lunedì 17 agosto 2009

Maria Assunta

In Maria assunta in cielo un segno di consolazione e di sicura speranza

“La vita dell’uomo sulla terra è un cammino che si svolge costantemente, nella tensione della lotta tra il drago e la donna, tra il bene e il male. E’ questa la situazione della storia umana: è come un viaggio in un mare spesso burrascoso; Maria è la stella, che ci guida verso il Figlio suo Gesù, sole sorto sopra le tenebre della storia e ci dona la speranza di cui abbiamo bisogno: la speranza che possiamo vincere, che Dio ha vinto e che, con il Battesimo, siamo entrati in questa vittoria. Non soccombiamo definitivamente: Dio ci aiuta, ci guida.

Questa è la speranza: questa presenza del Signore in noi, che diventa visibile in Maria assunta in cielo. “In Lei hai fatto risplendere per il tuo popolo pellegrino sulla terra, un segno di consolazione e di sicura speranza” (Benedetto XVI, Omelia nella solennità dell’Assunta, 15 agosto 2009).

Nella solennità dell’Assunta contempliamo il ruolo della Beata Vergine Maria nella storia della salvezza. Maria in maniera unica è profondamente legata ai più grandi misteri della fede,

- al mistero della Trinità Divina. Secondo il piano nascosto nell’intimo della Trinità è stata destinata quale Madre del Figlio di Dio, di quel Dio che possiede un volto umano e che ci ha amati sino alla fine: ogni singolo e l’umanità nel suo insieme.

- Fu scelta come Sposa dello Spirito Santo, la terza divina Persona; da Lui ha concepito il Figlio e per questo dallo Spirito Santo è mediatrice di tutte le grazie nella Chiesa e attraverso la Chiesa.

Per questo la fede professata e celebrata nell’Immacolata Concezione, nell’Annunciazione, nella Divina Maternità e nell’Assunzione sono tappe fondamentali della fede vissuta e pregata, intimamente connesse tra loro, con cui la Chiesa nella fede esalta non solo il glorioso destino della Madre di Dio, ma nelle sue tappe leggiamo anche la storia di ogni uomo e dell’umanità nel suo insieme.

Il mistero della Concezione di Maria richiama la prima pagina della vicenda umana, indicandoci che, nel disegno divino della creazione, l’uomo avrebbe dovuto avere la purezza e la bellezza dell’Immacolata, perché da Dio viene solo il bene. Quel disegno compromesso, ma non distrutto dal peccato, attraverso l’Incarnazione del fIglio di Dio è annunciato e realizzato in Maria, ricomposto e restituito alla libera accettazione di ogni uomo nella fede.

Nell’Assunzione di Maria, contempliamo, infine, ciò che siamo chiamati a raggiungere nella sequela di Cristo Signore e nell’obbedienza alla sua Parola, termine del nostro cammino sulla terra.

La tappa ultima del pellegrinaggio terreno della Madre di Dio ci invita a guardare al modo con cui Ella ha percorso il suo cammino verso la meta della gloriosa eternità. Tutta la vita è un’ascensione, tutta la vita è meditazione, obbedienza, fiducia e speranza, anche nelle oscurità; e tutta la vita è “fretta”: Dio è sempre la priorità e nient’altro deve creare fretta nella nostra esistenza. L’Assunzione ci ricorda che la vita di Maria, come quella di ogni cristiano, di ogni uomo, della famiglia umana, è un cammino alla sequela, all’assimilazione a Gesù Cristo, un cammino che ha una meta precisa, un futuro già tracciato: la vittoria definitiva sul peccato e sulla morte e la comunione piena con Dio perché il Padre “ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli in Cristo Gesù” (Ef 2,6).

Ciò vuol dire che con il Battesimo siamo fondamentalmente già risuscitati e sediamo nei cieli in Cristo Gesù, ma dobbiamo corporalmente raggiungere quanto già cominciato e realizzato nel Battesimo. In noi l’unione con Cristo, la risurrezione, è incompiuta, ma per la Vergine Maria essa è compiuta come segno per tutti di sicura speranza e di consolazione.

