quanti lo vorranno il fascino dell’amore misericordioso.

Non c’è chi non veda infatti oggi un’occasione propizia per sbalzare al meglio la figura del presbitero, rilanciarne il ruolo e la missione magari a fronte di qualche stanchezza, stringere relazioni presbiterali forse in qualche caso un po’ spente, rinvigorire il rapporto confidente con il Vescovo, promuovere finalmente il laicato senza per questo trascurare i sacerdoti.

Un argomento di indubbia importanza è il nichilismo

Ne ha parlato nell’Angelus di domenica 9 agosto, parlando di Ediht Stein e di Massimiliano Kolbe, martiri uccisi ad Auschwitz, nei lager che, “come ogni campo di sterminio, possono essere considerati simboli estremi del male, dell’inferno che si apre in terra quando l’uomo dimentica Dio e a Lui si sostituisce, usurpandogli il diritto di decidere che cosa è bene e che cosa è male, di dare la vita e la morte”. E continuava: “Purtroppo però questo triste fenomeno non è circoscritto ai lager. Essi sono piuttosto la punta culminante di una realtà ampia e diffusa, spesso dai confini sfuggenti. I santi…ci fanno riflettere sulle profonde divergenze che esistono tra umanesimo ateo e umanesimo cristiano; un’antitesi che attraversa tutta quanta la storia, ma che alla fine del secondo millennio, con il nichilismo contemporaneo, è giunta ad un punto cruciale”. “Ebbene – ha notato il card. Bagnasco nella Prolusione – con qualche rammarico abbiamo notato come su queste parole sia sorto subito un evidente fraintendimento, quasi che per il Papa l’umanesimo non cristiano sia automaticamente nichilista e che il nichilismo porti invariabilmente ai lager. Il suo discorso era naturalmente assai meno semplicistico, come si può facilmente evincere da una lettura serena dell’intero suo testo. Il cristianesimo non esclude ciò che è il portato di vita di ciascuno, ossia che ci possono essere persone non credenti capaci di una loro moralità forte, estranee alla tentazione nichilista. Ma bisogna fare attenzione per non edulcorare mai questo ospite inquietante del nostro tempo. Il nichilismo è paragonabile ad una qualsiasi posizione filosofica. Se la sua sostanza, sempre identica a se stessa, è il nulla, il non senso, esso si manifesta sotto varie espressioni – dallo scetticismo esistenziale al libertarismo – che però non devono mai trarre in inganno, trattandosi sempre di un avversario terribilmente serio, mai da trattare con dilettantismo. Non è questa la sede per ulteriori approfondimenti, e tuttavia mi sembrano utili due osservazioni.

- La prima: se Dio non c’è, e tutto dunque manca di fondamento, diventa arduo se non impossibile giustificare la differenza qualitativa e irriducibile dell’uomo rispetto al resto della natura, e diventa ugualmente arduo se non impossibile riconoscere la liberyà intesa in senso proprio, come facoltà squisitamente umana, sottratta alla causalità. Vi è un discutere, talora, che lascia interdetti: bisognerebbe evitare che il gusto dell’azzardo intellettuale porti a tagliare il ramo stesso sul quale ci si trova a disquisire.

- Seconda osservazione: se, come esige il nichilismo, anche solo parlare di principi è considerata una deriva liberticida ed autoritaria e si ritiene lesivo dell’intelligenza qualsiasi riferimento ad un bene oggettivo che preceda le nostre scelte, allora davvero educare diventa un’impresa impossibile. Nonostante gli esiti di estraniazione e smarrimento cui è pervenuta una parte non irrilevante della nostra società, in particolare della popolazione giovanile, si ha come l’impressione che siano troppo pochi coloro che accettano di fare effettivamente i conti con questo tarlo inesorabile che polverizza ogni voglia di futuro. E per converso siano ancora troppi i maestri che lusingano i giovani indicando un “dio sbagliato”. Si ambienta in un simile contesto culturale l’invio che Papa Benedetto ha rivolto ai sacerdoti di Aosta: “Dio! Dobbiamo di nuovo portare in questo nostro mondo la realtà di Dio, farlo conoscere e farlo presente”. Questa non è, come qualcuno potrebbe pensare, un’apologetica scontata: parlare di Dio è aprire, spalancare la vita a tutte le sue positive virtualità, nessuna esclusa: offrire la bussola per non smarrire gli orizzonti dell’essere; rivelare “l’insieme di tutte le relazioni per trovare la strada, l’orientamento dove andare” (ibid.). Mai dimenticarlo: l’uomo rischia di non scoprirsi veramente libero fino a quando non comprende la verità di essere stato libero da un Altro, più grande di lui. Ma qui cominciamo ad avventurarci in quel grande tema dell’emergenza educativa che sarà il centro del nostro prossimo piano pastorale”.

