martedì 11 agosto 2009

Umanesimo

L’inferno si apre già sulla terra quando l’uomo dimentica Dio

“I santi sono testimoni di quella carità che ama “sino alla fine”, e non tiene conto del male ricevuto, ma lo combatte con il bene (1 Cor 13,4-8). Da essi possiamo apprendere, specialmente noi sacerdoti, l’eroismo evangelico che ci spinge, senza nulla temere, a dare la vita per la salvezza delle anime. L’amore vince la morte! Tutti i santi, ma specialmente i martiri, sono testimoni di Dio, che è Amore: Deus caritas est. I lager nazisti, come ogni campo di sterminio, possono essere considerati simboli estremi del male, dell’inferno che si apre sulla terra quando l’uomo dimentica Dio e a Lui si sostituisce, usurpandogli il diritto di decidere che cosa è bene e che cosa è male, di dare la vita e la morte.

Purtroppo questo triste fenomeno non è circoscritto ai lager. Essi sono piuttosto la punta culminante di una realtà ampia e diffusa, spesso dai confini sfuggenti.

I santi ci fanno riflettere sulle profonde divergenze che esistono tra l’umanesimo ateo e l’umanesimo cristiano; un’antitesi che attraversa tutta quanta la storia, ma che alla fine del secondo millennio, con il nichilismo contemporaneo è giunta ad un punto cruciale, come grandi letterati e pensatori hanno percepito, e come gli avvenimenti hanno ampiamente dimostrato. Da una parte, ci sono filosofie e ideologie, ma sempre più anche modi di pensare e di agire, che esaltano la liberà quale unico principio dell’uomo, in alternativa a Dio, e in tal modo trasformano l’uomo in un dio, che fa dell’arbitrarietà il proprio sistema di comportamento. Dall’altra, abbiamo appunto i santi, che, praticando il vangelo della carità, rendono ragione della loro speranza; essi mostrano il vero volto di Dio, che è Amore, e, al tempo stesso, il volto autentico dell’uomo, creato a immagine e somiglianza divina” (Benedetto XVI, Angelus, 9 agosto 2009).

La nostra epoca è segnata prima dalla “dittatura del razionalismo” che negava Dio e oggi dalla “dittatura del relativismo”, del “nichilismo” inteso come esito estremo dell’esclusione di Dio dall’ orizzonte dell’uomo. I lager nazisti, come ogni campo di sterminio, possono essere considerati simboli estremi del male, dell’inferno che si apre sulla terra quando l’uomo dimentica Dio e a Lui si sostituisce, usurpandogli il diritto di decidere che cosa è bene e che cosa è male, di dare la vita e la morte.

Ma purtroppo questo triste fenomeno non è circoscritto ai lager. Essi sono piuttosto la punta culminante di una realtà ampia e diffusa, spesso dai confini sfuggenti: è il problema di Dio nel mondo e non di un dio qualsiasi, ma di quel Dio che possiede un volto umano e che ci ha amati “sino alla fine”, come testimoniano i santi, soprattutto i martiri: ogni singolo e l’umanità nel suo insieme.

Sembrano oggi esserci persone fuori dalla ricerca del vero, del bene, di Dio e quindi incapaci di scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia, distruggendo in se stesse totalmente perfino il desiderio della verità e la disponibilità all’amore. Persone in cui tutto è diventato menzogna; persone che vivono per l’odio e calpestano in se stesse l’amore. E’ questa una prospettiva terribile, ma alcune figure della stessa nostra storia dei lager e dei campi di sterminio lasciano discernere in modo spaventoso profili di tal genere. In simili individui non ci sarebbe più niente di rimediabile e la distruzione del bene sarebbe irrevocabile: è questo che si indica con la parola inferno. Dall’altra parte contempliamo l’umanesimo di santi, di martiri come icone purissime, che si sono lasciate interamente penetrare da Dio e di conseguenza totalmente aperte al prossimo – persone, della quali la comunione con Dio orienta già fin da questo mondo l’intero essere e il cui andare verso Dio conduce solo a compimento ciò che ormai sono.

Ma né l’uno né l’altro è il caso normale dell’esistenza umana. Nella gran parte degli uomini rimane presente nel più profondo della loro essenza un’ultima apertura interiore per la verità, per l’amore, per Dio. Nelle concrete scelte di vita, però, essa è ricoperta da sempre nuovi compromessi col male – molta sporcizia copre la purezza, di cui tuttavia, è rimasta la sete e che, ciononostante, riemerge sempre di nuovo da tutta la bassezza e rimane presente. Ma la fede ci rassicura che l’incontro attraverso la morte con Cristo, Giudice e Salvatore, si fonde ogni falsità. E’ l’incontro con Lui che, bruciandoci, ci trasforma e ci libera per farci diventare veramente noi stessi. Le cose edificate durante la vita possono allora rivelarsi paglia secca, vuota millanteria e crollare. Ma nel dolore di questo incontro, in cui l’impuro ed il malsano del nostro essere si rendono a noi evidenti, sta la salvezza.

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