Amare il più possibile nella realtà in tutti i fattori cioè nella verità

L’uomo, che originariamente, naturalmente, essenzialmente è chiamato a collaborare con Dio, corre il rischio di porsi in opposizione a lui. Questa opposizione è un’aggressione alla natura dell’uomo. Essa sfigura il vero volto dell’uomo cioè l’immagine di Dio poiché distoglie l’uomo da Dio e lo rivolge verso se stesso ed erige fra gli uomini la tirannia dell’egoismo. Cristo cioè Dio che possiede un volto umano e che ci ha amato sino alla fine ogni singolo e l’umanità nel suo insieme, ha compiuto il superamento di questo contrasto, la sua trasformazione in comunione: l’ubbidienza di Gesù, il suo morire a se stesso, diviene il vero esodo, che libera l’uomo dal suo decadimento interiore conducendolo all’unità con l’amore di Dio, come vediamo pienamente realizzato in Maria.

Il crocifisso diviene così la vivente “icona dell’amore”; proprio nel crocifisso, nel suo volto scorticato e percosso, l’uomo diventa nuovamente trasparenza di Dio, l’immagine di Dio Amore torna a rilucere. Così la luce dell’amore divino riposa proprio sulle persone sofferenti, nelle quali lo splendore della creazione si è esteriormente oscurato; perché esse in modo particolare sono simili al Cristo crocifisso, all’icona dell’amore, si sono accostate in una particolare comunanza a colui, che solo è la stessa immagine di Dio.

Possiamo estendere a loro la parola, che Tertulliano ha formulato in riferimento a Cristo: “Per misero che possa essere stato il suo corpo…, esso sarà sempre il mio Cristo…” (Adv. Marc. III, 17,2). Per grande che sia la loro sofferenza, per quanto sfigurati e offuscati possano essere nella loro esistenza umana – essi saranno sempre i figli prediletti di nostro Signore, ne saranno sempre in modo particolare l’immagine da amare con preferenza. Fondandosi sulla tensione fra nascondimento e futura manifestazione dell’immagine di Dio, di cui l’Assunta è sicura speranza e consolazione, possiamo del resto applicare alla nostra questione la parola della prima Lettera di Giovanni: “noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato” (3,2).

Noi amiamo tutti gli esseri umani, ma soprattutto nei sofferenti, nei disabili mentali, ciò che essi saranno e ciò che essi in realtà già sono fin d’ora. Già fin d’ora essi sono figli di Dio – ad immagine di Cristo, anche se non è ancora manifesto ciò che essi diverranno come Maria. Cristo nella croce si è definitivamente assimilato ai più poveri, ai più indifesi, ai più sofferenti, ai più abbandonati, ai più disprezzati. E fra questi, vi sono coloro la cui anima razionale non arriva ad esprimersi perfettamente per mezzo di cervello infermo o malato, di ferite psichiche come se, per una ragione o per un’altra, la materia resistesse ad essere assunta da parte dello spirito. Qui Gesù rivela l’essenziale dell’umanità, ciò che ne è il vero compimento, non l’intelligenza, né la bellezza, ancor meno la ricchezza o il piacere, ma la capacità di amare e di acconsentire liberamente cioè amorosamente alla volontà del Padre, per sconcertante che essa possa apparire.