La Chiesa ha lo sguardo fisso su Gesù; da Lui, e dalle sue sorprese divine, è incantata e innamorata, finalizzata nel suo esistere

La ragione d’essere e di operare della Chiesa è l’impegno apostolico perché le anime, l’io di ogni uomo, come è originariamente il suo desiderio di vedere Dio, il Donatore divino del suo essere dono, incontri la Persona del Signore, senta il suo amore, lo veicoli, viva la vita con Lui, e – insieme ai fratelli – partecipi alla costruzione di una società vera e giusta. I sacerdoti, nelle parrocchie come in ogni altro ufficio, mai danno per scontata la fede nella presenza del Risorto, del Dio con noi, attraverso la mediazione sacramentale della Chiesa e quindi dell’orizzonte della vita veramente vita, della speranza affidabile e si dedicano incessantemente perché l’incontro con il Signore accada continuamente. Però “C’è oggi – ha osservato Benedetto XVI alla Diocesi di Roma – il rischio di una secolarizzazione strisciante anche all’interno della Chiesa, che può tradursi in un culto eucaristico formale e vuoto, in celebrazioni prive di quella partecipazione del cuore che si esprime in venerazione e rispetto per la liturgia. E’ sempre forte – continuava – la tentazione di ridurre la preghiera a momenti superficiali e frettolosi, lasciandosi sopraffare dalle attività e dalle preoccupazioni terrene” (Omelia del Corpus Domini, 11 giugno 2009). Su questo fronte urge oggi un esame di coscienza continuo da condurre per l’impegno di fedeltà e di amore dovuto a Cristo Gesù. “L’essere noi – Prolusione -, in Italia, una Chiesa di popolo che tale si conserva con i suoi connotati e sue proprie caratteristiche, nonostante il processo di cristianizzazione in atto in tutto l’Occidente, non comporta certo alcuna attenuazione delle esigenze che si presentano a chi vuole seguire il Signore, il quale “non si accontenta di una appartenenza superficiale e formale, non gli è sufficiente una prima ed entusiastica adesione; occorre, al contrario, prendere parte per tutta la vita al suo pensare e al suo volere …che comporta difficoltà e rinunce perché molto spesso si deve andare controcorrente” (Angelus , 23 agosto 2009). Vorremmo che le nostre comunità crescessero senza sosta in una fede pensata, che si concepisce nella forma della comunione ecclesiale in riferimento al Magistero ascoltato e amato. Una fede per ciò stesso capace di dare a tutti ragione della speranza cristiana (1 Pt 3,15), affrontando le sfide antropologiche che caratterizzano questa stagione e che chiedono ai cattolici di essere presenti e propositivi grazie ad una ragione illuminata dalla fede. La Chiesa, quando parla di temi antropologici, lo fa non per invadere campi di competenza altrui, o ancor meno per distogliersi dal proprio Signore, ma per il dovere di trarre le conseguenze necessarie dal mistero di Cristo, che rivela all’uomo le sue reali dimensioni, esattamente come insegna il concilio Vaticano II. L’etica evangelica non è una gabbia che si vuole imporre alla libertà, ma la via della vera umanizzazione, della vera liberazione (GS 22). Essa è intrinseca alla fede proprio perché una fede che non diventi pratica coerente resta fuori della vita. La Chiesa offre questo servizio con la passione che nasce dall’amore verso Dio e verso l’umanità, senza arroganza o pregiudizio.

Inoltre, siamo ben coscienti che gli altri, guardandoci, hanno il diritto di ricevere da noi, dal tessuto della nostra vita comunitaria, (un di più di umanità), una testimonianza genuinamente cristiana. E anche quando tra noi i punti di vista possono essere legittimamente diversi, non possiamo comportarci in maniera triste, come quelli che non hanno speranza (1 Tess 4,13). Come non ricordare l’ammonimento del Papa, a proposito di certi atteggiamenti, confrontati con quelli dei Galati: c’è un “mordere e divorare” che esiste “anche oggi nella Chiesa come espressione di una liberà mal interpretata” (Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica, 10 marzo 2009)? Più di recente ha puntualizzato: “Le cose nella società civile e, non di rado, anche nella Chiesa soffrono per il fatto che molti di coloro, ai quali è stata conferita una responsabilità, lavorano per se stessi e non per la comunità, per il bene comune (…). La prudenza esige la ragione umile, disciplinata, vigilante, che non si lasci abbagliare da pregiudizi: non giudica secondo desideri e passioni, ma cerca la verità – anche la verità “scomoda” (Omelia per le Ordinazioni episcopali). All’Angelus di domenica 20 settembre incalzava ancora: “Ai nostri giorni, forse per certe dinamiche proprie della società di massa, si constata non di rado un carente rispetto della verità e della parola data, insieme ad una diffusa tendenza all’aggressività, all’odio e alla vendetta. (…). Ma per fare opere di pace bisogna essere uomini di pace”.

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