Ma la passione di Gesù sfocia nella risurrezione. Il Cristo risuscitato è il punto culminante della storia di ogni uomo e di tutta la famiglia umana, l’Adamo Glorioso verso il quale tendeva già il primo Adamo, l’Adamo “terreno”. Così manifesta il fine del progetto divino già pienamente realizzato in Maria Assunta: ogni uomo è in cammino dal primo al secondo Adamo. Nessuno di noi nella fase terrena è pienamente se stesso. Ciascuno deve diventarlo, come il grano di frumento che deve morire per portare frutto, come il Cristo risuscitato è infinitamente fecondo perché si è infinitamente donato fino a lasciarsi uccidere per noi, anche per chi lo crocifiggeva. Una delle grandi gioie del nostro paradiso sarà senza dubbio scoprire le meraviglie che l’amore avrà operato in noi, e che l’amore avrà operato in ciascuno dei nostri fratelli e sorelle diversamente abili o depressi, e nei più colpiti, nei più sofferenti fra di essi, mentre noi non comprendevamo neppure come l’amore era possibile da parte loro, mentre il loro amore rimaneva nascosto nel mistero di Dio. Sì, una delle nostre gioie sarà di scoprire i nostri fratelli e sorelle in tutto lo splendore della loro umanità, in tutto lo splendore di immagini di Dio come in Maria.

La Chiesa crede, fin da oggi, a questo splendore futuro che celebra nell’Assunta come segno di speranza affidabile e di consolazione. La Chiesa vuol essere attenta e sottolineare anche il minimo segno che già lo lasci intravedere. Perché nell’al di là, ciascuno di noi brillerà tanto più quanto più si sarà lascito assimilare a Cristo, nel contesto e con le possibilità che gli sono date. Ecco il fondamento della testimonianza dell’amore della Chiesa soprattutto per le persone mentalmente sofferenti oggi in crescita. La Chiesa le ama. Essa non ha verso di loro solo la “predilezione” naturale della madre per i più sofferenti dei suoi figli. Essa non resta ammirata solo davanti a ciò che saranno, ma a ciò che già sono: immagini di Cristo. Immagini di Cristo da onorare, da rispettare, da aiutare nella misura del possibile, certamente, ma soprattutto, immagini di Cristo portatrici di un messaggio essenziale sulla verità di ogni uomo comunque ridotto. Un messaggio che nell’attuale secolarizzazione tendiamo troppo a dimenticare: il nostro valore davanti a Dio non dipende né dall’intelligenza, né dalla stabilità del carattere, né dalla salute che ci permettono molteplici attività di generosità. Questi aspetti potrebbero, oggi idolatrati, sparire in ogni momento. Il nostro valore davanti a Dio dipende solamente dalla scelta che avremo fatto di amare il più possibile, di amare il più possibile nella verità.

Dire che Dio ci ha creati a sua immagine, significa dire che egli ha voluto che ciascuno di noi manifesti, nel suo essere dono unico e irripetibile, un aspetto del suo splendore infinito, che egli ha un progetto su ciascuno di noi, che ciascuno di noi ha una vocazione cioè è destinato a entrare, per un itinerario che gli è proprio, nell’eternità beata di cui Maria è segno di speranza affidabile e di consolazione.

La dignità di ogni uomo comunque ridotto non è qualcosa che si impone ai nostri occhi o agli occhi delle comunicazioni sociali, non è misurabile né qualificabile, essa sfugge ai parametri della ragione scientifica e tecnica; ma la nostra civiltà dell’amore nella verità, il nostro umanesimo cristiano, non hanno fatto progressi se non nella misura in cui questa dignità è stata più universalmente e più pienamente riconosciuta a sempre più persone. Ogni ritorno indietro in questo movimento di espansione, ogni ideologia o azione politica che estromettesse alcuni esseri umani dalla categoria di coloro che meritano rispetto, segnerebbero un ritorno verso la barbarie. E noi sappiamo che sfortunatamente la minaccia della nostra barbarie pende sempre più non solo negli aborti e nell’eutanasia ma su nostri fratelli e sorelle che soffrono di una limitazione o di una malattia mentale o di ferite psichiche. Uno dei compiti dell’amore nella verità è di far riconoscere, rispettare e promuovere pienamente la loro umanità, la loro dignità e la loro vocazione di creature ad immagine e somiglianza di Dio, destinate a vivere eternamente.

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